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Full text of "Religioni orientali [microform] ; dottrine, riti, leggende, misteri"

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Klibravics 




RELIGIONI ORIENTALI 

DOTTRINE - RITI . LEGGENDE - MISTERI 



GIUSEPPE CARDILE 



RELIGIONI 
ORIENTALI 



DOTTRINE, RITI, LEGGENDE, MISTERI 



LIBRERIA D'ANNA - MESSINA 










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Tipografia Ditta D'AMICO - 1936-XV - Messina - Telef. 12343 

(Casa fondata nel 1821) 






A S. E. CARLO FORMICHI 

Vice Presidente 
della R. Accademia d'Italia. 

G. Cardile 



Vengo dall'eterno, il sole è 
mio padre, la terra è mia 
madre ; il sole ha fecondato 
la terra, e la terra mi ha 
creato dandomi le sue pietre 
per le mie ossa; il sole ha 
illuminato la mia mente. 
Quando sarò morto, restituirò 
alla terra le sue pietre, al 
sole la sua Iute, e ritornerò 
in quell'eterno dal quale sono 
venuto. 

G. Cardile 



INTRODUZIONE 

Presso tutti i popoli del mondo, civili e sel- 
vaggi, trovasi qualche idea di un Essere Supremo, 
reggitore delle leggi dell'Universo. 

L'idea di questo Essere spinse gli uomini ad 
inchinarsi a lui, onde renderselo propizio, e pre- 
garlo di concedere il bene ed allontanare il male, 
sotto qualunque forma si presenti. 

Se tu andrai, diceva Plutarco a Colate filo- 
sofo epicureo, per tutta la terra, troverai città 
senza mura, senza dottrine, senza re, senza ric- 
chezze, prive di tutto; ma una città priva di dei, 
dove non si usano preghiere ed oracoli, che non 
abbia ricchezza spirituale, non la troverai mai ! 

L'ateismo è dottrina, non è, e non sarà 
mai, vera espressione dell'anima di un popolo; 
la rivoluzione Francese abbattè i tempi e gli al- 
tari, ed essi risorsero per volontà dello stesso po- 
polo; la Russia Bolscevica proclamò la dottrina 
dei " senza Dio „ ma il buon popolo Russo che 



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ha assistito piangente alla distruzione dei suoi 
sacri tempi, seguita ancora a dormire col van- 
gelo sotto il guanciale. E così anche in Ispagna, 
in America, in Cina, oggi; domani altrove, si se- 
guiterà a lottare la chiesa, seguiteranno a cadere 
i tempi, ma il concetto di Dio, sotto qualunque 
espressione, non cesserà mai; perchè è uno con 
lo spirito umano. Dio è in noi ! 

" Nel nostro cuore vi è un vasetto d'oro con 
una scintilla divina. „ 



Rig. Veda. — 



INDIA 

India, terra di cento divinità, di Brama dalle 
quattro facce, di Siva dalle otto teste, di Visnù, 
dalle innumerevoli braccia; di Kali, distruggitrice; 
di Indra, minaccioso; e del placido Buddha sor- 
ridente sulle umane miserie. E migliaia di simboli, 
fiumi sacri, bestie sacre, incarnazioni di Visnù; 
divinità terribili che fanno ridere noi occiden- 
tali, e fanno fremere di paura l'Oriente. 

Popolo multiforme, differenti razze, differenti 
religioni, accanto a Brama, a Buddha, c'è Mao- 
metto, Confucio, Mosè, Zoroastro, Cristo; si può 
dire che tutte le religioni del mondo siano rap- 
presentate nell'India. 

In India, tutto è Dio, la vita, la morte, la 
famiglia, la patria, l'amore, l'odio, la rassegnazione. 

Lo studio che mi sono prefisso non può riu- 
scire un tutto omogeneo, ma frammentario, data 
la vastità e varietà della materia. 

Tratterrò delle leggende religiose, dei riti, 



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delle varie sette, dei sistemi filosofici. Regione più 
importante del mondo per questi studi, perchè le 
antichissime dottrine Indiane, furono base di tutte 
le scuole filosofiche religiose dell'Asia e molta in- 
fluenza esercitarono anche sull'Europa. 

* * * 

L'India vasto impero dell'Asia, tra l' Afga- 
nistan, il Tibet, il Siam ed il grande Oceano, si 
costituì sotto la sovranità della Gran Bretagna nel 
1877. È divisa in diversi Stati principali, gover- 
nati da un Raja se il popolo è Indiano, da un 
Nabab s'è Mussulmano, sempre alle dipendenze 
dell'autorità Inglese. 

La popolazione di circa 330.000.000 è com- 
posta di Indi, Parsi, Arabi, e di una razza misera 
originaria detta Dravidi. Due terzi della popolazione 
professa il Brananesimo, un quinto sono mussul- 
mani, il resto Buddisti, Feticisti, pochi Cristiani. 

L'India terra Indogangitica sormontata dal- 
l'Himalaya limitata dai monti Vindya, si è formata 
nell'epoca terziaria, al cominciare del periodo exo- 
cenico, per compressione e relativo sollevamento 
del fondo marino dello antico Mediterraneo Meso- 
zoico che si estendeva dallo Atlantico al Pacifico 
e di cui il Mediterraneo attuale ed il mar Nero 
sono gli avanzi. 

Questi sedimenti compressi tra due grandi 
tavolati, Nordeurasiatici e Arabo-Africani, si sono 



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ammassati, accartocciati, frantumati, il grande con- 
tinente Lemuriano sprofondò nell'abisso, la catena 
dell'Himalaja si sollevò, ed ancora continua len- 
tamente a sollevarsi; terremoti violenti continuano 
a sconquassare la catena dell' Himalaja, l' Af- 
ganistan, il Nepal sino alla Bismania; terra adun- 
que geologicamente giovane, ed in periodo di 
sistemazione. 

Nel suolo e nel clima va cercata la spiega- 
zione del carattere e della civiltà Indiana. Il grande 
fasto, e la grande miseria, il razionalismo più 
sottile, il misticismo più ardente, 1' assolutismo, 
tutto è storia, perchè tutto è natura. 

Il clima ed il suolo non consentano che 
l'India diventi Inglese, e se non fosse per le facili 
comunicazioni marittime, gli Inglesi ivi residenti, 
con tutta la loro superbia finirebbero col diven- 
tare Indiani. 

Popolo che non ha sentito mai il bisogno 
di emigrare, tranne un tempo, solo per 1' Asia, 
per la diffusione delle dottrine religiose; niente 
combattimenti, né colonie, eserciti solo di pelle- 
grini e di missionari. 

L'origine del popolo Indiano risale al popolo 
Arya; l'origine del popolo Arya si perde nel periodo 
mistico, e preistorico. 

L'ipotesi che si sia formato un popolo Indo- 



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Europeo, già avanti nella civiltà, si poggia su 
dati di fatto, così numerosi, da potersi riguardare 
come uno dei più sicuri risultati dell'indagine 
storica. L'esistenza di una lingua primitiva Indo- 
Europea, fa logicamente pensare F esistenza di un 
popolo; una lingua avente unità e coesione, vive 
solo basandosi su una comunanza storica di vita, 
rispecchiando la lingua, una continuità di vita 
sociale comune. 

Popolo clie nel periodo remoto, era costituito 
da tribù; con differenze solo dialettali, ma questa 
parentela linguistica, non ci autorizza, a trarre 
come conclusione, una comune origine o affinità 
di razza, perchè parlando di razza si viene a desi- 
gnare una comunanza naturale, determinata da 
caratteri corporali e psichici. La parentela lin- 
guistica, non ha niente da vedere con la comu- 
nanza di razza; la razza Indo-Europea non è 
esistita, ma solo diversi popoli di lingue affini 
che chiamiano Indo-Europei, perchè si sono sparsi 
dall'India all'Islanda. 

Ma dove dobbiamo cercare l'origine degli 
Arya, in Asia o in Europa? La cosa è molto di- 
scussa. L'India e l'Iran sono da escludersi, dice 
lo storico Stub, l'immigrazione in queste regioni 
è storicamente riconoscibile. 

L'opinione prevalente è che la sede di quésto 
popolo sia stata l'Europa. Pazienti ricerche hanno 



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provato una grande affinità tra le lingue di ori- 
gine Indo - Europee e le lingue Ugro - Finniche, 
tanto da doversi ammettere senz' altro un con- 
tatto preistorico tra le due famiglie. Questi anti- 
chissimi rapporti sarebbero avvenuti, nel corso 
medio del Volga, ad occidente degli Urali, dove 
sembra sia da porre la sede primitiva degli Ugro- 
Finni, La sola indagine linguistica però non basta, 
bisogna che sia sussidiata da ricerche geografiche 
e storiche per giungere a qualche conclusione 
accettabile. Nel periodo storico troviamo l' Indo- 
Europeo in una larga zona dell' Atlantico alle 
steppe del Caspio; dato ciò, si affaccia l'ipotesi 
della antica sede di quel popolo a Nord-Ovest del 
mar Nero, e si spiegherebbe nel miglior modo, 
la relazione con l'antica cultura Orientale. 

Col nome di Arya i due popoli imparentati 
indicano se stessi nei Veda e nelF Avesta. Nel 
Rig-Veda sono spesso invocati Indra ed Agni quali 
protettori degli Arya. Il nome di Arya ha sempre 
rappresentato in India la casta dominatrice; e così 
troviamo anche nello Avesta che Arya viene chia- 
mata la regione dove era diffuso il culto di Aura- 
magda; ed al tempo dei Sassaniti il re pigliava il 
nome di re dei Popoli Ariani. 

In India prima che gli Arya si stabilissero 
nel Penyab dovettero lottare contro altri popoli 
venuti dal mezzogiorno in un'epoca remota, in cui 



18 



pare che l'India fosse unita al continente Austra- 
liano, mediante altre terre scomparse, popoli detti 
Dravidi, che tutt'ora formano il popolo basso del- 
l'India Meridionale, come abbiamo detto. 

Popolo selvaggio, che non si elevò mai a 
vera civiltà, che per religione conservò il culto 
fallico, ed adorazione di serpenti, di alberi; reli- 
gione sconosciuta dagli Arya. 

Dal Pengiab gli Arya si propagarono perla 
penisola, ed a questa prima emigrazione si rife- 
riscono le opere del Rig-Veda delle quali parlerò 
in seguito. 

Una seconda emigrazione scese dal Turchestan 
praticante poliandria e riti magici, quali vengono 
descritti dal Mahàbhàrata e dall' Atharva- Veda. 

Fra gli Arya primi e secondi si accese aspra 
guerra, e finalmente si fusero formando la popo- 
lazione Bramanica che rimase a dominare l'India. 

Questa fusione avvenne verso il 1500 A. C. 

I Bramani si divisero in quattro caste: Bra- 
mani si dissero i sacerdoti; Kshtrya i guerrieri; 
Vaisya gli agricoltori e Sudra i proletari. Queste 
quattro caste originarie col tempo si suddivisero 
in una infinità di sottoclassi. I Bramani godevano 
privilegi speciali come rappresentanti divini, ce- 
lebravano sacrifici, riti e preghiere, erano vera- 



19 



mente colti, studiavano il sanscrito e spiegavano 
i libri sacri ai discepoli. Ma la maggior parte si 
occupava dell'esercizio degli innumerevoli tempi 
dell'India, e finirono col divenire semplici mestie- 
ranti della religione. 

L'amore verso le bestie raggiunse un limite 
Francescano, e se il culto di Brama non li ob- 
bligasse a numerose abluzioni, sarebbero molto 
sporchi, tanto profondo è il loro distacco dalle 
cose del mondo. 

Appellius incontrò un Bramano a Benares, 
tanto sporco che faceva schifo, con le unghie dei 
piedi incurvati ad artiglio, quasi nudo, maculato 
di pustole; eppure era una celebrità Universitaria 
dotto in filosofie occidentali ed Asiatiche, uno dei 
cervelli più luminosi dell'India. 

Riferisco una conversazione con un dotto 
Bramano che chiarisce sin da ora lo spirito re- 
ligioso Indiano e gioverà di guida a quanto dirò 
in seguito. 

Egli diceva: 

" Ogni cosa è illusione dei sensi, e pura 
" illusione dello spirito, la patria, la fratellanza 
umana, l'arte, l'amore, tutto ciò che piace, è 
" che colma la nostra esistenza tutto è illusione, 
" giuoco di luce sull'acqua. 

" Se tutta è illusione perchè correre dietro 



a 



20 



" ai fantasmi di fantasia ammalata, da malattie 
" ambientali ? 

" Meglio pensare a Brama, e immobilizzarsi 
" nella contemplazione dell'azzurro. 

" — Che cosa bisogna fare o sacerdote per 
"rendere meno inutile la vita? 

" — Cercare l'annientamento nell'essere su- 
" premo. * 

« — In Dio ? 

" — No, nell'anima del mondo. 

" — Che cosa è l'anima del mondo ? 

" — Tutto e niente, è Brama. 

" — - Ma Brama non è Dio ? 

" — No, Brama e più di Dio, è l'assoluto, 
" dal quale provengono, e nel quale si riassorbo- 
" no tutte le cose, il fuoco, l'etere, l'acqua, il vento, 
" le generazioni, tutto, tutto. „ 

Il saggio vecchio di Calcutta così parlava 
mentre ad Appellius venivano in mente i versi 
del Rig-Veda: 

Gli Oceani si disseccheranno, i monti crol- 
leranno, la stella del polo precipiterà, gli astri si 
polverizzeranno, spariranno gli uomini della terra, 
spariranno gli Iddii, resterà solo 1' " Assoluto. „ 

Uomo, volgiti verso l'assoluto che è il tuo 
destino ! 

Mentre scrivo queste note dall'Apocalisse 
Indiana, mentre seguo il saggio vecchio di Calcutta 



21 



nelle sue alte considerazioni che evocano una 
umanità fatta di fluidi, che vengono dall'assoluto 
e si perdono nello inconcepibile, sul mio tavolo 
trovasi un volume: 

" Le forze plasmatrici eteriche nel cosmo, 
nella terra, nell'uomo, una via all'indagine di ciò 
che è vivente. „ (1) 

* * * 

In tutte le religioni si può osservare un fatto 
importante partendo da un monoteismo assoluto, 
si finisce gradatamente a cadere in un politeismo 
esagerato. 

Partendo dal Dio unico degli Ebrei, geloso 
della propria divinità, che non vuole altre divinità 
inferiori di alcuna natura. Ebraismo che non am- 
mette nemmeno immagini sacre, o rappresentazioni 
di qualsiasi specie, si è arrivato al Cattolicismo 
dove il numero stragrande di Santi più o meno 
miracolosi, hanno fatto perdere ai buoni ed in- 
genui fedeli la vera adorazione di Dio ! 

Così avvenne in India. Brama, divinità supre- 
ma nella sua manifestazione, di potenza creativa, 
potenza distruttiva, e potenza ricostruttiva formò 
la grande trinità: Brama- Visnù-Siva. 

In tale concetto comune a tutte le religioni 



(1) Dott. Wachsmuth 



22 



risulta evidente il principio scientifico della eternità 
della materia: creata si trasforma, e nella distru- 
zione rinnova (I. N. R. I.) Ignea naturae, renovatur 
integra. 

Dallo stesso principio sorsero Iside-Osiride- 
Oros ed anche il Padre-Figliolo e Spirito Santo certo 
con significati ed attributi differenti, ma il concetto 
fondamentale è sempre quello. 

L'Onnipotenza di Dio fu espressa con l'arte 
della Creazione — la sua provvidenza con quella 
della conservazione — la sua giustizia con quella 
della distruzione. 

La massima parte degli Indiani adora una 
delle forme della divinità; ma i sapienti l'adorano 
tutte e tre nel concetto della Trimurti. 

In molte pagode trovasi una figura umana 
con tre teste chiamata Sari-harabrama; in altri 
luoghi la trimurti è adorata nella forma di un 
serpente con innumerevoli teste. Un Bramano di- 
ceva: 

L'Essere supremo che noi chiamiamo Visnù 
o altri chiama Siva è il solo onnipotente, egli è 
il principio dei cinque elementi, delle azioni e 
dei movimenti che formano la vita, egli tutto ha 
creato, tutto conserva, ma verrà il giorno che per 
legge tutto distruggerà. Questa fatale fine che si 
ritrova in tutte le religioni, non è solo atto di 



23 



fede, ma è principio scentifico, tutto è necessario 
che si distrugga per essere rinnovato ! 

E il Bramano così diceva: Dio si trova nel- 
l'interno di tutte le cose, e benché non abbia 
un corpo, alle volte prende figura, affinchè il po- 
polo che non sa concepire cosa senza forma, 
abbia un concetto e venga illuminato. 

Così in India, Visnù venne sotto forma di 
animale e come tale venne adorato; in occidente 
venne sotto forma di uomo, e sotto tale forma 
conservò le sue adorazioni. 

Le divinità inferiori, diceva il Bramano che 
noi adoriamo sotto innumerevoli immagini, sono 
creati e rappresentati per gli ignoranti o spiriti 
deboli, la cui religione grossolana ha bisogno di 
qualche cosa di materiale e palpabile; essi non 
potrebbero comprendere la grandiosità dell'Essere 
supremo come spirito puro. 

Ma chi sa comprendere Dio nella sua vera 
essenza non ha bisogno di idoli. 

Noi crediamo che gli animali e le piante, 
abbiano un'anima come la nostra, ecco perchè 
rispettiamo gli animali e chi li uccide compie 
delitto. Noi rispettiamo la santità di certi luoghi 
e di certi fiumi, perchè Iddio ha permesso di 
porgere le sue grazie, su quelli che li avrebbero 
visitati. 

Malgrado le necessarie diflferenze di caste. 



24 



tutti siamo d'accordo, che si deve temere e ser- 
vire Dio, la bontà di Dio non si oppone alla sua 
giustizia, la sua giustizia, non nuoce alla sua 
bontà; il segreto è impenetrabile e noi adoriamo 
la sua incomprensibilità. 

Brama è considerato come Dio Creatore, 
eppure in India non ha tempi, né culto, dirò in 
seguito il perchè, i sommi sacerdoti gli indirizzano 
ogni mattina le loro preci, e per acquistare maggiore 
grazia sogliono fare la cerimonia del Sandinava, 
e cioè abluzioni. Anticamente pare che Brama 
abbia avuto i suoi tempi, che furono distrutti dai 
fedeli di Visnù e di Siva. 

* * * 

Sarebbe troppo lungo e mi sarebbe impossibile 
riferire tutti gli episodi mitologici religiosi, che 
servono di interpetrazione dei tanti idoli ed im- 
magini che a migliaia popolano i tempi Indiani 
dirò delle più importanti trasformazioni di Visnù: 

La superbia di Brama fu causa della sua 
disgrazia, egli insultò Visnù, questi giurò di ven- 
dicarsi e vennero in lotta. 

Siva comparve tra i combattenti sotto forma 
di una colonna di fuoco che veniva su dal centro 
della terra e si perdeva per il cielo, fu stabilito 
chi avesse saputo trovare di essa il principio o 
la fine sarebbe riconosciuto primo Dio. Visnù 



25 



prese la forma di cignale, con le zanne scavò la 
terra, penetrò negli abissi per trovare il piede 
della colonna, dopo mille anni di lavoro e di 
ricerche ritornò umiliato a comunicare la propria 
sconfitta. 

Brama non ebbe migliore fortuna, sotto forma 
di uccello (annon) si elevò ad immense altezze e 
dopo aver volato 100.000 anni, venutegli meno 
le forze, ritornò sulla terra ma non volle darsi 
per vinto, e sostenne di avere raggiunto la som- 
mità della colonna e presentò quale testimone il 
fiore Caldeir, (anche gli dei mentiscono !) 

La menzogna non isfuggì a Siva, la colonna 
si spaccò, gli otto elefanti che sostengono il mondo 
vomitarono sangue, e le nubi furono divorate dal 
fuoco, ed il vero Dio apparve in mezzo alla colonna. 

Visnù si gettò ai suoi piedi adorandolo e 
Siva gli perdonò. Brama fu invece maledetto, e 
punito a non avere mai più un tempio sulla terra. 
Brama implorò da Siva un poco di misericordia, 
che infine gli venne accordata, nella concessione 
che la cerimonia e la preghiera dei Bramani 
sarebbero rimasti per lui. 

Gli indiani commemorano tale avvenimento 
con feste che chiamano " Paornomi. 



?5 



* * 



Brama sposò Sassuadi dea della scienza e 



26 



della musica, che viene rappresentata con un libro 
in mano e nell'altra uno strumento detto Kinneri. 
Brama è anche rappresentato con quattro teste e 
quattro braccia; le quattro teste sono l'emblema 
di quattro Veda; in una mano tiene un cerchio 
simbolo dell'immortalità, perchè non ha principio 
né fine, in un altro il fuoco che significa forza, con 
le altre due scrive sui libri la legislazione divina. 

Visnù sposò Bumidevi dea della terra e 
Latscimi dea della bellezza e felicità, da questa 
nacque Naumadine o Ananga dio dell'amore, rap- 
presentato da un fanciullo seduto su un pappagallo 
con un turcasso alle spalle, un arco in una mano, 
nell'altra una freccia ornata di fiori (Cupido). Questo 
Ananga dio dell'amore, sposò Radi, la dissolutezza 
rappresentata da una bella donna in ginocchio su 
di un cavallo, mentre scocca un dardo. 

Tutte queste figurazioni si osservano nei tempi 
di Visnù. 



Apparizioni di Visnti. 

Pare che le apparizioni di questo dio sulla 
terra sotto diflferenti forme, e varie circostanze 
siano state 21; ma io, nelle mie ricerche ho riscon- 
trato solo queste che verrò a narrare. 

I - Abbiamo una antica leggenda del diluvio 



27 



universale che con qualche variante ritroviamo in 
tutte le religioni. (1) 

Iddio chiamò il re Sattiavirada e gli ordinò 
di costruirsi una nave, questa si sollevò sulle 
acque, ma il re non sapeva come e dove guidarla, 
allora Visnù si tramutò in pesce e con una gomena, 
rimorchiò la nave, le acque che avevano coperta 
tutta la terra distruggendo l'umanità e le bestie, 
si ritirarono finito il diluvio, il re scese con sua 
moglie e la terra si ripopolò. 

Visnù nella stessa forma di pesce distrusse 
il gigante Canagascia per ricuperare i quattro Veda, 
involati a Brama ed ingoiati. In questa apparizione 
è adorato sotto il nome di Matscia-vatara, ed è 
rappresentato conia parte superiore del corpo umano 
con quattro braccia, la metà inferiore in forma 
di pesce a squame verdastre, la coda ripiegata, 
frastagliata in punta. 

Questa leggenda però trova riscontro in un 
fatto storico; 

Nei tempi antichi i Bramani ebbero interesse 
ad estendere il culto con molteplici riti ed attris 
buzioni divine, ciò era in urto con le dottrine 
dei Veda, che consideravano l'unità essenziale di 
Dio, perciò si misero in urto con i Bramani pro- 
vocando un conflitto. 



(1) Preistoria dello stesso Autore. 



28 



I Bracmàni riuscirono ad involare i libri dei 
Veda per mezzo dei quali acquistavano importanza 
superiore alle leggi ed ai principi, ma ne trovarono 
tre, dichiarando che mancava il quarto che si 
occupava della magìa. 

I veda, libri importantissimi dei quali parlerò 
ampliamente in seguito, trattano il primo dell'ori- 
gine e natura del Creatore, del mistero della 
materia, dell'umanità, e delle leggi morali che 
governano l'universo. Il secondo riguarda i doveri 
di chi è investito dal sovrano potere; nel terzo 
si contengono principi morali, l'amore alla virtù 
ed odio al vizio, il quarto di riti religiosi nei 
tempi, di sacrifici dei giorni festivi. 

Libri scritti in una lingua più antica dei 
Sanscrito, onde furono anche poco compresi dai 
Bramani, ciò diede luogo a dèi commentari, che 
forse non rispecchiavano affatto il concetto origi- 
nario; commentari che divennero alla loro volta 
libri sacri. Così nacquero i Sutra, 18 libri di 
lagomon ed i 18 Purana. 

II - In questa apparizione gli dei ed i gi- 
ganti volendo procurarsi l'immortalità seguendo il 
consiglio di Visnù, trasportarono la montagna di 
Mandraguiri nel mare di latte per cavarne FAsmur- 
dom essenza dell'immortalità, la circondarono col 
serpente Adissescien, e tirando alternativamente, 



29 



gli uni per la testa, gli altri per la coda, facevano 
girare la montagna su se stessa per cambiare il 
latte in burro. Però tiravano con tanta velocità 
che il serpente, stanco fu preso da brividi, acuti 
fischi uscirono dalle sue mille bocche, che fecero 
tremare il mondo, un torrente di fiamme uscì 
dai suoi occhi, palpitarono le sue mille lingue 
pendenti, e vomitò un terribile pesce. Gli dei ed 
i giganti impauriti scapparono, Visnù più coraggioso 
prese il pesce, se lo legò sul corpo, e quello di- 
venne quieto ed azzurro. 

Gli dei ed i giganti rincorati tornarono al lavoro, 
si affaticarono nel corso di millenni, e la montagna 
a poco a poco affondò nel latte. Allora Visnù 
prese la forma di testugine, scese nel mare sollevò 
la montagna e finalmente dal mare di latte sorsero: 
La Vacca Carmadenu, il cavallo Utsciasaravan, 
Velefante bianco Airipadan, l'albero Calpaga Vrut- 
sciam. E anche dal mare di latte sorsero la dea 
Latscimi, Sassanandi ed anche Nudevi dea della 
discordia e della miseria, ma nessuno la volle in 
moglie, ed è rappresentata nei tempi sopra un asino 
con una bandiera in mano dove sta dipinto un 
corvo. 

Dal mare di latte infine uscì il medico Da- 
nuvadri con un vaso pieno di Amurdon che 
Visnù distribuì soltanto agli dei. I giganti, disil- 
lusi dopo tante fatiche sostenute pieni di collera 



30 



si sparsero sulla terra e congiurarono contro la 
divinità, per lo che Visnù fu costretto a ritor- 
nare parecchie altre volte sulla terra per distruggerli. 

Ili - Notasi nei tempi Indi fra le varie 
sculture rappresentato anche il cignale come ani- 
male sacro, esso ricorda la lotta tra Visnù ed il 
gigante Ereniasciassen, il quale dopo avere fatto 
alle creature umane tutto il danno possibile si 
divertiva a sconvolgere la terra e ad appianare 
le montagne; per la qual cosa Visnù si vide co- 
stretto ad intervenire e prese la forma di cignale, 
assalì il gigante, gli squarciò il ventre; quindi 
entrò nel mare, scavò il fondo, portò la terra 
alla superfìcie e rifece le montagne. In questa 
apparizione è adorato sotto il nome di Varaguen. 

IV - Visnù venne sulla terra la quarta volta 
sotto forma di womo leone per distruggere il gi- 
gante Ereniano; questi aveva ricevuto da Brama, 
il beneficio di non potere essere mai ucciso, e 
così si fece riconoscere come Dio in tutto il suo 
regno. Il suo figliuolo però Pragaloden che godeva 
la grazia di Visnù, si rifiutò di adorarlo, dicendo 
che egli adorava solo dio dal cielo e che si trova 
in ogni cosa. 

Il padre irato abbattendo con un pugno una 
colonna del suo palazzo gridò; Si trova egli an- 
che qui? 

A queste parole la colonna si spezzò e com- 



31 



parve Visnù con la testa di leone ed il corpo 

umano, inveì contro il gigante gli squarciò il ventre 
e succhiò il suo sangue. — Così è rappresentato nei 
tempi sotto il nome di Marassina-Vataram. 

V - Viveva un tempo il terribile gigante 
Bely nella terra di Sorgon, egli pur essendo gene- 
roso e pieno di carità, inorgoglito della sua potenza 
scacciò gli dei delle sue terre. 

Visnù scese in terra e si presentò a lui sotto 
forma di un piccolo Bramano, e gli domandò tre 
passi di terreno per potersi costruire una capanna. 
Bely rise della richiesta, ma il piccolo Bramano 
rispose, che gli sarebbero stati sufficienti : Bely 
glieli accordò, e per garentire il suo dono gli versò 
della acqua sulla mano destra. Allora il nano si 
sviluppò così grandemente che riempì il mondo; 
misurò le terre con un passo, il cielo con un 
secondo, e richiese a Bely la sua parola per il 
terzo passo. Bely allora riconobbe Visnù l'adorò 
e gli presentò la testa. 

Visnù soddisfatto di tanta sottomissione, lo 
mandò a governare a Paudolon, e gli permise di 
tornare una volta l'anno nella sua terra nel giorno 
della luna piena di Novembre. 

VI - Questa apparizione è la più interes- 
sante: Visnù venne sulla terra col nome di Rama 
per combattere e distruggere il gigante Ravana 
dell'isola di Ceilon che si faceva adorare come 



32 



Dio ed era lo spirito del male. Questa epica av- 
ventura fu consacrata in uno splendido lavoro 
letterario detto Ramajana, scritto dall'eremita Val- 
miki, ed ancora si legge in India con interesse, 
ed i seguaci di Siva lo recitano a memoria. Ecco 
come Valmiki formò il verso Cloka e scrisse il 
Ramajana: 

Valmiki, l'ottimo dei Muni (santo) si recava 
al fiume Tamaso, giunto ad una tirtlia (luogo adatto 
per il bagno) egli disse al suo discepolo; vedi 
questa tirtha, senza ghiaia, pura e serena come 
la mente del giusto, ha il terreno uguale, il luogo 
è ameno, l'acqua è tiepida, l'arena è fine, vai a 
prendermi la veste di corteccia e torna presto 
dall'eremo. 

Poi fatte le libazioni ai Mani degli dei se- 
condo il rito, percorrendo la foresta lungo il Tamaso 
vide una coppia di aironi che svolazzavano presso 
il fiume, quando un cacciatore tese l'arco ed uccise 
uno degli uccelli in presenza del Muni. Come la 
femmina vide il compagno, disteso al suolo san- 
guinante, stridette gemendo miseramente. Allora 
quell'ottimo e pio bramano, addolorato del lamento 
della misera, lanciò questa maledizione : 



" Non mai ascenda a gloria, il cacciatore 

Che truce trafisse un airone 

Mentre il fuoco d'amore gli ardeva in core. 



n 



33 



Poi riflettendo su quanto aveva detto, volto 
al discepolo disse: Giacché il mio canto fu espres- 
sione di compassione sia detto Cloka. Il discepolo 
ascoltò le maravigliose parole del Munì e rispose: 
Così sia. 

Rientrando nell'eremo gli apparve Brama, il 
signore e creatore dei mondi, venuto per visitare 
il supremo rishi. 

Valmiki riconoscendolo, giunse in silenzio 
le mani, chinò il capo, stette in ammirazione e 
venerò dio, con l'acqua per le abluzioni con la 
pàtera ospitale, con l'offerta del sedile, col tocco 
dei piedi, e dopo essersi ancora inchinato a lui 
lo richiese della sua beatitudine. 

Ma Valmiki pur stando seduto vicino al padre 
dell'Universo, ancora era compreso dell'uccisione 
dell'airone e dei versi da lui pronunciati, e così 
rapito in ispirito gli venne di dire: " Opera triste 
fé l'empio cacciatore che crudele trafisse l'airone 
degli uccelli così dolce cantore „. Allora Brama 
sorridendo disse all'ottimo Muni: 

eccelso vate ! poiché a te questo canto è 
stato inspirito dalla morte dell'airone sia appunto 
detto Cloka e tu ottimo tra i rishi, in metri 
Cloka canterai le imprese operate nel mondo da 
Rama. Esponi le gesta come a te furono raccon- 
tate da Nàrada, narra quanto hanno operato i 
raksas (spiriti maligni). E finché vi saranno monti, 



34 



e scorreranno i fiumi il poema di Rama sarà cele- 
brato. Questo disse e disparve; e così Valmiki 
scrisse il Ramajana. Visnù venne sulla terra sotto 
forma di Rama nacque ad Ayodia da Dessarada 
re; a quindici anni abbandonò la casa paterna 
couducendo con se la moglie Sita, e suo fratello 
Latsciumana e si fece penitente. 

Sul monte Sitreconda istruì i suoi discepoli, 
insegnando la dottrina della rinascita, ed avendo 
fatto molti proseliti pensò di estendere le sue 
dottrine sino a Geylon. 

Quivi regnava Ravana, che forte nei suoi 
regni gli mosse guerra, e sconfisse più volte Rama, 
gli rapì la moglie Sita, e dopo molte vicissitudini 
Rama con l'aiuto di Hanumann il dio scimmia, 
vinse, ricuperò la sposa, distrusse Ravana e ritornò 
nei suoi stati dove governò 11.000 anni; dopo i 
quali lasciò il trono ai due suoi figli Cassen e 
Laven, ed egli e la moglie andarono nel vaiconda 
(paradiso dell'Universo). 

I Bramani non so fino a quale epoca sole- 
vano fare una speciale cerimonia in onore di Rama. 
La cerimonia si svolgeva così: 

Un bramano coperto da ricchi scialli e stoffe 
preziose ornato di fiori con in mano uno tsciaury 
di crini neri che egli agitava continuamente, can- 
tava le lodi di Rama. Tre assistenti che stavano 
dietro, ripetevano con cantilena i medesimi canti; 



35 



gli astantì ascoltavano con ammirazione. Questa 
cerimonia si faceva avanti le case dei pii Indiani, 
o nella prima corte. I padroni di casa sedevano 
in luogo eminente, le donne guardavano ed ascol- 
tavano attraverso un traliccio di bambù; solo le 
donne del popolo avevano la libertà di mostrarsi 
in publico. 

Ramajana e Mahabarata costituiscono le due 
più antiche e migliori opere letterarie dell'India, 
tutt'ora si studiano nelle scuole e si leggono nelle 
famiglie. 

Il Mahabarata non è conosciuto comunemente 
in Europa nel suo complesso, molti sono gli osta- 
coli che si frappongono tra questa opera e l'esi- 
genze spirituali ed estetiche. La diffusione di alcuni 
episodi, ed il canto religioso delle Bhagavad-Gìtà, 
non riescono a renderci il valore del poema nel 
suo insieme che è una delle più alte creazioni 
umane. 

Ad impresa così ardua occorreva il filologo 
e l'innamorato poeta, che rivivesse in quell'atmo- 
sfera, rendendo agli Europei, quella poesia sfron- 
data dal soverchio e del caduco. 

Questi fu Michele Kerbaker che ritorna a 
noi con l'edizione delle sue opere, promossa dalla 
R. Accademia d'Italia a cura di S. E. Formichi 
di cui Kerbaker fu devoto discepolo. 

VII - E ritornò ancora un volta Visnù 



36 



sulla terra in forma di nano per ins«gnare le 
pratiche della virtù ed il distacco dai beni di 
questo mondo. Parassumarana fu chiamato, guer- 
reggiò con i re della razza del sole, e li sconfisse, 
e diede i loro regni ai Bramani, con i quali spe- 
rava passare sereno i suoi giorni; ma nessuno di 
essi lo volle nei suoi stati, sicché non trovando 
asilo si ritirò presso i Gati. 

Là invocò Aruna dio del mare, pregandolo 
di ritirare le sue acque sino al tiro di una sua 
freccia: Varuna acconsentì; ma avvertito dal peni- 
tente Marada, che chi aveva fatto la richiesta era 
lo stesso Visnù, il quale avrebbe lanciata la freccia 
al di là di tutti i mari, e che egli non avrebbe 
saputo, dove riporre le sue acque, inconsolabile 
per il consenso dato e che non poteva più riti- 
rare, pregò il dio della morte a volerlo soccorrere. 
Questi si trasformò in formica bianca detta dagli 
Indiani trarla, ed una notte mentre Parassumarana 
dormiva, rosicchiò le corde dell'arco, quanto ba- 
stava per tenerlo un po' teso. Prassumarana l'in- 
domani nel tirare la corda si ruppe e la freccia 
cadde poco distante. Il terreno sorpassato dalla 
freccia si disseccò e formò le coste del Malabar. 
Prassumarana memore dell'ingratitudine dei Bra- 
mani, li maledisse ed ordinò che nell'avvenire chiun- 
que fossemorto in questo nuovo soggiorno, sarebbe 
rinato sulla terra sotto forma di asino. Per lo che in 



37 



questa terra proscritta non vi è mai vista una 
famiglia di Bramani. 

Vili - Riferisco per ultima la più impor- 
tante leggenda religiosa dell' India, F apparizione 
di Visnù sotto forma del dio pastore Krisna o 
Quiscena, che ancora molti adorano in India. 

Egli nacque da Devegni sorella del re Can- 
gien di Madura; a questi era stato predetto che 
sarebbe stato ucciso dal nono figlio di sua sorella; 
e Krisna era appunto il nono figlio. 

Egli nacque con tanto splendore che sua 
madre l'adorò come un dio, ed avendo egli rice- 
vuto sin dalla nascita la facoltà di parlare, disse 
che fosse consegnato ad Assuadè moglie del capo 
pastore del villaggio di Goculam per sostituire la 
figlia della medesima. Così fu fatto, e Krisna 
sfuggì alla persecuzione dello zio. Cangien infu- 
riato saputo del parto della sorella si recò da lei, 
prese la neonata per i piedi per schiacciarle la 
testa al muro; ma la bimba con una pedata all'ad- 
dome lo rovesciò, si sollevò nell' aria come una 
dea con otto braccia e gli disse: Visnù è tuo 
nipote e ti darà la morte; e disparve. Cangien 
tormentato da questo pensiero, dopo avere inutil- 
mente ordinato ricerche per tutto il regno, decise 
che tutti i maschi di quella generazione fossero 



38 



trucidati. (1) Assuadè amorosa credendo Krisna 
suo figliolo lo nascose, sottraendolo dalla strage 
degli innocenti. 

Krisna giovinetto era custode di greggi, col 
suo flaudo allettava gli uomini e gli animali, e 
si rese celebre per avere ucciso il serpente Calen- 
gam che viveva sulle rive del fiume lomunadì. 
In memoria di questa avventura Krisna nei tempi 
è rappresentato attorcigliato da un cobra, ed altrove 
danzante sul serpente. 

Krisna uccise tutti i cattivi giganti che Can- 
gien mandava in giro per uccidere bambini, quindi 
si creò molti ammiratori e seguaci e mosse guerra 
al crudele zio, l'uccise ed il destino fu compiuto. 

Divenuto re, diede aiuto a molti altri re vir- 
tuosi; ma vedendo arrivare la quarta età e non 
volendo più restare su questa terra si fece ucci- 
dere da un cacciatore. 

Darma Raja fece alzare un rogo in riva al 
mare per bruciare il cadavere, ma egli morendo 
aveva ordinato al mare di portarlo via, prima 
che fosse consumato dalle fiamme, perciò le onde 
si sollevarono e lo portarono via prima che la 
combustione fosse completa. 

Paritscitu successore e nipote di Tarna, vide 



(1) È la leggenda delle strage degli innocenti passata nella 
religione Cristiana, come persecuzione contro Cristo bambino. 



39 



in sogno Visnù che gli disse: Va sulla riva del 
mare dove troverai il corpo di Krisna, portalo 
teco, chiudilo in un tempio per la durata di sei 
mesi, dopo i quali lo farai vedere a chi vuole 
adorarlo. 

Paritscitu con gran seguito di Branami si recò 
alla riva, dove trovò il corpo di Krisna; con gran 
pompa lo portò in un tempio, ma spinto dalla 
curiosità, dopo tre mesi volle rivederlo, e lo trovò 
trasformato in pietra. 

Quella pietra divenne divina ed adorata in 
molti posti dell'India. Altra pietra adorata come 
rappresentazione di Visnù è la pietra Salagaman, 
una conchiglia petrificata di colore nero, pietra 
tanto adorata, quanto il Lingam di Siva, come 
dirò in seguito ed i riti sono uguali. 

Chi la possiede, la tiene avvolta in panno- 
lini, la mattina la lava in un vaso di rame e poi 
le rivolge le preghiere. 

I Bramani dopo averla lavata la ripongono 
sull'altare la profumano, mentre gli assistenti reci- 
tano le preghiere, poi distribuiscono ai fedeli, un 
po' dell' acqua del lavaggio della pietra, come 
acqua benedetta, purificatrice di peccati. 

Pare che Krisna non sia una figura mitolo- 
gica ma sia veramente esistito circa 3150 anni 
A. C. e come Fo-hi; come Zoroastro, Buddha, cercò 
stabilire la pace fra gli uomini predicando dot- 



4a 



trine di morale e di virtù; ma il suo sforzo ebbe 
un risultato solo locale. Figlio di pastore non seguì 
la via paterna, con la sua viva intelligenza com- 
prese, che il naturalismo conduceva alla morte 
morale del popolo, e che occorreva alla folla un'i- 
deale, che si nutre di speranze. 

Il dogmatismo degli iniziati gli sembrò cosa 
molto astratta, e troppo lontano dalla realtà della 
vitali occorreva trovare un termine di mezzo, che 
sopprimesse la lotta tra l'uomo e la donna Vod 
ed Eva e li confondesse in una unità accessibile 
al volgo. 

Divenne un iniziato, mèmbro del consiglio 
degli dei, cercò la soluzione del problema che 
angosciava le terre ed il mezzo di rinnovare il 
patto d'amore. 

Krisna svelando i misteri degli iniziati, rive- 
lando il mistero della trinità, cercava di fare 
cessare il conflitto teologico tra i sostenitori del- 
l'uomo e quelli della donna, ed unirli nel culto 
dell'anima del mondo. Ovvero in quel sentimento 
eterno, universale che precipita gli amanti uno 
nelle braccia dell' altro, e che si manifesta nel 
piano materiale, con V invincibile attrazione dei 
sensi. Fu egli che chiamò la trinità Brama- Visnù- 
Siva. Intelligenza, Sentimento, Istinto, (uomo-donna- 
figlio) (cielo-terra-uomo). Ma perchè gli avversari 



41 



fossero anche contenti stabilì una trinità femmi- 
nile: Sarasvati-Lacmi-Bavahmi. 

Proponendo all'adorazione del popolo questa 
trinità, credette ricondurli alla concezione dell'u- 
nità, e disegnò Visnù come l'anima del mondo, 
cioè quel sentimento che risiede in ogni cuore, 
fecondato dall'intelligenza, che partorisce amore? 
fede e carità, gioia nel sentirsi buono in faccia 
alla miseria, paternità che feconda i popoli in 
una unica famiglia. 

Visnù era per l'uomo il bacio della donna, 
era per la donna la carezza dell'uomo, era l'amore, 
il sentimento ineluttabile che crea la beatitudine 
del focolare, il legame magnifico che unendo i 
sessi genera la vita! 

Come simbolo scelse il sole su campo azzurro, 
il sole, soggiorno d'anime glorificate, che scuote 
la terra con fremito di gioia. 

Poi riservando ai tempi la tradizione dell'a- 
riete ed il segreto dell' agnello, adottò il toro e 
la vacca, che i lonisti e le Druidesse avevano 
preso per emblemi; il toro significa il sole per la 
sua forza, la vacca rappresenta luce, dove si ab- 
beverano gli umani, la quale distribuisce a tutti 
il suo latte. Così la vacca fu in India un simbolo 
non una divinità, col tempo il simbolo diventò 
oggetto di venerazione, come in Egitto il toro 



42 



diede il Dio Api; coinè i Cristiani adorarono la 
colomba e l'agnello. 

La bella dottrina di Krisna doveva risolle- 
vare i popoli indirizzandoli sulla via del bene e 
della fratellanza umana, ma inutile speranza. 

Il grido della carne domina le masse, sop- 
prime ogni ragione, evapora ogni spiritualità, e 
Krisna lottò accanitamente contro tutti, ma fu 
sopraffatto, fu travolto; e l'uomo che aveva pen- 
sato di salvare il mondo, fu trafitto dalle frecce, 
un giorno che si era allontanato dai suoi disce- 
poli, per meditare sul sistema più facile per pro- 
seguire il lavoro per la redenzione del mondo. 

Dopo 3000 anni che Krisna moriva crivel- 
lato di frecce, il martire di Nazaret agonizzava 
sulla croce, vittima dello stesso sogno di redenzione. 

Aveva ragione Confucio quando disse che il 
più grande errore di un uomo ben pensante, è 
quello di sacrificarsi a beneficio dell'umanità in- 
cosciente, che prima uccide il maestro, e poi lo 
adora come Dio! 

La morte di Krisna scosse l' India dal suo 
torpore essa comprese di avere perduto il suo vero 
dio, e la figura di questo messia che s' immolò 
per una causa santa, s'ingrandì al punto da ren- 
derlo divino. 

Gli iniziati approfittarono di questo risveglio 
per stabilire solidamente il culto di Brama- Visnù- 



43 



Siva, per fortificare le caste secondo il codice di 
Manu, rendere più segrete le iniziazioni dei Bra- 
manì, sintetizzando le trinità nel sacro motto Aum, 
poi sulla vita del martire, fu tessuta con arte 
una divina leggenda che servì come modello ai 
discepoli d'Orfeo, di Buddha di Cristo. (1) 

L'antica leggenda Indiana parla infatti di 
Krisna concepito da uno spirito santo nel seno 
di una vergine, il che significava che la volontà 
umiliando il serpente del desiderio e generando 
l'agnello della pace, non può nascere se non dalla 
intelligenza, vergine di ogni pratica carnale e sola- 
mente innamorata dello spirito. E voleva dire 
ancora che l'anima umana non è frutto dei sensi, 
ma di un'onda di vita, una ed universale. Essa 
sola può concepire un Krisna, ovvero sentimento 
rigeneratore dei mali del corpo, leva misteriosa 
di beatitudine terrena; la vergine Devaki che par- 
torisce Krisna era l'azzurro, che con la forza uni- 
versale, crea il luminoso Sole. — La parola Kri- 
sna significa nero, perchè così si presentò Visnù 
nella sua incarnazione; anche un fiume che attra- 
versa il Decan si chiama Krisna ed è fiume sacro. 

Leggende sacre su Krisna. 

Brama comparve al re ludramena e gli disse: 



(1) ScHURÈ, - Gli Iniziati. 



44 



Costruisci un nuovo tempio ed appena l'avrai 
compiuto Krisna apparirà sotto forma di un tronco 
d'albero sulla riva del mare. Trasporterai con 
gran pompa il tronco al tempio ed incaricherai 
un valoroso artefice a dargli la figura del dio. 
Collocherai presso Krisna il fratello e la sorella, 
offrirai sacrifici giorno e notte, specialmente il 
mattino mezzogiorno e sera. Ricordati aggiunse 
che Krisna e Visnù il grande dio, e siccome non 
potrà consumare la grande quantità di viveri che 
gli verrà offerta dai fedeli, gli uomini mangeranno 
gli avanzi per purificarsi. 

Per darti un'idea dell'azione purificatrice di 
tali avanzi, basta dirti che se un parìa, togliesse 
dalla bocca di un cane del riso destinato a Kri- 
sna, per portarlo alla bocca di un bramano, questo 
riso è così puro, che purificherebbe all'istante il 
bramano che lo avesse mangiato. ■ 

In onore di Krisna si compiono ancora delle 
rituali feste, che si celebrano come ritorno di 
primavera in omaggio al dio amore. 

Gli amori di Krisna furono cantate nel Gi' 
tagoviiida di layadeva; simulacri del dio vengono 
portati in processione, si spargono fiori sull'altare, 
si recitano inni, si decorano con fiori le case é 
le strade, si accendono falò, e la folla balla. I 
viandanti si gettono addosso della polvere rossa 
di Curcuma, non si porta rispetto a chicchessia 



45 



ed il Professore Carlo Formichi, durante la sua 
residenza in India quale insegnante all'Università 
di Santiniketan, fu aggredito come atto di omaggio 
dai suoi studenti, che lo adoravano, e dai quali 
fu coperto di tanta polvere rossa, che dopo una 
settimana di lavaggi non era riuscito ancora a 
levarsela tutta. (1) 

Negli usi antichi Indiani riferiti da Nicolò 
Conti, si trova invece della polvere, dell' acqua 
gialla, posta ordinatamente per le vie, che si but- 
tava addosso a quelli che passavano " per modo 
che bagnavano anche il re e la regina e di questo 
ognuno ne rideva. „ 

Tale ricorrenza aveva luogo nei giorni di 
luna piena del mese di Kaiha cioè al principio di 
aprile; oggi si celebra nel giorno del plenilunio 
del mese di Phalguna cioè fine Febbraio. 

Ritornando alla sacra leggenda, i Bramani 
trovarono infatti sulla, riva del mare un tronco di 
albero, che fu trasportato con gran pompa al tem- 
pio, dove un artefice s'impegnò di ritrarre in 
una notte F immagine del dio a condizione che 
nessuno l'avesse visto e disturbato. 

Il re impaziente violò la consegna, il fale- 
gname abbandonò l'opera sua e sparì. Ecco per- 
chè il dio Krisna del tempio di Jaggernath rimase 



(]) India e Indiani - Cahlo Formichi. 



46 



solo un accenno di forma umana, scolpito sul 
tronco, come trovasi tutt'ora. 

Questo tempio un tempo ebbe importanza 
grandissima, qui accorreva gente di tutte le reli-' 
gioni, prestavano servizio circa 4000 persone; 
100 devadasi avevano il compito di cantare e 
danzare a turno due volte al giorno. 

L' entusiasmo religioso nelle processióni era 
inconcepibile quando il simulacro passava su un 
pesante carro a forma di piramide a due piani, 
sul quale prendevano posto bramani musici e dan- 
zatrici, carro tirato con grossi cavi da migliaia di 
persone, una follia religiosa sembrava invadere 
l'immensa folla... 

Disperate invocazioni della terra, ad un so- 
gnato paradiso lontano ! 

Dottrine Bramaniche. 

La dottrina Bramanica ha per base l'inse- 
gnamento dei Jogi spogliato dalle leggende, dai 
riti, dalle superstizioni volgari; cioè resta l'unione 
mistica dell'io interiore, con l'io superiore; e ciò 
rende l'uomo onnipossente, omnisciente, perchè 
l'uomo si congiunge con Dio, forza e coscienza 
Suprema. 

Si resta stupidi nel considerare la distanza 
enorme che passa tra tante elevate dottrine, e 



47 



quello che si osserva nei tempi e nelle vie di 
Benares. Se domandate il perchè ad un bramano, 
egli vi risponde: 

Noi non abbiamo bisogno del culto esteriore, 
ma questo è necessario alla folla ignorante, incapa- 
ce di assimilare concezioni filosoj&che e scientifiche. 
A bassa gente, basse cose, basse credenze; noi ci 
siamo elevati ad alte sfere superiori, e non ab- 
biamo bisogno dei multiformi aspetti del culto Indù, 
ma alle folle, questi riti, forme esteriori sono 
necessari per la loro vita religiosa. 

L'essenza spirituale consiste nella liberazione 
dell' uomo dalle dolorose successioni di nascite e 
morti, occorre chiudere il cerchio delle trasmi- 
grazioni dell'anima, che è potenzialmente divina 
e che non può tornare a Dio se non nello stato 
di purità. 

Lo scopo della vita deve essere quello di 
rendere manifesta questa nostra divinità interiore 
mediante un controllo continuo e col dominio 
della natura interna ed esterna, con la disciplina 
psichica e la forza di volontà. 

Non vi è godimento vero su questa terra, 
dove tutto è piantò, dolore, o quanto meno ram- 
marico continuato; dove rotolano alcune palle 
d'oro, e gli uomini si accapigliano a rincorrerle; 
dove tutto è fuggevole ed illusorio. L'uomo deve 
comprendere che l'Io dell'Universo è il suo Io 



48 



e che deve purificarsi con la rinuncia, col Ioga. 

La scuola deiVedanta si divide in due rami: 
Dvaita, e Avvaida. Il sistema filosofico dei primi 
ammette due cose reali Dio e la Materia. Dio 
presente in ogni cosa, penetra la materia e si in- 
corpora in essa, diventa divina, come la nostra 
anima è divina, ma dal momento che essa è unita 
al corpo, si trova imprigionata e sepolta nelle te- 
nebre dell'ignoranza e del peccato; e dura in 
questa posizione finché attraverso pratiche di con- 
templazione e di penitenza, si possa giungere ad 
un grado di saggezza e di perfezione che le con- 
sente di riunirsi inseparabilmente e per sempre 
alla di vita. 

Scuola filosofica quasi analoga al pensiero 
Cristiano. 

La scuola Avvaita riconosce un solo essere, 
un sólo dio, e va in questo grido trionfale " Io 
sono Dio. „ La creazione è impossibile, una ma- 
teria preesistente ed eterna è una chimera; l'Uni- 
verso e gli esseri che l'abitano sono un' illusione, 
un prodotto di Maja, tutto quello che crediamo 
di vedere è illusione dei nostri sensi; il giuoco 
delle illusioni non finisce, perchè lo spirito è 
turbato dalle passioni, liberatelo, e vi accorgerete 
che il vostro Io è Dio; il resto è illusione!! 

Aham - èva - param - Brahma - (Io stesso 
sono Dio!). 



49 
Scuola del Ioga. 

Abbiamo detto che le dottrine Bramaniclie 
poggiano sul Ioga; Ioga non è una impostura come 
si crede comunemente in Occidente, la nostra 
mentalità non arriva a concepire le grandi e straor- 
dinarie manifestazioni che può dare l'uomo, quando 
dopo una preparazione spirituale, che s'inizia sin 
dalla prima età, riesce a liberare dal suo orga- 
nismo delle forze occulte speciali, che hanno potere 
di dare manifestazioni miracolose. L'apparecchio 
radio, è un miracolo della scienza, ma F uomo 
per sua natura è dotato di proprietà radio attive 
per mezzo delle quali, può mettersi in rapporto 
con altro a distanza; cosa che fanno i logi. 

Ultime ricerche scentifiche hanno dimostrato 
che gli insetti hanno la proprietà di potere co- 
municare a distanza tra di loro cosa che anch'io 
avevo accertato con esperienze molti anni fa, e 
che si riteneva dovuta ad una forza chiamata 
istinto, oggi la teoria dell'istinto è caduta. 

La fisica ha dimostrato che agendo con forze 
speciali, si può ottenere la dissoluzione e la scom- 
parsa apparente di un corpo solido, ed invertendo 
i fattori ottenerne la completa restituzione. 

Fenomeno oramai indiscusso, che si ottiene 
anche in quelle sedute metampsichiche, dove il 
medium liberando le sue energie fisiche nello 



50 



stato di trance, acquista la facoltà, di fare scom- 
parire degli oggetti, che poi si ricompongono e 
ricompaiono a distanza. 

Un logi compie sveglio ciò che si ottiene 
coU'apparecchio fisico, o allo stato di sonnambu- 
lismo. 

Ma come si acquista tale potenza? Come si 
ottiene la liberazione a volontà di queste forze 
occulte che esistono in noi? Con la scuola dei logi. 

Io darò al lettore qualche nozione di questa 
scuola, però non cerchi di metterla in pratica, 
non riuscirebbe a niente, essendo necessario uno 
stato psicologico speciale e la guida di un Guru 
(maestro spirituale); se volesse pigliare sul serio 
r insegnamento correrebbe pericolo di cadere in 
qualche grave squilibrio mentale. Dico questo 
perchè ho cercato anch'io di ottenere se non molto 
almeno qualche cosa; l'effetto fu disastroso. 

Mi ritirai per qualche tempo di piena estate, 
su una solitaria montagna, alimentandomi di de- 
ficiente nutrizione, e quando le tenebre scende- 
vano sulla terra, e la volta celeste cominciava a 
brillare di quell'infinità di corpi lucenti; io pigliando 
la posizione stabilita, per la concentrazione del 
pensiero ripetendo le magiche formole, restavo 
delle ore intiere, completamente estraneo ad ogni 
cura terrena, ed all'esistenza del mio corpo stesso; 
a poco a poco sentivo realmente come una qual- 



51 



cosa d' inconcepibile elevarsi dalla mia anima e 
fondersi in quell'immensità di vita di quell'uni- 
verso che silenzioso mi circondava. 

Ho progredito fino alla 6* lezione, ed ho 
dovuto smettere, incominciavo a sentire la mia 
ragione vacillare, non ero più capace di ritornare 
sereno al mio studio giornaliero. 

Dunque lettore, leggi, impara, e tira innanzi 
come sei vissuto per il passato, un sorriso, una 
lagrima, una gioia; e poi verrà la morte a schiu- 
derti le porte del Mistero! 

La Ioga spiega i vari processi che si svol- 
gono nel tessuto mentale, gli sviluppi delle onde 
del pensiero, insegna la concentrazione, la medi- 
tazione, la distruzione di tutte le tendenze, la 
parola manifesta della divinità, il raggiungimento 
della perfezione. 

La parola rappresentativa della divinità è 
AUM ripetere la parola AUM e pensare al suo 
significato, è come scegliere una buona compagnia 
per la mente e dentro la mente. L'esercizio im- 
portante è quello della respirazione. 

Imparato ad immobilizzare il corpo in una 
posizione in modo da non sentirlo quasi più, 
tappatevi coU'indice la narice destra, e pensando 
la parola Aum respirate lentamente ma profon- 
damente con la narice sinistra, ad ogni respiro 
si allarghi l'addome. Trattenete un poco il respiro 



52 

poi tappatevi la narice sinistra e restituite il re- 
spiro alla narice destra. In un secondo tempo 
respirate lentamente ora con 1' una ed ora con 
l'altra narice, ed emettendo il respiro con la bocca 
pronunciare Aum. 

Quando avrete fatto una serie di questi eser- 
cizi, una gran luce calma bianca riempirà il vostro 
cervello. 

Secondo Pantojali la Ioga dà agli uomini 
poteri straordinari, le percezioni divengono così 
fini, che possono vedere la luce emanata da ogni 
essere vivente. 

I logi possono modificare la natura del corpo 
in modo da essere esenti da malattie; col potere 
della mente assorbono l'energia cosmica, la tra- 
smettono a distanza, possono quindi conoscere i 
pensieri degli uomini; possono rendersi invisibili; 
vedere gli avvenimenti più lontani, entrare in un 
corpo morto e fare sì che questi si alzi, si muova, 
entrare in corpo vivente e tenerne la mente sotto 
il proprio dominio; il logi al massimo grado di 
perfezione non è più un uomo ma una forza 
cosmica! 

Questi straordinari poteri, che sembrano di 
fantasia esaltata trovano riscontro in quanto verrò 
a dire trattando del Signore del Mondo nel capi- 
tolo della Mongolia. 

Fenomeni certo straordinari, ma ormai non 



53 



incomprensibili, perchè è dimostrato che le nostre 
facoltà mentali, non hanno funzioni fisse e de- 
terminate, è dimostrato che da queste emanano 
correnti di energie, prodotte da vibrazioni, che 
possono dare fenomeni a distanza ed agire sulla 
materia. 

Quanto più un organo è esercitato tanto più 
aumenta la sua capacità funzionale, lo stesso av- 
viene per le facoltà mentali. 

Riassunto dei Mautram. 

Quando l'anima percepisce se 
medesima come un centro circon- 
dato dalla circonferenza: quando 
il sole sa di essere sole, circondato 
dai pianeti roteanti intorno, al- 
lora è il tempo della sapienza 
del potere 

del Signore 

La suprema intelligenza dell'universo — l'As- 
soluto ha manifestato l'essere che noi chiamiamo 
uomo, — la manifestazione suprema di questo pia- 
neta. L'assoluto ha manifestato un'infinità di forme 
di vita dell'Universo tra questi mondi lontani soli, 
pianeti, stelle ecc.. molte di queste forme sono 
sconosciute a noi in questo pianeta ed è impos- 
sibile la loro concessione alla mente dell'uomo 
comune. 



54 



Prima clie l'uomo tenti a sciogliere il segreto 
dell'Universo esteriore deve impadronirsi dell'Uni- 
verso interiore, il regno dell'essenza individuale. 

Quando avrà compiuto ciò allora potrà e 
dovrà progredire per conquistare la coscienza ulte- 
riore, l'uomo per quanto concerne questo pianeta 
è la manifestazione più elevata dell'Assoluto, è 
un essere di mirabile organizzazione, l'uomo comune 
conosce poco la propria natura reale. 

La vita fisica del corpo rassomiglia a quello 
della pianta; molti bisogni fisici ed emozioni sono 
affini a quelli di animali inferiori, e nell'uomo 
non evoluto questi bisogni e queste emozioni 
predominano e soverchiano la natura elevata. 

L'uomo ha un mondo di caratteristiche men- 
tali che gli sono proprie e non sono possedute 
dagli animali. 

Oltre le facoltà mentali, ci sono ancora facoltà 
ulteriori latenti, le quali quando si manifestano 
rendono l'uomo più elevato degli altri individui 
comuni. 

Per lo sviluppo di queste facoltà latenti e 
superiori lo scrittore Indiano Ramacaraka detta 
dodici lezioni che io riassumo in breve : 

I - (io) Io sono il centro attorno a me si 
aggira il mio mondo, io sono un centro d' in- 
fluenze e potere, sono centro di pensiero e cono- 
scenza. Io sono immortale e non posso essere 



55 



distrutto, io sono invincibile e non posso essere 
sofifeo. 

II - Io sono una entità la mia mente è stru- 
mento di espressione io esisto indipendentemente 
dalla mia mente, e sono indipendente per unità 
ed esistenza, sono padrone della mia mente, io 
posso distinguere, analizzare serenamente, sensa- 
zioni, passioni, desideri, facoltà intellettive come 
appartenenti al non io ma ancora resta qualche 
cosa che non riesco a superare da me, cioè: l'Io 
esterno costante, immutabile. 

Ili - Non vi è forma ultima di materia, né 
forma ultima di energia, né forma ultima di mente. 
La materia procede dall'energia, l'energia della 
mente, e tutte sono emanazioni dell'Assoluto. 

Triplice apparenza, unica sostanza. 

La vita è unica e pervade l'universo, il mio 
corpo é unico con la materia universale, la mia 
forza vitale é unica con l'energia universale, e la 
mia vita è tutt'una con la vita dell'universo, dunque 
è eterna. 

L'Assoluto ha manifestato se stesso nell' " io- 
reale „ che sovrasta ed abbraccia tutti gli lo 
apparentemente separati. 

Sento che sono una manifestazione dell'As- 
soluto e che la vera essenza é in me, sono pieno di 
divina sapienza, sono conscio della identità in 
ispirito, in sostanza con l'unica realtà. 



56 



IV - Io sono una volontà," mia proprietà ina- 
lienabile, mio diritto, io determino di coltivarla 
di svilupparla con la pratica e con l'esercizio. 
La mia mente ubbidisce alla mia volontà, io affer- 
mo la mia volontà sopra la mia mente, io sono 
padrone della mia mente. 

Sento la mia forza, sono centro di energia, 
di forza e di potere. 

V - Io uso l'attenzione per sviluppare le. mie 
facoltà mentali così da dare al mio Io strumenti 
perfetti di lavoro, e sto portando la mia mente 
ad un grado di capacità da lavorare a perfezione. 

VI - Io sento che sono un'anima che possiede 
canali di comunicazioni col mondo esteriore; io 
li adopero e per loro mezzo acquisterò le nozioni 
necessarie per il mio sviluppo mentale, io svilup- 
però i miei organi sentori, perchè so di aiutare 
lo sviluppo dei sensi superiori, dei quali sono 

solo precursori e simboli. Io voglio essere com- 
pletamente " Sveglio „ l'universo è la mia dimora, 
io voglio esplorarla. 

VII - Io sono un essere molto più grande e 
superiore di quanto ho creduto fin'ora. Io mi 
evolvo gradualmente, ma sicuramente, verso piani 
di conoscenza superiore, la mia meta è la realiz- 
zazione del vero Se; io sono manifestazione di 
realtà. 

Vili - Riconosco già il mio Io più vasto di 



57 



quanto credevo, al di sotto ed al di sopra della 
consapevolezza esistono piani mentali, verso cui 
mi elevo, e questi mi danno la scienza, il potere 
e la gioia. Io sono a metà strada, sono signore 
della mia mente, ne esercito il controllo sulle 
fasi interiori, e chiedo alle superiori quanto possono 
oflFrirmi. 

IX - Io sono il signore della mia anima. 

X - Io ho in me un gran campo mentale al 
mio comando e soggetto alla mia signoria. Questa 
mentalità lavorerà per me, quando io lo chiederò 
ed è costante, infaticabile fedele; io signoreggio 
il corpo, la mente, la coscienza, la sub-coscienza. 
Io sono centro di potere, forza e conoscenza. 

XI - Io sono signore delle mie abitudini men- 
tali, io controllo il mio carattere, modifico il mio 
temperamento, e chiamo in mio aiuto le forze 
della natura. 

XII - Vi è soltanto una vita Universale, una 
vita unica che tutto plasma, questa vita si manifesta 
in me, ed in ogni altro essere, forma e cosa. Io 
riposo in seno al grande oceano della vita, e questo 
mi sostiene, e mi trasporta sicuro, anche se le 
onde si abbassino o si sollevano, attraverso l'in- 
furiare delle tempeste o il fragore dell'uragano. 
Io sono sicuro dell' oceano della vita, e mi ral- 
legro quando sento il variare delle sue onde, 
nulla può più danneggiarmi, io sono un tutto 



58 



con la vita Universale; io sento il suo potere, la 
sua sapiènza e la sua pace, sono sotto, sopra e 
dentro di me. vita Universale aprimi te stessa 
attraverso me, io vivo la tua vita, ed apro me 
stesso, alla tua piena manifestazione, al tuo im- 
pulso alla tua potenza. 



" Io sono Dio. 



n 



Aidyar è in India il centro della scuola teoso- 
fica mondiale largamente diffusa anche in occidente; 
i teosofi dell'India studiano la Ioga. Il Magrini 
ha avvicinato jnarajadasa grande scienziato Indù 
e vice presidente del circolo di Aidyar, gli ha 
chiesto notizie circa 1' occultismo, scienza nella 
quale egli è maestro. 

I poteri occulti, egli rispose, sono manifesta- 
zioni semplici, quando si ha raggiunto un certo 
grado di perfezione spirituale, si può operare la 
trasformazione della materia, si può vedere ciò 
che avviene a grande distanze, leggere il pensiero 
ed avere la chiara vegenza sul passato e sul fu- 
turo. 

Ecco una carta geografica del continente Atlan- 
teo disegnato da un teosofo chiaroveggente. (1) 

Ma perchè domandò Magrini non divulgate 
le vostre dottrine con esperimenti in publico, in 



(1) Scott-Eliot 



59 



modo che anche noi Occidentali potremmo venire 
a conoscenza di fenomeni tanto importanti ? 

Le nostre dottrine, rispose janarajadase non 
sono fatte per voi occidentali; del resto voi forse 
chiedete ai vostri fisici e chimici, di dimostrarvi 
in pubblico sperimentalmente le loro asserzioni 
scientifiche ? 

Cosa fareste voi, se una rivelazione improvvisa 
vi facesse vedere quanto noi vediamo ? 

Sono rimasto perplesso dice Magrini e mi 
ricordai della risposta che diede Gaetano Negri ad 
Angelo BrofFerio nella discussione sullo spiritismo 
" che cosa farei e che cosa direi se vedessi tutto 
ciò che voi affermate di vedere? Mi metterei subito 
a letto, con un Kg. di ghiaccio sulla testa, e 
chiamerei subito il medico. 

Fachiri. 

Dopo avere esaurientemente parlato della scien- 
za occulta dei logi, in termini teorici, ripigliere- 
mo l'importante argomento trattando dei misteri 
della Mongolia. 

In questo capitolo mi occuperò dei Fachiri. 

Gente esaltata, anticamente chiamati Gimno- 
sofisti, si dividono in due grandi categorie, ricono- 
sciute da molti secoli, l'una per la devozione e 
per le assurde pratiche religiose, credendo di 



60 



acquistare maggiore merito presso Dio, sacrii&cando 
in mille modi il loro corpo. 

L'altra dei Mahatma (anima grande) che ri- 
nunciano ad ogni gioia, terrena, dedicandosi agli 
insegnamenti morali, ed all'adorazione delle divi- 
nità. 

Il fachirismo che aveva avuto in principio una 
sorgente luminosa e purissima, a poco a poco co- 
minciò a degenerare riducendo il fachiro ad una 
speculazione di accattonaggio. I fachiri si distin- 
guono in diverse categorie secondo le loro mani- 
ffestazioni : 

I Porom-hungs, uomini che secondo la super- 
stizione indiana erano discesi dal cielo, che po- 
tevano vivere mille anni, senza prendere cibo, e 
che gettati nell'acqua o nel fuoco non perivano. 
Questi erano accolti con venerazione ed onorati 
con le più ridicole cerimonie. 

I Dondy pretendono di avere una perfetta 
comunicazione con le divinità, e non rendono 
alcun culto agli dei, portano sempre in mano un 
bastone all'estremità del quale attaccano un pezzo 
di tela rossastra. Essi godono molta reputazione, 
camminano in compagnia di venti, trenta indi- 
vidui, entrano nei ricchi giardini dei signori in- 
diani, i quali onorati di tale visita, danno loro 
quanto possa bisognare. — Il capo dei dondy è 
generalmente un dotto, che spesso è intervistato 



61 



dagli stessi Bramani, per chiarimenti su dubbie 
interpetrazioni religiose. 

I fachiri erano anche chiamati Saniassi, nome 
che conservò una setta pericolosa ; invece di reli- 
giosa è una setta brigantesca ; vanno in molti per 
campagne solitarie, rubano, saccheggiano, compiono 
ogni specie di vessazioni, sono sempre armati ; si 
dipingono mezza faccia e parte del corpo, si la- 
sciano crescere barba e capelli, che non puliscono 
mai, anzi imbrattano con fango e terra colorata, 
acquistando un aspetto feroce. 

Tra i loro precetti religiosi c'è quello che 
debbono riposare solo sotto una pianta di palma. 

Questa setta di fanatici pericolosi, giustamente 
perseguitati, è quasi scomparsa; trovasi solo qual- 
che avanzo ai confini dell' Afganistan, e negli ul- 
timi tempi ha dato qualche seccatura agli Inglesi. 

Altra setta è formata dai Nank-punthg — 
gente pacifica, usa portare una sola scarpa, al capo 
il turbante, alla orecchia destra dei sonagli di 
argento, al collo una collana intrecciata con fili 
di ferro. Portano due bastoni, che battono uno 
contro l'altro mentre camminano, recitando con 
incredibile speditezza leggende sacre indiane dette 
Durnah, ma se dopo ciò non ricevono elemosina, 
con la stessa speditezza di lingua seguono insulti 
e maledizioni. 

Gli Abd'hut; si tingono bizzarramente il volto 



62 



ed il corpo, le donne hanno per questi fachiri 
un grande trasporto ed una cieca confidenza ; esse 
per non essere sterili nel loro matrimonio, ren- 
dono i loro omaggi in maniera molto sfacciata e 
scorretta; ma per la verità questi santoni, non 
approfittano mai di questa eccessiva confidenza, 
si contentano di dare la benedizione e passano oltre. 

I Ramanandy devoti di Ram, divinità crea- 
tiva, portano i capelli lunghi, avvolti sul capo ed 
impastati di fango, lasciano crescere al centro del 
mento un filo di barba, che spesso arriva a metà 
dell'addome, e per il quale hanno un'estrema cura; 
tengono in mano un pugno di foglie secche e ce- 
nere che distribuiscono ai devoti indiani con aria 
misteriosa. I Ramanandy hanno tre segni sulla 
fronte, tre sul petto e tre sul braccio sinistro, 
hanno brutto l'aspetto, ma non sono cattivi. 

I Bevmatsciary, si distinguono per la loro 
castità e devozione, passano avanti le case, nulla 
chiedono, accettano ciò che spontaneamente viene 
loro dato, e nel minimo del bisognevole, rifiutano 
l'eccesso del dono. 

Tutte queste sette di fachiri, sono in com- 
plesso più o meno ragionevoli, in confronto a 
quei superstiziosi che si sforzano a rendere la 
loro vita più sacrificata che è possibile, sottopo- 
nendosi a delle speciali torture. Alcuni tengono 
continuamente un braccio alzato; altri le due 



63 



mani congiunte sulla testa senza separarle mai; 
altri fanno voto di andare da un tempio all'altro 
rotolandosi per terra ; altri percorrono grandi di- 
stanze facendo tre passi avanti e retrocedendo di 
due; altri ancora arrivano a farsi legare ad un 
albero, dove restano in quella posizione tutta la 
loro vita; c'è chi si propone di mirare sempre 
il sole, restando quasi cieco; chi riposa comoda- 
mente sopra un letto di punte di ferro; o passa 
la vita recitando di continuo orazioni; si è visto 
recentemente avanti la porta di un tempio, un fa- 
chiro con le gambe incrociate, e già anchilosate 
per la lunga e continua immobilità ; teneva i pu- 
gni chiusi, e le unghia crescendo avevano trapas- 
sato i tessuti delle mani, comparendo nella parte 
superiore. 

Devadasi. 

Dopo la raccapricciante visione dei disgraziati 
fachiri, per sollevare un poco lo spirito del let- 
tore, anche depresso dalla necessaria monotonia 
del lavoro, ricorderò le bellissime donne indiane 
addette al servizio dei tempi. In India vi sono 
le donne più belle del mondo. 

Appelius entrò in un tempio Buddista, vide 
innanzi allo Illuminato una bellissima donna, che 
con posa ieratica versava delle polveri in un in- 



64 



censiere, spargendo per il tempio un fumo profu- 
mato in onore della divinità. Non mi sono occu- 
pato dice, del buon Budda sorridente, che con le 
gambe incrociate assisteva alle funzioni a lui de- 
dicate ; i miei sguardi appena entrato si fermarono 
su quella visione incantevole di bellezza fino alla 
mia dipartita. 

Ogni ricco tempio ha un gran numero di 
fanciulle, consacrate a quel Dio che ivi si adora; 
queste fanciulle sono chieste dai Bramani ai loro 
genitori ancora bambine, o da questi spontanea- 
mente offerte ; esse prendono cura del tempio, 
accendono le lampade, cantano e ballano nelle 
ricorrenze festive, davanti al simulacro del nume. 
Vi sono oltre le Narthai, danzatrici che accom- 
pagnano le processioni, ma non stanno chiuse nei 
tempi. 

Vi sono poi le Bajadere, meno serie delle 
prime che si trovano in tutta l'India, sono gene- 
ralmente donne di singolare bellezza, e non c'è 
festa in casa di ricchi Indiani dove esse non par- 
tecipano come danzatrici e cantanti. Le loro danze 
sono più pantomine amorose, danzano una alla 
volta, poco spazio basta ai loro movimenti, che 
consistono nel distendere un braccio, togliersi e 
rimettersi il velo della testa, un ondulare lascivo 
dei fianchi, contrazione ed ondeggiamenti del ven- 
tre; in attitudine ora supplichevole, ora languida, 



65 



ora timorosa; espressione di amore, di gelosia, di 
piacere, di dolore. 

L'abbigliamento è il più semplice che si possa 
immaginare per fare spiccare le bellezze del corpo 
scultoreo. Una scinta tunica fermata sulla spalla 
sinistra, lascia scoperta la spalla destra e metà 
del candido seno fino al fianco ; si apre in basso 
da un lato, lasciando quasi nuda una gamba, le 
mani ed i piedi sono carichi di gioielli di gran 
valore. 

Reymal dice: Tutto cospira ai divisamenti 
di queste voluttuose donne, l'arte, la ricchezza 
del loro acconciamento, i loro capelli lunghi, neri 
ed ondulati, ondeggianti sulle spalle, o raccolti in 
nodo, carichi di gioielli e fiori. 

Esse al pari delle nostre donne occidentali 
credono aumentare la loro bellezza, e l'espres- 
sione dell'occhio, circondandolo di un cerchio 
nero, prodotto da punture di spillo con polvere 
di antimonio; si tingono le unghie in vermiglio, 
si frecano il corpo con succo di radice di zaffe- 
rano, per profumo adoperano il muschio ed il 
sandalo. 

Queste Bajadere, queste devadasi, non sono 
le antiche vestali pagane, che facevano voto di 
castità, ed in caso di colpa venivano bruciate vive; 
queste disgraziate oltre a servire il tempio, ser- 
vono anche i Bramani, che volentieri le cedono 



66 



ai ricchi forestieri di passaggio, attribuendone, di- 
cono loro, l'utile al mantenimento del tempio. 

Feste religiose. 

Innumerevoli sono le feste religiose ed i riti 
che si compiono nei vari tempi, delle differenti 
religioni nei vari centri. Spesso queste feste sono 
causa di cruente lotte tra Indi e Mussulmani, 
perchè tra loro esiste un odio antico dovuto ad 
una tradizione religiosa che dirò in seguito. 

Accennerò alle più importanti Feste Indù: 

Ricorrendo il giorno della nascita di Krisna 
in tutti i tempi si celebra la festa di Uricati-Ti- 
runel per nove giorni consecutivi, durante i quali 
si porta la divinità per le strade; festa al dio pa- 
store, e solennizzata dai pastori. 

Festa grande è la Paharnaorni detta festa 
delle armi; è una funzione analoga a quella dei 
preti cristiani quando nel giorno di Pasqua pas- 
sano a benedire le case ed i negozi. Così in India 
in tale ricorrenza vengono nelle case raccolte 
tutte le armi senza fodero in una stanza pulita, 
insieme ai libri e strumenti musicali, il Bramano 
interviene portando un vaso di acqua benedetta 
e con delle foglie spruzza tutta la roba che si 
trova da benedire, e riceve un obolo. 

Degli otto giorni che dura la festa, vengono 



67 



consacrati sette giorni a Siva e Visnù, l'ultimo 
giorno a Paravadi-Latscimi e Parassuadi. La pri- 
ma rappresenta le armi, la seconda la ricchezza, 
e la terza l'armonia. 

Caratteristica è la festa del 10° mese corri- 
spondente al nostro Gennaio, e si chiama Perun- 
pongol. 

La cerimonia consiste nel far bollire il riso 
nel latte, e trarne gli auguri della maniera come 
bolle ; le donne ed i figliuoli al primo istante che 
comincia a bollire si mettono a gridare " pongol, 
pongol „ che vuol dire bolle; tale cerimonia è 
seguita nelle case dopo la purificazione con lo 
sterco di vacca. 

Nel secondo giorno detto Madan-pongol, si 
dipingono le corna delle vacche e coperte di fiori 
si portano a spasso per le strade, poi si ricondu- 
cono a casa e si dà loro il pongol. Alla sera si 
porta in processione per la campagna la figura 
della divinità con una lancia in mano come se 
andasse a caccia, l'idolo è sopra un cavallo di 
legno, i cui piedi d'avanti sono sollevati in atto 
da galoppare. Giunti in campagna si uccide un 
animale qualsiasi, che prima si fa correre e se- 
condo la direzione che piglia si fanno gli auguri. 
La sera gli Indiani si radunano in famiglia, si 
fanno reciprocamente doni, e si visitano parenti 



68 



e amici per augurare il buon pranzo o il buon 
pongol. — 

Le feste Putsciè rappresentano cerimonie nelle 
quali si cospargono di latte e olio profumato gli 
idoli. 

L'Abichigam fa parte di queste feste ed è 
dedicata a Lingam (organo maschile di riprodu- 
zione) questo si cosparge di latte, che poi viene 
diligentemente conservato per darne qualche goc- 
cia ai moribondi, affinchè riacquistino maggiore 
forza, e dopo morti possano godere le delizie 
del paradiso. 

Durante la cerimonia le danzatrici, al suono 
di strumenti fanno balli misurati attorno al sim- 
bolo fallico. 

I Bramani, con ventagli di penne di pavone 
cacciano dall'idolo gli insetti, e ricevono offerte 
di riso, canfora, burro, fiori e frutta. 

Dello stesso rito altra manifestazione è il 
Nagafrutsciè, cerimonia che viene eseguita dalle 
donne 5 queste in un dato periodo dell'anno vanno 
in riva ad uno stagno dove crescono Farisei ed 
il Margosano, pongono sotto questi alberi una 
figura in pietra rappresentante un Lingam, bru- 
ciano pezzetti di legno odoroso, gli gettano fiori, 
e domandano ricchezza, prosperità e lunga vita 
ai loro mariti. Terminata la funzione si lascia la 
pietra sul posto perchè possa giovare ad altre 



69 



donne che vengono in seguito a rendere omaggio 
air idolo. 

Questa festa ha riscontro con altra analoga 
che si svolge dai Malesi nell'isola di Giava. I 
Giavanesi prima di diventare Maomettani erano 
adoratori del principio riproduttivo, oggi un sem- 
plice vecchio cannone rappresenta l'idolo da pro- 
piziarsi con fiori e lanternucce e bruciamento 
d' incenso. Vengono uomini e ritti innanzi al sa 
ero simbolo implorano in silenzio il suo favore 
Donne desiderose di prole siedono sul nume prò 
strato, si strofinano sui suoi fianchi coperti di 
verde rame, e lo supplicano di fare loro la grazia 
si sussurra persino che di tanto in tanto capiti 
d'intravedere qualche signora bianca che la sera 
scende discretamente dall'automobile alla porta di 
Penanz, si affretta attraverso l'erba dove riposa 
l'idolo, lascia cadere due gardenie, mormora una 
supplica frettolosa e ritorna nel crepuscolo timo- 
rosa d'essere riconosciuta, colta in flagrante, nel- 
l'adorazione di un dio, che era venerato da mi- 
gliaia di generazioni prima, e che accanto al quale 
Zoroastro, i Veda, Mosè, Cristo, Maometto sono 
cose di ieri ! 

Nel Bramanesimo le manifestazioni sessuali 
come principio religioso hanno una grande impor- 
tanza; se da un lato vediamo gli asceti rinunciare 
completamente a qualsiasi attenzione alle cose 



70 



terrene, dall'altra assistiamo all'indecente spetta- 
colo dei Saktias, una setta presso la quale il culto 
dell'amore raggiunge un limite massimo. 

Viene adorato Kama dio della voluttà se- 
condo i precetti di un antichissimo testo sanscrito 
il Kama-sutra. 

I Saktias in India non sono molti, saranno 
un tre milioni in diversi gruppi ed in diversi 
centri si riuniscono ogni 45 giorni in luoghi ap- 
positi, innanzi ad una statua di Kali moglie di 
Siva per celebrare Kama, con un grande satur- 
nale che culmina in un banchetto, e finisce in 
un'orgia della più grande dissolutezza. 

Nel centro di un grande altare trovasi una 
oscena statua di Siva il procreatore orrendamente 
accoppiato ad un elefante, ai lati una statua di 
Kali, ed un'altra dì Kama, d'un realismo ribut- 
tante sono coperte le pareti di satiri, di priapi, 
di baccanti. Una cinquantina di persone dei due 
sessi, vestiti solo di collane di fiori, raccolti at- 
torno ad una tavola imbandita con lusso di be- 
vande e liquori eccitanti. In piedi sul tavolo, tra 
\ resti del convito due donne vestite solo della 
loro bellezza, ballano una danza impudica, i mu- 
sici dal sorriso di ebeti stanno accovacciati ai 
piedi di Siva. L'accompagnamento musicale cresce 
d' intensità ad ondate, esso deve trasportare i sensi 
e lo spirito dei credenti, al di là dei limiti della 



71 



carne, sino a diventare Sìdda, cioè esseri perfetti, 
pronti ad identificarsi con Vanima del mondo. 

Quando i Satkias sono pervenuti alla mas- 
sima esaltazione, si assolvono in Siva, non sentono 
più i limiti dell'involucro del terreno; s'immer- 
gono secondo la dottrina del Kama-sutra nel gioio- 
so annientamento dell'essere per confondersi con 
le bellezze e grandezze del creato. 

Ciò che avviene non è da descriversi, il 
nostro spirito occidentale, educato altrimenti da 
consuetudini ereditarie, si arresta nauseato in- 
nanzi a simile profanazione del divino; mentre 
un indiano pur non pigliando parte a simili feste, 
anche non appartenendo alla setta, trova la cosa 
la più semplice e naturale di questo mondo. 

Appellius in proposito fa questa saggia con- 
siderazione : " Questa razza, se razza si può chia- 
mare questo formicaio umano, è cerebralmente 
affetta da lesioni ereditarie, le quali influiscono 
morbosamente sulla funzionalità nervosa, con ef- 
fetti più o meno intensi, a secondo dell'ambiente 
e degli individui, provocando con facilità uno 
squilibrio mentale e sensorio, che giustifica tanto 
lo slancio sublime dell'asceta, quanto la degene- 
razione del Kama. 

Siddha, Siddha, e vivande rovesciate, coppie 
avvinte, ebbre, sudate, tanti fiori, tanta miseria 
tanta pazzìa ! E gli occhi verdi di Siva, e gli 



72 



occhi rossi del pachiderma, e le paurose pupille 
di Moloch dominano la catalessi dell'orgia di Kama. 

Ecco che il nostro Appelius, giramondo in- 
stancabile, scrittore e valoroso artista nelle descri- 
zioni e considerazioni, pecca un po' di eccessivo 
puritanismo, e dimentica che lo spettacolo inde- 
cente scompare quando si pensa che non è vol- 
gare manifestazione di sensi, ma espressione di 
alta spiritualità. 

Del resto, ricordiamo ancora i famosi misteri 
Eleusini, le orgie pagane, le graziose feste Pom- 
peane, anche i Babilonesi nella festa annuale di 
Jammuz, festa del sole, celebravano la sua morte 
e la sua resurrezione, era lutto seguito da gioia .... 
Una festa abbominevole, la più grande prostitu- 
zione quale rito religioso ; si crede che fu appunto 
durante una di queste feste che Babilonia cadde 
in mano dei Persiani, come si rileva dal V." Gap. 
di Daniele, e di ciò che parla anche Ezechiele. 

E senza andare molto lontano nei tempi re- 
moti, anche oggi le autorità tutorie della buona 
morale, sorprendono qualche volta in Germania, 
in Francia, ed anche in Italia qualche circolo 
sportivo dove si ripetono le orgie di Kama, senza 
giustificazione di spirito religioso ! 

" Tutto il mondo è paese „ dice Honscley. 



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Madura. 

A Madura vi è il più maestoso tempio del 
mondo, basta considerare che la porta d'ingresso 
scavata nella roccia, è fiancheggiata da due pira- 
midi alte 60 metri, che dalla base alla cima sono 
coperte da finissime sculture ; che di queste porte 
ve ne sono 80 dunque 160 piramidi uguali. 

Nell'interno vi sono 8 gironi concentrici che 
racchiudono l'ultimo spazio destinato alla divinità. 

In quei lunghi corridoi i rivenditori di og- 
getti sacri hanno impiantato le loro botteghe, essi 
vendono e pregano, il passante sceglie, getta una 
moneta e se ne va ; il venditore non ci bada, se- 
guita la sua preghiera e lascia fare. 

Vacche bianche portanti i segni di Siva cir- 
colano tranquillamente nei corridoi, qualche ele- 
fante col segno del dio nell'orecchia sta tranquillo 
poggiato a qualche colonna, pigliando indolente- 
mente quanto gli viene offerto. 

Anche le pareti interne del tempio sono co- 
perte di sculture : statue a gruppi di 37 ripetute 
per 37 volte, sono Km. di metri quadrati di 
roccia scolpita sempre con le stesse figure, un 
lavoro immane che sgomenta, una uniformità che 
dà un senso di tristezza. Di girone in girone 
sempre tra una fila interminabile di Siva e di 
Visnù, si arriva al centro del tempio, dove c'è 



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un lago artificiale ed in mezzo lo scoglio di Siva, 
roccia anch'essa finemente scolpita. 

Una piccola pagoda merlettata, sboccia da 
un immenso fiore di loto. Nelle stanze sottostanti 
sono conservati i tesori del tempio, in mezzo a 
due colossali statue d'argento, con occhi di sme- 
raldo, c'è una fantasmagoria scintillante d'oro, 
sfolgorio di pietre preziose, rubini, zaffiri, brillanti: 
è una visione incredibile. 

Una volta l'anno le due statue adorne di 
ricchissime gemme, vengono portate in proces- 
sione sul lago, passano presso le gradinate gremite 
di folla, che butta nella barca quanto possiede di 
più prezioso per aumentare l'incalcolabile tesoro 
del tempio. 

E dire che ogni anno migliaia di indiani 
muoiono di fame ! 

Dal tempio di Madura esce la più grande e 
caratteristica processione sacra di tutto il mondo : 

Elefanti sacri aprono la marcia, coperti di 
preziose gualdrappe sulla groppa un tronetto vuoto 
con parasole simbolico; i pachidermi quasi com- 
presi dell'importanza della funzione, procedono 
maestosi, dondolando la proboscide, la folla s'in- 
china al loro passaggio. Seguono centinaia di 
vacche sacre, lunghe file di preti, con le clamide 
alla romana, ed un serto di rose sul capo, quindi 
giocolieri, che portano serpenti, sparano morta- 



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retti, fanno un baccano indiavolato. Poi tamburi, 
gong, sonagli, trombe, fischi, una fanfarra assor- 
dante, per scacciare dal passaggio gli spiriti ma- 
ligni. 

Seguono le bajadere, le devadasi a passo di 
danza; 250 vergini spendide di gioventù e bellezza, 
procedono coperte da un scialle di pizzo cosparso 
di gioielli, la folla manda fiori e baci. 

Vengono gli eunuchi di lingam, le vestali 
di Parvadi, ed i grandi notabili, i Marajà con i 
turbanti piumati, sfarzosamente vestiti, ed il som- 
mo sacerdote di Siva, il Grande custode di Brama, 
il guardiano della trimurti, ognuno con i suoi 
armati a cavallo, ultimo il grande prete di Madura, 
sopra un elefante con lo scettro del comando. 

Comincia la sfilata dei sacri carri, passano 
Brama, Indra, Siva, Purvati, Ganga, Budda ed altra 
divinità ed idoli secondari, ultimo sopra un carro 
monumentale, in alto ad una piramide di mostri 
alati, dentro un tempietto d'argento ecco il grande 
dio Supremo Visnù, sotto forma di rospo a quattro 
teste che schiaccia il simbolico serpente. 

Gli occhi della divinità sono otto enormi 
smeraldi, quelli del serpente due rubini, tutto 
l'idolo è d'oro massiccio, tempestato di brillanti 
ed altre pietre preziose. 

Al comparire della divinità, l'immensa folla 
che come un mare umano si agita intorno, si 



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butta nella polvere in adorazione ed un grido come 
un uragano si solleva: 

" Samajah Visnù! Samaja VisnùH „ 

Avvengono scene di fanatismo selvaggio, le 
truppe inglesi si sforzano di calmare l'eccessivo 
entusiasmo, perchè il potere morire sotto le ruote 
del carro di Visnù, sarebbe la più grande gloria. 

Nicolò dei Conti nella relazione dei suoi 
viaggi in india (1449) dice: In benzenagalia un 
Idolo sopra pesante carro e portato per la città, 
con grande celebrità di tutto un popolo, sopra il 
quale avanti giovinette cantano un inno al dio, 
molti spinti da grande fervore religioso si disten- 
dono a terra, sottomettendo il corpo loro alle 
ruote del carro, perchè stimano la morte loro 
essere grata ed accetta al dio. 

Se la volontà di un uomo potesse in nome di 
Visnù, raccogliere questa enorme massa di popolo, ed 
accendere l'entusiasmo politico col fuoco della reli- 
gione, finirebbero per sempre i dominatori dell'India. 

Ma gli energumeni di oggi, ritornano i sogna- 
tori di domani e tornano ad ubbidire. 

S. Pietro a Roma; la moschea di Omar a 
Stambul, il tempio di Visnù a Madura, sono le 
più grandi espressioni monumentali delle tre più 
grandi religioni del mondo: 

" Cristo — Maometto — Brama. „ (I) 



(1) India - Mario Appellius. 



77 
Benares. 

La città più santa dell'India è Benares sulle 
rive del Gange; qui Buddha parlò la prima volta 
al popolo; qui Brama posò il suo sacro piede, 
qui convengono tutti di ogni paese, in cerca della 
salvezza dell'anima, in cerca della vita e della 

morte. 

Ogni buon fedele indiano muore sereno, 
quando è sicuro che il suo cadavere verrà bruciato 
nella città santa, e le sue ceneri verranno sparse 
sulle acque del Gange, il suo spirito partirà puri- 
ficato e degno del Nirvana. 

Nel 1926 il fratello di Tagore filosofo e 
poeta, prima di morire ordinò di essere cremato 
a Benares, e cosi fu fatto. 

Un monaco Buddista di 80 anni venne dal 
Tibet a piede fino a Benares, quivi morì felice 
di esserci arrivato. 

Vanno gli ammalati per ottenere la guarigione 
ai propri malanni, vanno i sani per purificarsi 
delle colpe commesse, qui si muore per aprirsi le 
porte alla felicità dell'altra vita. 

La città è sempre in continuo movimento, 
per l'arrivo di pellegrini, di curiosi Europei, città 
straordinaria, pur non avendo niente di straordi- 
nario; non vi sono monumenti né belle architetture 
in marmò bianco tipo gran Mogol, né le cupe 



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costruzioni Indù, solo se si contempla dal Gange 
acquista un certo senso di grandiosità, si vede 
qualche rovina di antico tempio, qualche palazzo 
sulla riva del fiume, pagode, e ville di Marajà, 
e la grande scalinata di granito che scende al 
fiume. Visitata all'interno la bella impressione 
svanisce, strade sudice, popolose. viuzze, meschine 
botteghe, chiostri racchiudenti dietro inferriate 
idoli mostruosi ; le abituali vacche sacre con le 
corna dipinte in rosso ; sajassi coperti di polvere, 
il tutto turbina e si fonde senza ordine nel tra- 
mescolio della folla che pare assonnata senza sor- 
riso, vi guarda con occhio smarrito come chi è 
dominato da un incubo. 

Folla che divide il fervore religioso ai chio- 
schi sacri, ai santoni, agli innumerevoli idoli, tra 
i quali primeggia Siva sotto l'aspetto di Lingam 
in pietra annerita per le continue aspersioni di 
burro liquefatto. 

Fra tanto sudiciume religioso con un senso 
di sollievo si arriva al gran tempio di Bishashar- 
math coperto di lastre d'oro dedicato a Siva, dio 
protettore di Benares. 

Le acqua del Gange indipendentemente del 
colore fangoso, non sono affatto pulite; accanto 
ai fiori galleggianti, vi è il sudiciume, avanzi di 
roghi, cenere, legna bruciacchiate e qualche avanzo 



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di corpo umano non completamente incenerito 
per mancanza di legna. 

Tante volte a poca distanza dove si compiono 
i riti sacri, qualche cadavere viene immerso nel 
fiume prima di essere bruciato. In una piccola 
piazza e sui ripiani della scalinata vengono ac- 
cesi i roghi per i morti. Semplice primitiva cre- 
mazione; una buca poco profonda, il cadavere si 
mette fra due strati di legna, per i ricchi profu- 
mato legno di sandolo, per i poveri poca legna 
umida, che spesso non basta a produrre completa 
la cremazione. Le ceneri e gli avanzi vengano 
sparse sul Gange. Poco lontano i fedeli compiono 
il loro rito di abluzioni. 

Nei pellegrini si trovano insieme membri di 
comunità religiose diverse, recante in fronte il 
simbolo della divinità, dipinta. 

Alcuni prolungano la loro permanenza in 
città dandosi allo accattonaggio, altri ammalati, 
non potendo pigliare le vie del ritorno, aumen- 
tano la schiera dei mendicanti. Un miscuglio di 
miseria umana si mostra agli occhi dei visitatori 
ciechi, lebbrosi, zoppi, ulcerati, che stendono muti 
la mano ai passanti. 

A Benares trovasi anche il tempio di Dun- 
gakuwd-Schivale , riservato all' adorazione delle 
scimmie, mantenute dalla publica carità, sono 
molte di differenti razze, saltano, strillano, e giuo- 



80 



cano intorno allo enorme scimmione posto sull'al- 
tare. E Hanuman dio del vento alleato di Rama 
contro Ravana. 

A pochi Km. da Benares in luogo detto sar- 
math sorge una specie di banco di arenaria grigia 
dal quale 2500 anni fa Budda espose per la prima 
volta la sua dottrina ai quattro mendicanti. 

Questa pietra pare sia l'avanzo del primo 
tempio Buddista sorto in Oriente. 

La festa del Mahamaka si riferisce al fatto 
che ogni dodici anni gli indigeni credono che le 
acque del Gange entrano nel sacro stagno, perchè 
i pellegrini si possono bagnare senza pericolo di 
annegare. I principali idoli vengono portati in 
processione e deposti sul margine dello stagno; si 
da il segnale del bagno immergendovi un tridente 
emblema di Siva. 

Centinaia di pellegrini, tuffano il capo nelle 
acque, nella convinsione d'immergersi con un 
solo tuffo, in tutti i fiumi sacri, e spesso quando 
escono dall'acqua hanno il viso sporco di fango. 

Il signore Visnù scavò quella fossa con le 
sue mani, e con grande fatica al tempo di una 
grande siccità, per dare da bere ai suoi devoti, 
e col suo sacro sudore lo riempì fino all'orlo, 
ogni goccia di sudore era una perla. 

Fra la pozzanghera e la scalinata vi è la Gha- 
rana-Paduka, rotonda lastra di pietra, su un pie- 



81 



distallo di marmo che mostra le impronte di due 
piccoli piedi. Qui, si dice che il Dio sia disceso 
e designato il luogo come sacro lasciandovi le 
sue orme. 

Huxley riferisce un fatto che chiaramente 
dimostra la mentalità indiana. (1) Fu predetto per 
un dato giorno un ecclisse di sole, da tutti i paesi 
convennero a Benares milioni di spettatori per 
assistere allo spettacolo terrificante; si trascinavano 
in processioni interminabili, silenziose, per le strade 
polverose. 

Nei fagotti che recavano sul capo vi erano le 
provviste, arnesi per cucinarle e letame secco per 
commustibile, insieme con gli abiti nuovi che i de- 
voti devono indossare dopo il bagno in onore 
dello scampato pericolo del sole. 

Ogni tanto un gruppo stanco sedeva sulla 
polvere della via anche in mezzo alla strada quasi 
sotto le ruote dei veicoli che passavano. 

Il giorno finalmente era arrivato, il serpente 
stava per inghiottire il sole, e uomini e donne 
erano convenuti a Benares perchè tufi'andosi nelle 
sacre acque potevano scongiurare il disastro. 

La luce del cielo avrebbe vinto l'avversario. 



(1) Aldons Huxley non sembra inglese, non ha il tempera- 
mento, la psciologia inglese, egli critica nella sua opera „ tutto il 
mondo è paese,, tutti i difetti del suo paese, e con lo stesso en-. 
tusiasmo sincero esalta l'Italia e gli Italiani. 



82 



Gli accessi al fiume discendono con gra- 
dinate large 200 metri fino all'acque del fiume; 
in tale ricorrenza apparivano stipate sugli accessi 
minori e quindi meno santi la folla era minore. 

Un po' più avanti una fila di santi uomini, 
stavano seduti su uno stretto risalto di muratura 
appena affiorante dall'acqua. 

Le gambe incrociate, le gambe mollemente 
abbandonate al suolo, le palme rivolte all'insù, 
contemplano la punta nera e sudante del naso. 
Fu il dio Krisna in persona cbe nella Bhagavad- 
Gite prescrisse questa formalità di rito importante 
per ottenere una autoipnosi. Semplice metodo mai 
cambiato cbe produce facilmente un'estasi mistica 
alla portata di tutti. Il frastuono di quel torrente 
umano, non giungeva a turbare il sonno medita- 
tivo di quei contemplatori di nasi. 

Cominciò l'ecclissi, tutti coloro cbe si trova- 
vano sui gradini più bassi si tuffarono nell'acqua, 
incominciarono a lavarsi gargarizzarsi, a pregare, 
soffiandosi il naso con le mani, sputare e bere 
poi l'acqua purificatrire. 

Gli Indi dicevano il rosario, pregavano, fa- 
cevano gesti di rito e si tuffavano nel sacro fango, 
bevevano ed erano invitati a tornare indietro per 
dare posto agl'altri; la polizia dirigeva e sorvegliava 
l'incredibile movimento e la stupefacente funzione. 

L'accattone raccoglie nella sua ciotola un 



83 



poco di riso che deve essere il suo alimento della 
giornata ; passa una vacca, con un movimento 
rotatorio della sua nera lingua, pulisce la ciotola 
e tranquilla si allontana ; il mendicante lascia 
fare ; se non trova altro per quel giorno, non si 
mangia. 

Gli animali essendo stupidi e privi d'imma- 
ginazione, si comportano molto più sensatamente 
degli esseri umani; nessuna vacca in quel giorno 
ha guardato in alto, né ha creduto che il cattivo 
serpente volesse mangiarsi il sole. 

Fra le acque sacre, bisogna ricordare il lago 
Pushkar. 

Le acque di questo lago sono coperte di 
una membrana verde brillante, coloro che si vo- 
gliono bagnare, prima di raggiungere la linfa 
purificatrice dello spirito, devono squarciare quella 
pellicola. Uscendo dall'acqua i bagnanti lasciano 
dietro degli squarci irregolari di nero sul verde; 
se non ci sono altri pellegrini a scendere nel 
sacro bagno, questi squarci a poco a poco si rin- 
chiudono e la pella verde del lago ritorna unita. 

E la morte sta in agguato invisibile sotto 
la verde schiuma, nuota senza rumore verso la 
riva, addenta è tira sott'acqua la sua vittima, e 
poi si vede scaldarsi al sole su un'isoletta coro- 
nata da cappellette votive, in forma di coccodrillo. 

Pushkar è un lago talmente sacro che non 



84 



è lecito spegnere alcuna vita dentro le sue acque 
o sulle sue rive, neanche quella di un coccodrillo 
mangiatore di nomini. 

Del resto essere divorato da un coccodrillo 
a Pushkar è ritenuto una fortuna. 

INNO AL SACRO GANGE. 

" Il dolore che si origina dal doversi sepa- 
rare dal Gange non è comparabile nemmeno 
con quello di chi ha dovuto allontanarsi dalla 
madre, dal padre, dai figli, dalla moglie, dagli 
averi. „ 

" Se il vento che ha lambito le onde del 
Gange tocca la pelle di un uomo, si porta via 
immediatamente tutte le colpe che costui ha po- 
tuto commettere. „ 

" Pure il cielo si dimentica quando si rimira 
il Gange fiancheggiato da innumerevoli cigni, dalle 
più svariate specie di uccelli, e le mandre che 
si addensano sulle sponde. „ 

" Come i bambini tormentati dalla fame 
supplichevoli si fanno intorno alla madre, così 
gli uomini quaggiù desiderosi di salvezza, suppli- 
chevoli si fanno intorno al Gange. „ 

" Come le notti senza luna, come gli al- 
beri senza fiori, così sono i paesi e le regioni 
senza le fauste acque del Gange. „ 



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" Come tutte le caste senza leggi, come i quat- 
tro stadi (vita Bramanica), senza sapienza, come i 
riti sacrificali senza soma (liguore eccitante simile al 
nostro vino) così pure diventerebbe il mondo 
senza il Gange. „ 

" Come il cielo senza sole, la terra senza 
montagne, l'atmosfera senza vento, così pure sono 
indubbiamente i paesi senza Gange. „ 

" Simili a ciechi nati, a cadaveri, a sciancati 
sono quanti quaggiù in terra potendo vedere il 
fausto Gange dalle pure acque, non vanno a ve- 
derlo. „ , 

" Chi stimato dagli egregi, domo dei sensi, 
trovandosi con gli spiriti vitali in procinto di 
passare nell'ai di là rivolge il suo pensiero al 
Gange, raggiunge la suprema meta. „ 

MahAbhàrata 
* * * 

Il giorno muore, le chiese Cristiane di Goa 
suonano malinconici rintocchi dell'Ave Maria; i 
Muezzim dai minareti invocano Maometto; i sa- 
cerdoti di Zoroastro accendono sulle torri il fuoco 
sacro; i musulmani volgono la faccia ad oriente 
verso la città santa, abbassano la fronte nella 
polvere ed invocano Allah! nella grandezza del 
sole che nasce e tramonta, per rinascere e tramon- 
tare nella eternità dei secoli. 



86 

Animismo naturale. 

Nell'India settentrionale come presso la mag- 
gior parte dei popoli selvaggi, esistono ancora tribù 
che vivono nelle foreste, ed è presso questi po- 
poli che sussiste ancora il concetto religioso del- 
l'animismo naturale. Ogni cosa in natura racchiude 
uno spirito, che dà alle cose la sua forma carat- 
teristica e la sua manifestazione di vita. Così i 
movimenti del sole, della luna, lo scorrere del- 
l'acqua, il ritorno della primavera sono fenomeni 
tutti dovuti alla presenza degli spiriti. 

Così un tronco di albero nodoso e di forma 
bizzarra, una roccia che ricorda una figura umana 
o di animale, è tale perchè vi dimora uno spi- 
rito, quindi diventano oggetto di venerazione. Gli 
abitanti della iungla ammettono che gli animali 
parlano tra di loro, e che siamo noi a noìi com- 
prenderli; che essi possono trasformarsi in uomini, 
come gli uomini dopo la morte possono essere 
trasformati in bestie. Ma questo non è solo con- 
cetto da selvaggi, è dottrina anche di scuola filo- 
sofica accettata in tutti i campi dell'Oriente. In 
proposito mi consento una piccola digressione, per 
narrare un simpatico episodio avvenuto nelle grotte 
di Gara-pura. 

A poca distanza da Bombay trovasi l'isola 
di Elefanta rinomata per i grandiosi avanzi sot- 



87 



teranei di un importante tempio buddista. Tutti 
i viaggiatori ne hanno parlato, tutti i libri che si 
occupano dell'India trattano di queste meraviglie, 
di queste grotte millenarie, scavate nelle colline 
di Gara-pura, detta città delle caverne, aperte in 
origine dai Buddisti per il culto del Nirvana. 

Distrutto il tempio dai Portoghesi, rifatto dai 
Bramani, che più indulgenti dei gesuiti di Fran- 
cesco Saverio, rispettarono i quieti e sorridenti 
Budda. 

Fu qui, che un giorno arrivarono una comi- 
tiva di Inglesi, vi erano signori, signorine, alti 
funzionari, accompagnati da un ricco e colto Ma- 
ra] à, per quanto amico, sempre indiano, che fa- 
ceva loro da cicerone. 

Scesi in una caverna sotteranea, con fiaccole 
accese, misero in iscompiglio migliaia di pipistrelli 
che riposavano tranquilli nella penombra; distur- 
bati dalla improvvisa luce e dal fumo, incomin- 
ciarono a svolazzare all'impazzata, sbattendo anche 
sugli importuni visitatori. Uno di essi andò a sbat- 
tere sul petto di una signorina, la quale niente 
affatto impressionata, ma per ira, afferrò l'audace 
lo sbattè per terra e lo schiacciò col piede. Il 
fatto non sfuggì all'indiano che era vicino, e non 
mancò di addolorarlo, ed allora con quella calma 
che tanto caratterizza quella gente rimproverò la 
signorina: 



8S 



— Perchè ha ucciso quella povera bestia ! 
Mai bisogna uccidere le bestie quando fuggono al- 
l'avvicinarsi dell'uomo. 

La signorina ha avuto a male il rimprovero 
dell'indiano per quanto Marajà ed amico, e cono- 
scendo la dottrina della rincarnazione, replicò iro- 
nicamente : 

— Perchè non volete che si ammazzi, te- 
mete forse alla vostra morte di rinascere uno di 
queste schifosissime bestie ? 

L'indiano ricevette come una staffilata sul 
viso, e non perdendo la sua calma abituale, ri- 
spose : 

— - Se tutti gli inglesi rassomigliano a voi, 
alla mia morte preferisco rinascere in una di 
queste schifosissime bestie anzicchè in un Inglese. 

Il grave fatto non ebbe alcun seguito diplo- 
matico, né fu portato alla discussione di Ginevra. 

Ritorniamo ora alla religiosità degli spiriti, 
che sono specialmente spiriti dei trapassati, i quali 
secondo la credenza riappariscono nei giorni dei 
riti funebri. Due persone sole possono influire 
sugli spiriti, la Dakin o strega che li incita a mal 
fare ed i Bhagat o sacerdoti che li esorcizzano. 
La Dakin è di solito una brutta vecchia che per 
le sue cattive qualità fisiche e morali, è oggetto 
di crudeli maltrattamenti. 

Il sacerdote suggerito da uno spirito buono, 



89 



indica la strega che ha provocato la disgrazia ed 
indica il sacrificio per calmare lo spirito maligno. 

Siamo adunque in piena magia : la strega do- 
minando uno spirito maligno, si serve di lui per 
danneggiare un nemico, e come mezzo si serve 
di capelli, ritagli di unghia delle vittime, e pro- 
nuncia formole e maledizioni magiche, contro il 
disgraziato oggetto della sua jattura. Il sacerdote 
alla sua volta si serve delle preghiere e dell'in- 
tervento divino per reagire e neutralizzare Fin- 
flusso maligno. 

Questa è la formola comune della simpatia, 
cioè i simili si attirano, e l'imitazione di un atto 
suscita Fatto stesso. I geni malvagi secondo gl'in- 
diani, sono divisi in cinque categorie, cioè in cin- 
que tribù; sono anime condannate a restare er- 
ranti sulla terra, in cerca di un poco di pace, 
sono in continuo assillante dolore e cercano ogni 
mezzo per uscirne. Perchè ciò avvenga è neces- 
sario che rubino le preghiere che i devoti indi- 
rizzano agli dei, quindi si premurano di avvici- 
nare gli oranti, provocare qualche distrazione, fare 
dimenticare qualche rito prescritto, in modo da 
rendere inutile la preghiera, che non potendo 
giungere alla divinità, viene rubata dallo spirito 
maligno. 

Quando questi spiriti hanno rubato un certo 
numero di preghiere, viene loro concesso di cam" 



90 



biare natura, e diventano anime atte a passare nel 
corpo di un uomo, ed in tale trasformazione, pos- 
sono aspirare alla beatitudine dopo avere fatta una 
vita di penitenza. 

Gli indiani, dato ciò, prima di cominciare 
le loro preghiere recitano una orazione per allon- 
tanare gli spiriti maligni, e poi per tre volte ba- 
gnano la spalla sinistra, unico luogo che può ve- 
nire attaccato dagli spiriti. 

Per lo stesso principio religioso i cattolici 
appena entrati nel tempio, bagnano le dita nel- 
l'acqua santa e fanno il segno della croce. 

Gli indiani credono in alcuni spiriti maligni 
chiamati Munì, che corrisponderebbero ai nostri 
folletti, essi se li rendono propizi, innalzando 
tempi in loro onore. 

Anche i cinesi, i giapponesi, come dirò in 
seguito, credono agli spiriti maligni, come su per 
giù tutti i popoli del mondo; ed in Cina e nel 
Giappone innanzi ai tempi, si vedono colossali 
ed orribili mostri, per allontanare questi spiriti 
dal luogo sacro. 

Parsi. 

Non è il solo culto di Brama nelle sue mol- 
teplici manifestazioni che forma la religione del- 
i'India come abbiamo detto, essendo l'India ahi- 



91 



tata da un popolo di varie razze, è naturale 
che varie siano le religioni. I maomettani spe- 
cialmente rappresentano un ramo non indifferente, 
ma eccederei dal limitato campo prefissomi se 
parlassi anche dell'Islam stabilitosi nell'India verso 
il secolo Vili. Dirò qualcosa dei Parsi, dei Sikh 
dei Giaini. 

I Parsi detti Atephperest ossia adoratori del 
fuoco. 

Verso il VII secolo cacciati dalla Persia 
dall'Arabo Abubecher abbandonarono la patria e 
si rifugiarono nel Guzerata, dove dai sovrani in- 
diani, ottennero assistenza, protezione e libertà 
religiosa, purché si fossero astenuti dal cibarsi di 
carne di buoi. 

Essi accondiscesero, e dopo tanti secoli, i 
successori ancora rispettano tale rito, come in 
rispetto ai mussulmani non mangiano carne di 
porco. 

Oggi sono circa 200.000 e rappresentano il 
cedo commerciale pili ricco ; esercitano manifat- 
ture ed industrie varie, ed occupano un posto 
importante nella finanza ; sono stabiliti principal- 
mente a Bombay. 

Al tramonto del sole i parsi scendono verso 
il mare, a celebrare secondo l'antico rito di Zo- 
roastro la scomparsa del sole ; gravi, s'immobi- 



92 



lizzano in una pace interiore, fissando il disco 
sfolgorante, che lentamente si affonda. 

Quando il disco è scomparso nell'acqua, e 
questa col cielo si fonde in una unica tinta do- 
rata, i Parsi immergono le mani nell'acqua e, si 
inumidiscono gli occhi e la fronte con gesto so- 
lenne. 

Fuoco, aria, acqua e terra, rappresentano i 
quattro elementi di adorazione ; i sacerdoti la 
notte sulle torri accendono i fuochi, solo le torri 
del silenzio rimangono buie ; sono queste i cimi- 
teri, ovvero luoghi addetti alla distruzione dei 
cadaveri. La loro religione vieta il contatto dei 
cadaveri con uno dei quattro elementi puri, non 
possono quindi sotterrarli, né bruciarli, né but- 
tarli nell'acqua, né lasciarli putrefare in contatto 
dell'aria. 

La Dakmas dove si compie il rito funebre 
è una strana costruzione a forma di torre circo- 
lare, che si eleva alta, circondata da un fossato, 
senza aperture tranne di una porticina in basso ; 
quivi giungono i funebri convogli per vie secon- 
darie, non ci sono carri, né ghirlande, né musi- 
che, né discorsi funebri ; i morti sono portati in 
barella, avvolti in lenzuolo, il volto scoperto ed 
un fiore in bocca. 

Parenti ed amici accompagnano il defunto 
senza pianto, ognuno legge per conto suo i libri 



93 



sacri. Ai piedi della torre vi è una piccola cap- 
pella, ove arde in continuo il fuoco sacro, e 
dove è rigorosamente proibito l'ingresso ad estranei. 

Il convoglio si ferma un istante innanzi al 
fuoco sacro, dopo i parenti consegnano il cada- 
vere alla comunità religiosa e se ne vanno. In- 
torno al lugubre luogo i custodi hanno fatto una 
bella villa, con rare piante di bellissimi fiori: in 
alto gli avvoltoi ed i corvi compiono la loro opera 
di distruzione. 

In alto nella torre sono tracciati tre larghi 
cerchi in muratura, ognuno diviso in 24 scom- 
parti come i raggi di una ruota, inclinati verso 
il centro che comunica con un pozzo sottostante. 

Il primo cerchio è per gli uomini, il secon- 
do per le donne, il terzo per i bambini. Il rito 
è uguale per i ricchi e per i poveri ; innanzi 
alla morte si è tutti uguali ! 

Le salme nude vengono esposte nelle varie 
cellette dei cerchi, aperte, perchè gli uccelli pos- 
sano spolpare presto e bene ; i sacri avvoltoi 
non contaminano il cadavere, e ridanno con il 
loro pasto nuova vita all'anima del defunto. 

Il dastur, sacerdote, l'unico che possa en- 
trare nella torre, la cui porticina neppure l'im- 
peratore può varcare, con una specie di rastrello 
raccoglie e getta le ossa scarnificate nel pozzo 
che si apre al centro della dakmas. 



94 



Presso Bombay vi sono 5 torri del silenzio. 

L'adorazione del fuoco rimonta agli antichi 
Persiani che lo considerarono - come espressione 
di dio e sua perfetta immagine. 

Gli emigrati persiani portarono con loro il 
fuoco sacro, che tuttora arde in uno dei princi- 
pali loro tempi, ed al principio di ogni anno 
viene esposto in forma solenne. 

Essi lo mantengono acceso nelle loro case, e 
stimano peccato spegnere le candele, buttare ac- 
qua sul fuoco, o inavvertitamente sputarci dentro; 
procurano spegnere un incendio con l'isolamento, 
mai con l'acqua, e nessuno esercita il mestiere 
di fabbro ferraio. 

Essi riconoscono un dio creatore dell'uni- 
verso, credono in sette ministri divini che divi- 
dono le cure, coadiuvati da altri 26 di ordine 
inferiore, che sarebbero come santi, cioè potenti 
intercessori presso l'ente supremo. 

I Parsi non hanno pubblici tempi, hanno 
certi luoghi dove si riuniscono e dove si man- 
tiene il fuoco sacro alimentato da legna profu- 
mate. Questi locali nell'interno non hanno effigie 
di sorta ne decorazioni all'esterno ; sembrano ca- 
se comuni, qui si riuniscono il primo ed il ven- 
tesimo della luna, giorni di devozione. Fra di 
loro non c'è un mendicante perchè come gli E- 
brei si soccorrono scambievolmente. Dastur è il 



95 



capo dei sacerdoti, molto rispettato dai fedeli, 
veste come gli altri Parsi, ma non si rade mai il 
mento o la testa, e porta il turbante bianco in- 
vece che a colori. 

I parsi hanno in grande stima il gallo 
che con il suo canto annuncia il mattino, ed 
una speciale predilezione per il cane, che cerca- 
no per sfamarlo, e curano se ammalato. 

I parsi si distinguono dagli altri abitanti per 
un cordone di lana girata più volte intorno al 
corpo e legato dietro ; questo è il segno della 
religione che professano, e chi ha la disgrazia di 
perderlo, non esce di casa se non prima il sa- 
cerdote non gliene manda un altro. 

Anche i terziari Francescani portano in Italia 
il cordone di riconoscimento intorno ai fianchi. 

Sikh. 

Vi è in India un'altra setta religiosa che si 
distacca dagli Indi, dai Parsi, dai Mussulmani; 
gente più serena sono i Sikh, originari Indi che 
si crearono una nuova religione. Il loro centro 
è Amritsar ; gli aderenti a questa religione sono 
circa 3.000.000 ed abitano nel Penyab, fra Delhi 
e FAfganistan. 

La loro atmosfera religiosa è serena, non 



96 



hanno gli incubi degli Indi, né le restrizioni Mus- 
sulmane, non hanno idoli, si limitano ad adorare, 
nel loro bellissimo tempio d'oro, il libro sacro; 
che ebbe la sua compilazione poco più di tre 
secoli fa, e raccoglie i canti ed i precetti dei guri 
(maestri spirituali) fondatori del sikhismo. 

In fondo alla lunga e polverosa strada, una 
piccola piazza lastricata di bianchi marmi, fian- 
cheggiata da ricche abitazioni, e poi venditori di 
grano, riso e fiori; nuvole di piccioni addomesti- 
cati considerati sacri, beccano il grano nel palmo 
della mano, come quelli di Venezia e di Genova; 
in un lato della piazza si trova un gran bacino 
di limpide acque, chiamato il lago dell'immorta- 
lità, in mezzo al lago su basamento di marmo, 
si erge il tempio d'oro, le mura e le cupole sono 
di rame dorato. Immaginate dice Magrini, un 
gioiello di oreficeria su piedistallo bianco, e quasi 
sospeso tra 1' azzurro del cielo e l'acqua che lo 
rispecchia. 

Quattro porte comunicano, con l'unica sala 
del tempio decorata con magnificenza, ed in mezzo 
a questa sotto un cumulo di stoffe preziose si 
trova il libro sacro " FA. Grantha Saheb. „ 

Intorno alla piramide tronca che sostiene il 
libro, dei preti seduti all'orientale |cantano pre- 
ghiere, e fanno coro i fedeli aggruppati sotto i 
portici del tempio; tutto un tempio costruito per 



97 



un solo libro, un tesoro d'oro e pietre preziose, 
raccolte su questo testo sacro, compilato da uomini 
che considerano l'essenza della vita, nelF amore 
di Dio, Dio uno ed unico, e nelF amore verso 
tutti i figli di un unico Dio. 

(Sembra essere in pieno Ebraismo). 

D'avanti l'altare, i fedeli gettano fiori, grano 
per i piccioni e qualche moneta per i preti. 

Nella festa il sacro libro viene trasportato 
in processione al lume di torce, dal tempio grande 
al piccolo tempietto della piazza, nel quale si 
conservano le spade dei re dell' antico impero 
Sikh. 

Quando il libro ricoperto da venti veli di 
seta e oro, viene sollevato, un inno bellissimo 
mistico è cantato dai fedeli che partecipano ve- 
stiti in bianco. 

Ed ora lettore assistiamo alla cerimonia pon- 
tificale celebrata dal capo della chiesa. 

Un prete si accomoda per la cerimonia, pan- 
tofole rosse, camice bianco, collana di gelsomini 
freschi al collo, turbante, velo, braccialetti, il 
famoso pettine, ed una specie di tagliacarte che 
rappresenta il pugnale. 

Il tempio si riempie di fedeli, la celebrazione 
comincia con un battesimo; si presentano due 
bambini di circa dieci anni, in camice bianco 
ed il prete l'interroga : 



98 



— Dov'è la salvezza? 

— Nel Grant. 

— Dov'è la bellezza? 

— Nel Grant. 

— Dov'è la potenza? 

— Nel Grant. 

L'esame di cultura religiosa è finito, il prete 
porge ai ragazzi, un bicchiere d'acqua del lago 
sacro, che bevano; prima versa qualche goccia 
sulla testa e sul collo; prende infine una bella 
focaccia la spezza in due e dopo avere pronun- 
ciato una formola sacra la consegna ai bambini, 
i quali la mangiano a bocconcini, mettendo però 
ognuno il proprio pezzetto nella bocca dell'altro; 
simbolo bellissimo di fratellanza, e di reciproco 
aiuto che lega tra loro tutti i Sikh. 

Terminato il battesimo comincia la funzione: 
Il grande prete arriva dal lago in gondola e bal- 
dacchino, già abbigliato per la cerimonia; gli in- 
censi fumano, i fedeli buttano fiori, le mani in- 
gemmate aprono il velario ed appare il libro 
Santo. Grandi topazi risplendono sul dorso del 
libro, i segni delle pagine, sono lamine d'oro, 
sulla copertina risplendono zaffiri, tra i quali la 
stella dei Sikh che è considerata il più grosso 
rubino del mondo. 

Il prete legge nell'armonico idioma Onduro 
che pare una continua carezza di arpa, mentre 



90 



una musica di flauti a due canne ripete in sor- 
dina lo stesso ritornello. 

Nulla di barbarico, un rito semplice, che 
ricorda la lettura del vangelo in un tempio occi- 
dentale; lo scenario orientale fa pensare anche 
alla lettura delle tavole della legge negli ambienti 
patriarcali di Aronne e di Isaia, a quei primi 
contatti dell'umanità col Creatore, concepito come 
Spirito puro delVuniverso e non come idolo! 

Di fronte alla intransigenza Cattolica, al fa- 
natismo Mussulmano; all'annientamento Buddistico, 
al misticismo tragico dei Bramani, un saggio filo- 
sofo, raccolse in un semplice libro i comandamenti 
della vita, e messo il libro al posto di Dio disse 
agli uomini: " Adorate le leggi della umana con- 
vivenza che racchiudono la somma saggezza. „ 

Jaini. 

Vardhamana aveva trent'anni quando lasciò 
come Buddha la sua principesca dimora ed ab- 
bracciò lo stato monastico. Assai prima che il 
Budda percorresse con i suoi discepoli il reame, 
di Kosala, il Dedeka, ed il Magadha proclamando 
la liberazione della morte, questo profeta aveva 
predicato negli stessi paesi un'altra dottrina di 
salvazione, rigidamente ascetica salutato dai se- 



100 



guaci col nóme fatidico di trionfatore (Jiaina) e di 
grande eroe (Mahavira). 

L'uso della nudità ascetica risale a Jaina, il 
quale nel secondo anno del suo distacco dal mondo, 
lasciò per colmo di mortificazione ogni suo indu- 
mento, e si espose nudo alle vicissitudini delle 
stagioni, ed all'offesa degli animali nocivi. 

Oggi il nudismo è divenuto istituzione inter- 
nazionale Europea sia alle spiagge cke sui monti ! 

Jaina non è stato un fondatore di religione 
ma un riformatore, egli seguì l'opera di Parsva 
l'ultimo profeta della nuova dottrina, infatti il 
nome di Svincolati di cui si fregiavano i seguaci 
di Parsva fu assunto anche dai seguaci del Jaina. 

La sua riforma differiva dal suo predecessore 
in due punti sostanziali : Nel numero dei coman- 
damenti e nella osservanza della nudità ascetica. 

I comandamenti Parsva erano quattro: non 
uccidere, non mentire, non rubare, non fornicare ; 
Jaina aggiunse altro comandamento : il divieto di 
qualsiasi possesso, affermando necessaria la rinun-, 
eia ad ogni cosa per conseguire la suprema salvezza. 

La tradizione ce lo presenta nell'atto di lan- 
ciare lontana la ciotola delle elemosine, ricevendo 
nel cavo della mano i cibi accattati. Dalla som- 
maria per quanto accurata esposizione della domma- 
tica Jainica che Ferdinando Belloni-Filippi fa nella 
sua pubblicazione " Jainismo e Buddhismo „ (1) 



101 



si deduce chiaramente come a torto sia stato 
per lungo tempo creduto che le dottrine Jaine 
derivassero dal Buddhismo. 

Tra le due religioni intercedono differenze 
capitali abbastanza evidenti il Belloni-Filippi dice: 
Per il Buddha l'anima è priva d'identità costante, 
pari alla fiamma che sempre si rinnova con gli 
elementi della propria combustione, e non è mai 
uguale a se stessa in diversi momenti: egli non 
ammette l'essere ma il divenire, e risolve l'Io in 
una serie di stati di coscienza più presto tramon- 
tati che sorti. Il Jaina considera invece l'anima 
come una monade increata ed eterna, sempre 
uguale a se stessa e dotata degli attributi essenziali 
della purità, della letizia, della infinita sapienza. 
Ed ancora: I sei anni passati nella inane ricerca 
del vero per mezzo del digiuno e della penitenza, 
parvero al Buddha perduti in un vano sforzo per 
quanto nobile, egli pose come più tardi Aristotile, 
la suprema saggezza nel giusto mezzo, e la pre- 
dica di Benares non potrebbe essere a questo ri- 
guardo più esplicita: — Due estremi ci sono da 
cui deve stare lontano chi conduce una vita spi- 
rituale Funo è una vita di piacere, tutta data 
al diletto ed al godimento, l'altra è una vita di 



(1) Pisa. Libreria Editrice Spoerri, 1914 



102 



mortificazione, piena di sofferenze, indecorosa ed 
inutile. Il Jaina non solo entrò nella via della 
penitenza, ma giudicando, troppo mite la regola 
dei Parsva, abbandonò dopo un anno il monastero, 
assoggettò il suo corpo ai più tremendi cilizii, du- 
rante un periodo di dodici anni. Attraverso la 
mortificazione arrivò alFOnniscienza. 

Il nesso tra Janismo è Buddhismo si riduce 
solo ai primi quattro comandamenti, ed ai con- 
cetti Pan-indiani della retribuzione dell'opera, e 
della rinascita; cioè a quello che i due sistemi, 
rilevarono dalla più antica religione Brahmanica. 

In quanto al comune atteggiamento di ribel- 
lione all'autorità dei Veda, per cui l'uno e l'altro 
incorsero nella taccia di eretici esso era carattere 
generale del movimento religioso onde l'India set- 
tentrionale fu agitata alla fine del VI secolo. 

Esso era inteso a togliere ai sacerdoti il mo- 
nopolio della vita spirituale e fare partecipi della 
liberazione anche le caste non Brahmaniche, per 
mezzo delle dottrine non più esoteriche, ma acces- 
sibili a tutti. 

Tuttavia la redenzione teoricamente aperta a 
tutti, restò in pratica circoscritta alle classi più 
elevate e di rado andò oltre la cerchia dell'ari- 
stocrazia militare. 

La potenza dell'ordine venne a diminuire di 
molto per lo scisma avvenuto verso il 69-72 d. e. 



103 



dovuto al fatto che i monaci che emigrarono verso 
il sud, data l'elevata temperatura, conservarono 
l'uso della nudità del corpo, invece quelli del nord, 
per preservarsi dai rigori del clima, vestirono un 
camice bianco; quindi si formarono due sette 
" bianco-vestiti „ (Svetambara) e degli " Svestiti „ 
o " vestiti di cielo „ (Digambara) formando ciò cau- 
sa di antagonismo profondo che dura tutt'ora. 

L'innocenza è intesa nel senso più rigido 
" tu non ucciderai mai alcun essere vivente „ ed 
i Jaini applicano così severamente questo coman- 
damento, che si nutriscono di soli vegetali e be- 
vono acqua filtrata per non ingerire qualche in- 
setto. 

Gli asceti osservano rigorosamente il celibato, 
vanno complelamente nudi, respirano con una 
pezzuola applicata avanti la bocca, per impedire 
l'ingresso di esseri viventi. 

Camminano con la scopa sotto il braccio, e 
spazzano il terreno per evitare di calpestare qual- 
che insetto. 

L'asceta deve rinunciare a tutto, ma non ri- 
nunciare a mantenere il corpo in buone condi- 
zioni, perchè è nel corpo che bisogna compiere 
la liberazione, uè rinunciare allo studio dei Sutras 
necessario all'evoluzione dell'uomo. Quando l'a- 
sceta arriva al punto di non essere più possibile 
ogni progresso, allora deve uscire dal mondo, senza 



104 



attendere la morte naturale, é si lascia morire di 
fame o si procura differentemente la morte. A 
proposito Nicolò dei Conti nel suo " Viaggi in 
Oriente „ dice : " Per tutta l'India si adorano gli 
dei ai quali sono facti templi, simili alli nostri, 
dipinti dentro di varie figure, quali nei dì festivi 
et solenni ornano di vari fiori. In questi templi 
sono idoli di pietra, d'oro, di argento et avorio, 
alcuni di altezza fino a XI piedi. E variato è il 
modo di pregare et sacrificare appresso loro. La- 
vansi con acqua pura e poi entrano nel tempio, 
disteso il corpo in terra stando elevati con le 
mani e con i piedi, e facendo orazioni baciano 
la terra, ovvero fanno sacrifici col profumo degli 
aromati. Offeriscono le vivande agli dei, a co- 
stume dei gentili, le quali poi distribuiscono ai 
poveri. 

Pe gli iddii determinano di morire alcuni, 
e mettonsi attorno al collo un cerchio di ferro 
la cui parte di fuori è tonda e dentro ha un ta- 
glio acutissimo. 

D'avanti pende una catena fermata al piede, 
poi alle parole di uno che dice, disteso ad un 
tratto il piede e rizzata la testa si tagliano il capo, 
morendo per fare sacrificio all'idolo, et questi tali 
sono reputati santi. 

Le donne Jaine ascete sono sottoposte alle 



105 



stesse regole degli uomini, e devono diffondere 
l'istruzione alle fanciulle laiche. 

I Jaini contano circa due milioni di fedeli, 
costituiscono una comunità importante per la pu- 
rezza della loro vita e per la ricchezza dei nu- 
merosi artigiani e commercianti. 

I loro maggiori santuari sorgono sull'Acro- 
poli del monte Abu, l'architettura Jaina è diffusa 
in tutta l'India, le costruzioni sono in pietra, igno- 
rano le volte, ma con sistemi speciali costruiscono 
cupole. (1). 

I templi .sono bassi, grandi e schiacciati; per 
entrare nel tempio bisogna togliersi le scarpe se 
di cuoio, perchè la presenza della pelle di ani- 
male urta il loro principio religioso. 

Nello stesso recinto sorgono diversi santuari 
dedicati ai 24 profeti, effigiati in statue bianche 
e nere, collocate sopra piccoli altari, e raffigurati 
nudi, a gambe incrociate. 

Nei bassorilievi sfilano divinità varie : Kali, 
Krisna, Rama, scene di mitologia indiana si alter- 
nano con animali simbolici, tra i quali l'oca, sa- 
cra alla scienza, perchè come dicono i sacri testi 
" le oche scelgono il latte in mezzo all'acqua. „ 

Davanti al tabernacolo un lungo tavolo basso 
di metallo arabescato attende le offerte dei fedeli. 



(1) India ■ Luciano Magrini. 



106 



che tracciano su di esso col riso, il segno della 
Svastica, la croce uncinata, della quale ogni brac- 
cio ha il suo significato : " Conoscenza, Compren- 
sione, Carattere, Liberazione. „ ■ 

Ed ora un esempio per dimostrare il grado di 
uniiltà, di pazienza e di sacrificio dei monaci Jaina : 

Un monaco sale in barca per traghettare, ed 
il soverchio peso della navicella troppo carica 
suggerisce ai navalestri di disfarsi di lui, quando 
saranno arrivati in mezzo al fiume. " Questo mo- 
naco è per noi troppo grave, prendiamolo e but- 
tiamolo nell'acqua „ (forse perchè non aveva pa- 
gato). Udite le torve parole il monaco, fatto far- 
dello della sua tunica, rivolge umilmente ai bar- 
caioli la preghiera: " longevi padri di fami- 
glie, non mi gettate nell'acqua, salterò io stesso 
dalla barca nel fiume. „ 

Ma se ad onta della sua offerta viene a forza 
buttato nell'acqua, non deve essere uè triste, né 
lieto, sebbene attendere a nuotare in modo che 
l'acqua non gli entri dalla bocca, dal naso o 
dalle orecchie, per tema di nuocere agli animali 
acquatici. Raggiunta la riva non deve detergere 
l'acqua, deve attendere che il corpo si asciughi 
da se, e solo dopo gli è concesso stropicciare il 
corpo, ed andarsene con lo spirito raccolto. (1) 



(1) Belloni Filippi ■ Giainismo-Buddhismo. 



107 
Periodo vedico. 

Secondo Dow i Bramani ritengono che pri- 
ma del periodo Caliynga (che è l'età presente) 
circa 4920 anni passati ; un grande filosofo e 
profeta Beass-Muni da altri detto Crisna-Duipaia- 
na formò i veda nella forma presente di quattro 
volumi, dopo avere raccolto le dottrine nei di- 
spersi squarci diffusi per ogni parte dell'India, 
lavoro quindi non di creazione ma di compila- 
zione di dottrine tramandate oralmente. 

Su questo importante periodo culturale del- 
l'India non ho bisogno di molte ricerche dopo 
la compendiosa pubblicazione del valoroso orien- 
talista Carlo formichi (1). 

I principali libri sacri dell'India sono i 
quattro veda ; 

Rig-veda, Jagiur-veda, Sama-veda, Atàrvana- 
veda. 

Sono essi secondo i Bramani la sorgente di 
tutto lo scibile, e sono creduti così come abbiamo 
detto, usciti dalla bocca di Brama, e da esso 
nella creazione del mondo per mezzo dei suoi 
figli che sono i Rishi, o profeti trasmessi in terra 
per l'istruzione del genere umano. Sarebbero co- 
me le tavole della legge trasmesse direttamente 



(1) Il pensiero religioso dell'India prima di Buddha. 



108 



dal Signore a Mosè. La lettura di essi era proi- 
bita ad ogni casta, tranne che ai Bramani, e 
con certe regole e precauzioni, poteva essere 
concessa alla casta dei Guerrieri, ma chiunque di 
loro avesse ardito profanarli con la lettura ad altra 
casta, sarebbe stato ignominiosamente balzato dal 
suo nobile ordine ai gradi più bassi sociali. 

Gli inglesi sono riusciti ad avere complete 
copie dei veda e pare che si trovino pure nella 
Biblioteca di Parigi tradotti in Arabico ma ciò 
non è accertato. 

Secondo Max MuUer gli inni sacri di Rig- 
Veda non hanno rivali nella letteratura mondiale, 
formano il libro più antico non solo dell'India 
ma del mondo Ariano, ed in certo senso di tutta 
l'umanità. 

Molto dubbia è la data dell'epoca a cui ri- 
montano quegli scritti, perchè gli indiani non 
hanno mai dato eccessiva importanza agli avve- 
nimenti storici, per natura proclivi a considerare 
ciò che è eterno, anzicchè ciò che è solo dure- 
vole e passeggiero. Ciò che dovrebbe essere sto- 
ria, per loro è mito, è poesia, è speculazione fi- 
losofica. 

Gli indiani dicono che il Rig-veda fu com- 
posto 3102 anni a. C. all'inizio del Kaliynga, 
evo cosmico nel quale come abbiamo détto ci 
troviamo ancora ; ecco una data mitica invece di 



109 



una storica. Dei 1028 carmi dei quali si com- 
pone la raccolta, nessuno porta il nome del 
vero autore, vari nomi vengono menzionati come 
personaggi storici dell'età remota, come composi- 
tori di inni ; ma noi sappiamo che ciò non ri- 
sponde a verità, perchè le notizie che ci giungono, 
sono spinte al punto da attribuire a. due apsares, 
(ninfe celesti) l'inno 104 del libro IX. 

Noi occidentali, dice il Formichi, abbiamo 
voluto sostituire la nostra mentalità a quella in- 
diana, fare ciò che l'India non ha saputo fare ; 
cioè non abbiamo saputo rassegnarci a non por- 
tare il nostro contributo di ricerche storiche in 
una questione così importante vediamo adunque 
come abbiamo saputo risolvere l'incognita origine 
del Rig-veda. 

In occidente la data di composizione e quella 
di scrittura è unica, si compone e si scrive. In 
India anticamente non era così, la composizione 
si trasmetteva oralmente, da maestro a discepolo, 
da padre in figlio ; e ciò per varie generazioni 
sempre oralmente, sistema necessario nelle origini, 
quando la scrittura non esisteva o era privilegio 
di pochi. 

Gl'Indi ricevettero dai Sanniti i primi segni 
alfabetici circa 800 anni a. C. quanto tempo 
passò adunque fra la composizione e la scrittura? 

Il MuUer partendo dal limite Buddhistico e 



no 



procedendo a ritroso divide il periodo storico 
letterario in quattro periodi partendo dal 600 
a. C. ; quattro periodi che si distanziano di 200 
anni ciascuno, così con 1200 di percorso arriva 
al Rig-veda. Divisione arbitraria, che in un pri- 
mo tempo ha incontrato bene presso gli orienta- 
listi, ma il Formichi anche d'accordo cen Ludwig 
e con Saint-Hilaire, non è della stessa opinione, 
e dopo una esauriente dimostrazione, conclude 
che è più facile, che il mondo delle idee rifles- 
se nel Rig-Veda risalga piuttosto secondo la leg- 
genda indiana a tre millenni a. C. Ma la data di 
composizione e redazione restano sempre incerte, 
ma per noi hanno una relativa importanza, innanzi 
al miracolo della loro conservazione perfetta per 
trasmissione orale, attraverso generazioni per oltre 
2000 anni. 

Nei libri dei Veda trovano posto supersti- 
zioni popolari, scienza e divinazione di genii. 

Io non ho potuto mai scindere negli scrit- 
tori indiani la qualità specifica se filosofo, scien- 
ziato, o poeta ; ma ho anche osservato che anche 
i grandi dell'occidente hanno avuto quasi tutti 
un'aura di poesia elevata, che risale evidente 

nelle loro alte concezioni. 

Ciò dipende dal fatto che il grande studioso, e- 

ducando e sviluppando le proprie facoltà intellettive, 



Ili 



sviluppa ed evolve anche le forze psichiche, in- 
gentilisce lo spirito e diventa poeta. 

Le funzioni cerebrali non si possono netta- 
mente scompagnare da quelle spirituali. 

Il Rig-Veda non è lavoro di un solo, non 
ha un indirizzo specifico, è una raccolta paziente 
di quanto esisteva in quell'epoca in quanto a 
cultura generale. 

Venne quindi un'opera dove accanto a stu- 
pidagini, a superstizioni popolari, trovansi subli- 
mi concetti scientifici e filosofici ; si trova un 
Upanishad precursore di leggi fisico-chimiche sul 
monismo della materia. 

L'india non ha una vera storia, ma nelle 
tre grandi opere Rig-Veda, Mahàbhàrata e Ra- 
ma] ana conserva il ricordo delle tre tappe, della 
espansione Aria in India, prima della valle del- 
l'Indo, poi in quella del Gange e poi del Decan. 

Il Rig-Veda non può quindi rispecchiare 
l'India di oggi perchè è una concezione a se che 
riflette la civiltà del popolo Aria invasore. 

Infatti non viene mai nominato il sacro 
Gange, con tutti i suoi miracoli, non è rico- 
nosciuta la divisione in caste, non esiste nel 
Rig-Veda alcun accenno alle dottrine del Karma, 
legge determinante le rinascite, al Samsara ciclo 
infinito di nascite e morti, all'Aimsà, divieto di 
ammazzare qualunque essere vivente; ci troviamo 



112 



di fronte ad un monumento letterario sibillino, 
che non ha alcun riscontro con l'india propria- 
mente detta. 



* * 



Il concetto Vedico alla sua origine ha avuto 
una impostazione naturalistica, le divinità furono 
distinte in base ai fenomeni, in celesti, atmosfe- 
rici, e terrestri. 

La parola Dio, suona Deva, cioè splendore, 
e già nel concetto di cielo, terra, atmosfera tro- 
viamo la più antica origine del mistero della 
trinità divina. 

Tra le divinità atmosferiche abbiamo: Indra 
egli manda l'acqua fecondatrice, sparge la luce, 
procura la vittoria sui nemici. Armato di folgore 
inebriato di soma (liquore sacro che si usava nei 
sacrifici) egli sconfigge il maligno drago Writa, 
simbolo della siccità; i Marut sono la sua corte. 

Divinità principale terrestre è Agni, corri- 
spondente all'Efesto Greco; Agni dai capelli d'oro 
braccia tenaci, piedi fiacchi, che striscia come un 
serpente, divora ciò che incontra, ed è facile all'ira, 
egli fuga come il sole le tenebre; mangia legna 
e burro liquefatto, e dove passa lascia una striscia 
nera; egli si annida in tutto, sotto forma di ca- 



113 



lore nello animale, sotto forma di folgore nell'at- 
mosfera, sotto forma di luce nel sole. 

Agni è Dio celeste, atmosferico e terrestre. 

Tutte le divinità Vediche si possono dividere 
in due categorie, quelle che rappresentano luce 
e calore: Varunà, Mitra, Ustras, Surga, ed Agni; 
e quelle che personificano i venti, la pioggia il 
temporale: Marut, Vata, Vayu, Parinya, Indra. 

Concludendo la religione vedica è un poli- 
teismo sgorgante spontaneo del cuore dell' uomo 
che osserva la natura e sente di dipendere da 
essa. 

L'ammirazione dei fenomeni naturali conte- 
neva però il germe fecondo che sviluppò nei pe- 
riodi successivi, raggiungendo l'apoteosi nelle dot- 
trine della Upanishad. 

Io non vorrei occuparmi dello spirito filo- 
sofico e scientifico che balza ad ogni passo in 
queste mirabili dottrine, dovendo trattare gli studi 
religiosi, ma non posso distaccarmi perchè in India 
e specialmente nel periodo Vedico, il religioso è 
intimamente legato al principio filosofico e scien- 
tifico. 

Nel politeismo del Rig-Veda in qualche inno 
dedicato a tutti gli dei, si affaccia un accenno 
ad un dio unico, del quale tutto procede; un'era 
nuova di pensiero comparisce all' orizzonte; Uno 
è il sole, cioè il padre cielo che si accoppia con 



114 



la madre terra; parla inóltre della ruota dello 
Universo cke gira in eterno senza mai logorarsi; 
e rocchio del sole che trova la via da seguire 
anche nelle tenebre; eppure il sole ha una madre: 
l'aurora, chi sarà il padre ? 

Il sole non ha padre; altro mistero che an- 
nuncia lo spirito divino. 

" Iddio è l'uno, è il padre eterno. „ 

"A quale dio, esclama il vate nell'inno X 
(121) voteremo i nostri sacrifici, se non a quel 
dio unico e solo che in principio creò tutti gli 
esseri ? „ 

L'inno di Prajapaty si può considerare l'inno 
Monoteistico per eccellenza, che apre l'adito ad 
una nuova corrente religiosa monoteistica, è l'inno 
che condanna decisamente il politeismo. 

Nel Parusha si rileva con chiarezza la cor- 
rispondenza tra Microcosmo e Macrocosmo; l'uomo 
nei suoi organi, nelle sue funzioni e spirito è 
l'universo; l'uomo acquista la coscienza di essere 
un atomo, una cellula in cui sta rinchiuso Dio! 
dottrina eccelsa della quale dirò più ampliaraente 
parlando del Frana e dell' Atman. 

Il concetto cosmogonico e teogonico è chiaro 
in questo inno tradotto dal Paolini e riportato 
dal Formichi. 

" Non c'era allora il non essere, non c'era 
l'essere, non c'era atmosfera, non al di là di 



115 



questa, l'etra. Che cosa mai era in moto e dove 
e sotto la protezione di chi? 

" C'era forse l'acqua ed il profondo abisso? 
Non c'era la morte né l'immortalità, non e' era 
distinzione tra il giorno e la notte " solo V uno 
respiravaa senza fiato, di per sé, quella unità 
fuori della quale altra cosa non c'era. „ 

In principio la tenebra era nascosta dalla 
tenebra, è venne una indistinta massa di acqua 
che formò questo universo, per forza di calore (1) 
nacque l'Uno, in lui si destò in principio l'amore 
che fu il primo, seme dell'intelletto. 

Chi sa chi può dirci d'onde è nato, donde 
proviene questo creato? Non possono dircelo nem- 
meno gli dei, perchè sono posteriori alla crea- 
zione di questo universo; se sia stato creato o 
no, lo sa, o non lo sa nemmeno Colui che nell'etra 
superiore vigila su di esso. 

Qui è evidente la grandiosa concezione di 
un dio cosmogomico, un dio, originario non dalla 
fede cieca, ma da considerazioni scentifiche, un 
dio che nasce per trasformazione ed evoluzione 
delle forze fisiche in forze psichiche. 

Io trovo eccelso il pensiero Vedico, perchè 
sorpassando un momento sulla questione di Dio 



(1) Colore è designato sotto il nome dì Tapas che indica non 
solo calore fisico, ma anche energia spirituale. 



116 



e deirUniverso, troppo lontani da noi e dalla 
nostra comprensione, e dando uno sguardo al 
nostro piccolo pianeta, che è retto dalle stesse 
leggi del tutto, e seguendo 1' ordine di sviluppo 
dettato dalla scienza, cosa troviamo? 

Che al momento della sua formazione, il 
caos regnava, quindi gli elementi gradatamente co- 
minciavano a sistemarsi secondo la propria natura; 
con r acqua e col calore cominciarono i primi 
esseri organizzati vegetali; poi i piccoli esseri ani- 
mali, ed infine comparve l'uomo sulla terra, nel 
quale le primitive forze fisiche, si tramutarono in 
sensazioni, percezioni, e coscienza. 

Avvenne sulla terra ciò che avvenne nell'U- 
niverso, l'uomo sulla terra è ciò che Dio è nel- 
l'Universo; e l'uomo seguendo in questa sua breve 
permanenza, le leggi della natura e della morale, 
è uno con Dio ! 

Concetto meglio illuminato delle ' parole di 
Buddha ai rappresentanti di varie sette religiose 
che andarono a lui per intervistarlo sulle sue 
dottrine. 

" voi che vi chiamate rappresentanti di 
Dio sulla tèrra sapete voi che cosa è Brahma ? „ 

Gli interpellati si guardarono sbigottiti dalla 
inattesa domanda. 

" voi che dovete insegnare agli uomini 



117 



la via che può condurli alla divinità, come fate 
sconoscendone la natura? „ 

" Voi siete degli artefici che prima di co- 
struire un palazzo fanno scale che vanno in alto 
senza sapere dove e come andranno a finire. „ 

Vi dirò io, seguitò il saggio; L' Universo è 
retto da due grandi correnti che sono leggi; le 
fisiche inerenti alla vita della materia e le morali 
che hanno origine alla divinità. Dio non è per- 
sona; Dio è forza, Dio è legge di morale di giu- 
stizia, di virtù', dite agli uomini che nella vita si 
mantengano, giusti, morali e virtuosi, ed essi sen- 
za accorgesene, si troveranno sulla strada che con- 
duce alla divinità; ed il più modesto Rishi, avrà 
la sua parte di reggitore dello Universo nell' altra vita! 

Ecco la mia dottrina, esclamò l' illuminato 
e dato ciò niente riti, niente sacrifici, niente spe- 
culazione utilitaria da parte vostra, siate giusti 
e morali, non impostori! „ 

Ritornando e riassumendo nel Rig-Veda tro- 
viamo come da un politeismo naturalistico, a poco 

a poco si passò al Monoteismo; l'India non con- 
cepì un Dio fuori dell'Universo e creatore dal nulla, 

ma lo concepì nell'Universo e come emanazione 

di forza cosmica. 

Questo concetto è rimasto come base, alle 

religioni che si sono succedute in India; il mondo 

come fenomeno fisico si accompagna al mondo psi- 



118 



chico ; il mondo vive, ha un'anima, una volontà, 
come il corpo di ogni vivente; 

Considerare lo spirito diviso dalla materia è 
un assurdo dal quale la mentalità Indiana rifugge. 

Atharvaveda. 

Passiamo ad un secondo periodo di civiltà, 
dove all'idealismo puro del Rig-Veda cominciano 
ad insinuarsi manifestazioni di decadenza, rappre- 
sentati da scongiuri magici, ricchi e poveri, uomini 
e donne accompagnano ogni atto della vita con 
un rito propiziatore, e questi riti si trovano nel- 
l'Àtharvaveda. 

Come per il Rig-Veda anche per questo sco- 
nosciamo la origine, è certo posteriore al Rig-Veda. 
Le figure delle antiche divinità vengono quasi 
dimenticate, ed assume grande valore la preghiera 
(Brahman) considerata come forza magica irresi- 
stibile. 

Tutte le malattie che affligono F umanità, 
vennero curate con scongiuri e preghiere. 

Ma l'Àtharvaveda non è tutta una raccolta 
di stupidaggini, ed a volte s'inalza ad alte con- 
zioni filosofiche e morali. Bellissimo l'inno alla terra. 

Riscontriamo ancora dottrine tramandate dal 
Rig-Veda, la similitudine delle funzioni umane 
con le manifestazioni universali; il vento è respiro, 
il sole è la vita ecc. ecc il parallellismo fra 



119 



l'Universo e l'uomo è stato sempre prescelto dagli 
spiriti intelligenti e ragionevoli. 

L' Atharvaveda fu una specie di rivoluzione 
spirituale contro il formalismo ieratico del culto 
Bramanico, come i nostri cavalieri del Medio Evo 
dice il Formichi. 

Nell'inno 7. del 10. libro si legge : 

" Con nomi si afferma il prete ad invocare 
nomi, prima che sorga il sole, prima che spunti 
l'aurora, ma l'increato venuto appena alla luce, 
assunse il dominio còsmico, oltre il quale non 
esiste più nulla. „ 

Ed il prete rispose così : 

" Io atterro chi mi odia, chi insulta gli dei, 
io cuocio l'onnipotente zuppa di Brahama, me 
solo pieno di fede è ascoltato dagli dei. „ 

Ma con tutta la potenza dei preti intesa a 
mantenere il rito verso gli dei, prevalse sempre 
la tendenza verso una sola essenza divina, unico 
principio informatore dell'Universo, tendenza che 
costituisce un ponte di passaggio verso il pantei- 
smo idealistico dell'Upanishad. 

Il vate athar valico dice : 

In principio dimoravano nella massa delle 
acque il Tapas ed il Karman, talché il Kaman è 
onorato quale supremo delle cause dei dieci dei 
che foggiarono il corpo umano. Ecco che già en- 
triamo nella forma più antica del Karma, quale 



120 



é concepito nel periodo Upanishadico e poi ele- 
vato a sistema nel Buddismo. 
Un altro poeta ammette come respiro dell'Universo 
una forza cosmica detta Frana; Frana è dio che 
produce il tuono, la pioggia, il giorno e la notte; 
la morte non è che apparente, la vita non può 
finire, perchè il Frana è eterno. Egli accende 
Falba tutti i giorni, egli rinverdisce i prati ed il 
vate in ginocchio scioglie questo inno : 

" Sia reso omaggio a Frana, che tutto do- 
mina che fu signore di tutte le cose, e sul quale 
tutte le cose poggiano. E le piante bagnate dalla 
pioggia dicono : 

" Tu. ci hai prolungata la vita, ci hai reso 
fragranti, Frana è la vita, il passato, il futuro. 
Frana è tutto ! „ 

Il concetto del Frana sviluppato nelle sue linee 
generali è passato in forma definitiva nell'Atman. 

Nel concetto del Frana troviamo quell'ener- 
gia originaria dell'Universo corrispondente all'e- 
tere cosmico, che per trasformazione formò l'U- 
niverso. 

Ma nell'Atman questa grande concezione 
scentifica si allarga, già la forza fisica si trasfor- 
ma in forza psichica e sta a designare VIo (At- 
manan). 

Dalla coscienza dell'Io, nacque il concetto 
di Dio, gloria imperitura, che nessuno potrà mai 



121 



contestare al popolo Indiano, e non sembri pa- 
radossale l'affermazione, che al punto dove oggi 
è arrivata la nostra scienza, erano già arrivati 
gl'indiani con l'athawaveda. 

Tutte le divinità di tutte le religioni devono 
cedere il posto all'Atman, unica verità, unica 
realtà, il miracolo che sfugge alla legge della 
causalità ; il supremo arcano che traccia i con- 
fini tra la scienza e la fede, queste due grandi 
espressioni umane, centro di ogni vita spirituale, 
fonte di ogni speranza e di ogni nostro conforto. 

Ma pur delineando i confini tra scienze e 
fede con l'Atman non vengono in confllitto, ma 
procedono legati da un principio generale che li 
tiene uniti, perchè Atman è l'Io pensante, è l'a- 
nima umana ; non ha né vecchiaia né morte ; è 
infinitamente piccolo ed immensamente grande, è 
il signore del passato, del presente e del futuro ; 
togliete l'Io cosciente e non vi sarà più oggi né 
domani e torneranno le tenebre ed il caos. (1) 

La maggior parte degli uomini, non ama 
pensare, non crede necessario sforzarsi ad inve- 
stigare nei difficili misteri della divinità ; né la 
maggior parte potrà avere un grado di prepara- 
zione culturale e spirituale da addentrarsi in con- 
siderazioni tanto eccelse. La massa è formata d'i- 



(1) Carlo Formichi. 



122 



gnoranti, bisognosi dì uiia fede, e si adagia como- 
damente nell'osservanza passiva dei precetti reli- 
giosi tradizionali, e nei riti che aumentano sem- 
pre più, per aumentare i guadagni dei sacerdoti. 
Questi, logicamente non potevano accettare 
il nuovo verbo, destinato a persuadere l'uomo, 
che la sola coscienza individuale è la vera sede 
di dio, che le buone e le cattive opere, rappre- 
sentano l'unica responsabilità, per questa e per 
l'altra vita ; che i preti ed i riti sono cose su- 
perflue, che ognuno è sacerdote di se stesso, e 
bene operando compie il rito più accetto alla 
divinità. 

Come si è comportata la classe sacerdotale 
innanzi al grandioso pensiero che minacciava tra- 
volgerli ? 

In occidente arsero i roghi, s'istituì l'Inqui- 
sizione, s'immolarono a migliaia le vittime ed il 
clero trionfò con la forza e con la violenza. 

In India si usò un metodo più umano e più 
furbo, ed essi fermarono la valanga col rispondere: 
Vero è che Atman è il grande principio uni- 
versale della materia e dello spirito, ma non è 
principio a sé, è emanazione della potenza di Brahma 
il grande dio supremo, del quale noi siamo i rap- 
presentanti sulla terra, dunque venite a noi, assi- 
steteci nei vostri riti, e sarete in diretto contatto 
con dio. 



123 



Ottimo espediente incorporarsi i nemici, in- 
vece di combatterli; così Frana diventò Prajapati 
ed i Bramani, fecero un felice tentativo, col con- 
ciliare le nuove tendenze, con gli interessi litur- 
gici e formalistici. 

Concetti che alla maggior parte degli occi- 
dentali, abituati a considerarsi come qualcosa a 
sé, differente, distaccata dal resto dell' Universo, 
indipendente dalla vita cosmica, sembrano astrusi; 
ma l'indiano fonde sapientemente il proprio Io 
col tutto, col tutto s'identifica; convinzione che 
non è prodotto di studio, ma espressione dell' a- 
nima, dottrina mistica che rivela una verità supe- 
riore. 

Molto sapienti sono ancora i particolari a 
convalida dei grandi principi, nozioni di fisiologia 
che faranno forse sorridere uno studioso di oggi 
ma che hanno grande importanza data la loro 
remotissima origine: 

" Di essenza di cibo sono fatte le creature, 
del cibo hanno la vita, ed in cibo si dissolvono, 
se per vivere si dipende dalla nutrizione, è chiaro 
che tra chi mangia e la cosa mangiata deve esi- 
stere una sostanziale omogeneità. Non e' è vita 
organica senza cibo, dunque il cibo è la vita; 
nell'Upanishad il cibo adunque è qualcosa di sacro 
ed è adorato come simbolo di Brahman. „ 



124 



Il veggente osserva: Se per soli dieci giorni 
non si mangia si continua a vivere, ma non si 
capisce più; ripigliando il cibo ritornano le fun- 
zioni cerebrali, dunque non solo le funzioni fisiche 
corporee generali, ma anche le funzioni mentali 
sono prodotte dal cibo; dunque la materia non 
è quella cosa morta come noi l'intendiamo, ma 
tiene in se nascosti, i germi insospettati di energie 
squisitissime. 

Il cibo ingerito, nel nostro organismo si di- 
vide in tre parti: una solida che viene espulsa 
sotto forma di feci, una media che diventa carne, 
una sottile che diventa pensiero, l'acqua che in- 
geriamo, viene eliminata in parte in urine, parte 
viene assimilata in sangue, nella parte più sottile, 
squisita, diventa respiro; il calore che immettia- 
mo in noi, serve a formare le ossa, a formare il 
midollo ed a dare vita alla parola. 

Queste nozioni che sembra non abbiano 
niente a vedere in uno studio di religioni, sono 
interessanti perchè chiariscono il concetto dell' At- 
man, che è principio della vita, che va dalla forma 
più umile della funzione corporea, alla più alta 
spirituale. 

Né è a dire con Herman lacobi^ che ciò 
rappresenta un principio materialistico, cioè una 
materializzazione dello spirito, ma ha ragione 
il Formichi che sostiene trattarsi di spiritualizza- 



125 



zione della materia ; il divino invece di portarsi 
fuori del mondo, lo si vede in tutte le cose. 

" Quel dio che è nel fuoco, nelle acque, 
uelle erbe, negli alberi, in tutto l'Universo, a lui 
a lui ci prosterniamo!! 

Qui il filosofo cede il passo al mistico, e la 
scienza diventa religione. 

Hi Hs 4! 

Etica Vedica. 

La teologia popolare conduce l' anima del 
defunto nel cielo per essere giudicata, e se rico- 
nosciuta cattiva viene mandata all' inferno. Il 
concetto dell'inferno non è precisato, ma è se- 
gnato spesso come un luogo inferiore, tenebroso, 
e non è uno, ma sono sette e tre volte sette. 

Ciascuno rappresenta una speciale forma di 
tortura, in parte immaginate su quelli inflitte ai 
criminali, parte frutto della viva fantasia indiana, 
che si diletta a descrivere i dettagli più disgu- 
stosi. Un esempio dei più innocenti che trovai 
nell'Atharva, è quello di un uomo che per avere 
in vita sputato sopra un sacerdote, era stato con- 
dannato all'inferno, a sedere sempre in un rivo 
di sangue e divorare capelli. 

Quelli che muoiono in purità vanno nel mondo 
luminoso dove si trovano abbondanti belle donne 
(Cahu-strainam). 



126 



Ma nonostante questo entusiasmo sensuale 
del paradiso, analogo all'Islam, il veda riconosce 
in terra la necessità delle coppie sposate con la 
sansione religiosa, la reciproca lealtà fino alla 
morte, e la loro entrata in cielo insieme, sempre 
giovani come all'epoca del loro matrimonio. 

I principi indiani studiavano le dottrine dei 
Veda, e le loro corti erano centro di cultura fino 
ai tempi di Akbar. 

Essi giustamente sostenevano, che la morale 
non deve essere studio, ma profonda fede del- 
l'anima, in modo che venga adoperata nella vita 
con sincerità e senza artifizio; perchè morale e 
religione debbono andare di comune accordo, 
debbono costituire un solo principio educativo 
dello spirito, quindi la morale è di origine divina. 

Così è scritto nell'Upanishad: " Colui che 
non ha abbandonato una condotta immorale, non 
può raggiungere dio per mezzo dell' intelletto. „ 

Così il maestro della morale è il Signore 
dell'Universo ed egli ordina questi precetti: 

Dominio su se stesso, generosità, confessione 
aperta alla divinità, offerte non materiali, ma pu- 
rificazione dello spirito, austerità, rettitudine, non 
fare male a creature viventi, e non dire menzogne. 

Dio esiste in ogni essere, ma nella sua verità 
e nella suia virtù. 



127 



Questa è religione di 5000 anni addietro, 
quale la nostra Cristiana di oggi? 

Nella storia della vita dei Santi del Gatto, 
licismo, non sono rari gli esempì di uomini e 
donne che passarono molti anni della loro vita 
in maniera poco lodevole, da liberi gaudenti, ed 
anche da forti peccatori e nemici di Cristo, ma 
poi pentiti, rinunciando completamente alle attrat- 
tive del mondo e del peccato, dedicando il resto 
della loro vita nell'adorazione di Dio ed in peni- 
tenza, la chiesa li ha santificati, perchè il Cri- 
stianesimo comprende il perdono delle colpe. 

La religione Ariana non ammette invece la 
dubbia moralità, né che una condotta immorale 
possa scusarsi, con la pretesa santità posteriore; 
il santo deve essere esempio di esemplare condotta, 
sempre; sin dalla prima età e per tutta la vita; 
e tanto più alta è la casta a cui l'individuo ap- 
partiene tanto più grave è la colpa se viola le 
leggi della morale. 

E molto comodo un' ora di pentimento per 
cancellare una vita di peccato ! 

La legge della morale punisce la menzogna, 
ma questa non costituisce colpa, quando è detta 
a fin di bene, e produce bene. 

Assassino è chi uccide un uomo, atto punito 
da tutte le leggi civili, morali, e religiose, ma 
nel caso del soldato se uccide in battaglia, non 



128 



ha colpa, il soldato compie il suo dovere ucci- 
dendo; ma però questo atto barbaro era limitato 
da disposizioni speciali; 

Tutti i non combattenti devono essere rispar- 
miati, anche se si trovassero nelle file dei com- 
battenti, diritto d'immunità aveva chi gettando 
le armi, si arrendeva. 

Non era permesso uccidere i supplicanti, i 
fuggitivi, i disarmati ed i sacerdoti. 

I vincitori non debbono distruggere gli edi- 
fìci delle città conquistate, né distruggere la fa- 
miglia del re vinto; non si deve permettere l'uso 
di frecce avvelenate, né usare la frode, se non 
costretti dall'inganno dell'avversario. 

II re pecca se non si comporta cavalleresca- 
mente verso il vinto, e paternamente verso i 
sodditi, esentando delle tasse i sacerdoti e le 
donne; esigendo l'imposta del sesto sul grano, del 
decimo sulla merce, senza aggravare troppo il 
popolo; deve tassare quando sia il caso e la ne- 
cessità, e si ricordino i governanti di non mun- 
gere eccessivamente le mammelle della mucca, 
perchè prima viene il latte^ poi il sangue e l'a- 
nimale ricalcitra. 

La pace e la migliore delle cose, ma per avere 
la pace non si deve sfuggire la guerra se necessaria! 

A me sembra un non senso volere impostare 
con principi di morale, una manifestazione che 



129 



rappresenta per se stessa egoismo, malvagità, bar- 
barie ! 

Fincbè vi saranno guerre è ridicolo parlare 
di civiltà, l'assassinio imposto, l'assassinio collet- 
tivo, è sempre assassinio. 

Nell'ultima guerra Europea, alcuni soldati, 
o per timidezza naturale, o per quella spontanea 
repugnanza ad uccidere il proprio simile, si ri- 
fiutavano di combattere, e furono assassinati dai 
loro superiori ! 

grandiosa manifestazione di civiltà, tu puoi 
essere un onesto, un luminare di cultura, un 

bravo lavoratore, un buon padre di famiglia, 

muori, giacché non sai fare l'assassino. 

Il servizio militare non dovrebbe essere 
obbligatorio, ma volontario, chi ha desiderio di 
fare il macellaio, si diverta pure ! 

Ci risulta ancora che nella legislazione del- 
l'antica India, c'era che il re assicurava pensioni 
alle vedove di guerra e provvedeva all'assistenza 
degli orfani (MBH 1242.7.33). 

In quanto alla limitazione di mangiare certe 
sostanze impure, c'era realmente una limitazione, 
ma veniva poco osservata. 

Rimproverato un santo perchè aveva man- 
giato carne di cane, egli rispose : Ho mangiato 
perchè avevo fame, mi venne offerta e non avevo 
altro da sostituire. 



130 



Chiudiamo il periodo Vedico con delle buone 
preghiere : 

" Agni fa a pezzi i nostri nemici, ritira 
da noi ogni debolezza, ed ogni spirito malvagio, 
e dall'Oceano dell'alto dei cieli manda qui su 
noi in terra abbondante pioggia. 

" Agni fuoco sacro, fuoco vivificatore, tu 
che dormi nei boschi, e sali in fiamme ardenti 
sull'altare, tu sei l'anima del sacrificio, il raggio 
di sole, la scintilla divina nascosta in ogni cosa. 

" Indra, thaed asada yaiha vagas. Sia fatta 
la tua volontà ! 

" Varuna, sciogli qualsiasi peccato abbiamo 
commesso, contro un parente, contro un amico, 
o membro del nostro Clan, o contro straniero. 
Se abbiamo barato al giuoco, o commesso altro 
peccato, o buon Varuna, rimuovi da noi tutti i 
peccati, e fa che possiamo a te essere cari. „ 

padre cielo, o fedele madre terra, o fra- 
tello fuoco, buoni dei, siate generosi con noi, 
possiate voi divinità, stendere lungamente su di 
noi, la vostra multiforme protezione, guidateci 
nella nostra mente e nelle nostre azioni. 

Fate che non soffriamo più per i peccati 
altrui e che noi non commettiamo azioni che voi 
divinità punite ; e possano i nostri nemici non 
recarci alcun danno, ma danneggiare se stessi. 



131 



Buddha. 



„ che credete voi o monaci ? Che è più l'acqua 
dei quattro grandi oceani, o le lacrime che scorsero, 
e da voi furono versate, mentre vagabondavate, ed 
erravate su questo vasto cammino, e vi angosciavate 
e piangevate perchè non vi toccò in sorte ciò che ama- 
vate ? Per lungo tempo o monaci, avete sofferto la 
morte della madre, del padre, del fratello, della 
sorella, del figlio, la perdita di parenti, la perdita 
dei vostri beni. 

E quando subiste queste perdite, furono più le 
lacrime che scorsero e che voi versaste... che l'acqua 
dei quattro grandi oceani, „ 

Samyutta Nikaya 



Buddha non è un mito incarnato, non è una 
dottrina, egli è vissuto circa 400 anni a. C. Era 
figlio di un principe Indiano, della stirpe Sakya, 
della sua vita oramai largamente conosciuta in 
occidente, mi piace solo riferire quanto disse di 
lui Schopenhauer al suo prediletto discepolo 
Carlo Bàhr il 12 aprile 1856. 

Schopenhauer fu grande studioso ed ammi- 
ratore delle scuole filosofiche indiane, egli cono- 
sceva i Veda, la Upanishad, per la quale aveva 
tanta ammirazione da fargli esclamare : 

La Upanishad è stato il più grande conforto 
della mia vita e lo sarà nell'ora del mio trapasso, 
là non si sente più la favola di un mondo creato 
dal nulla, o di una persona che l'ha fatto. 

Egli un giorno mostrò al Bahr una piccola 



Ì32 



figura seduta alta circa un piede, di ferro e di 
ottone abbrunato, la posò sulla tavola e domandò 
misteriosamente che rappresentasse. 

Bàhr suppose trattarsi di qualcosa cinese, ma 
il maestro rispose che era lavoro Tibetano, antico 
di un centenaio di anni e rappresentava Buddha. 

Aggiunse che era un esemplare raro, che se 
lo era procurato a Parigi ; questa figura è per i 
Buddhisti ciò che è Cristo per i Cristiani. Qui 
Buddha è rappresentato, come un mendicante 
seduto all'Asiatica, con gli occhi bassi, la destra 
pendente sul ginocchio, la sinistra presso il petto 
per ricevere l'elemosina. 

Il Bàhr chiese perchè si rappresentasse sotto le 
spoglie di mendicante, allora il maestro incomin- 
ciò a raccontargli la storia della vita di Buddha 
in una maniera che gli rimase indimenticabile. 

Chi parlava non era lo studioso da tavolo, 
non un maestro di filosofia, era un savio dell'an- 
tichità, degno di essere ascoltato con devozione e 
venerazione : 

Buddha chiede l'elemosina perchè è un men- 
dicante ; Ah ! quanto è bella la leggenda come 
Buddha raggiunse la salvazione ! 

Un principe di casa reale, cresciuto nella ma- 
gnificenza e nella ricchezza, giunto a venti anni, 
esce la prima volta con il suo seguito, tra la splen- 



133 



dida natura indiana. Egli resta stupefatto di ammi- 
razione, e si rallegra della bellezza dell'esistenza. 

Ma guarda, si avanza verso di lui, (qui 
Schopenliauer eccitato fece le mosse di un vecchio 
vacillante) un uomo che sembra dire : Guardami! 
Il principe sorpreso chiede al suo aiutante che 
significa quella figura. 

E la vecchiezza, principe, risponde questi, 
come questo diverremo tutti noi. 

La comitiva procede, ed ecco sulla strada un 
malato coperto di piaghe, sulle quali posano gli 
insetti. 

Perchè quell'uomo è ridotto in tal modo ? 
chiese il principe. 

E un ammalato, rispose il suo aiutante. 

— Tutti noi possiamo diventare così ? 

— Certo principe. 

La comitiva prosegue, il principe ha già per- 
duto la sua allegria e sembra meditabondo ; ed 
ecco che passa un funerale, col morto scoperto 
sulla bara. Buddha è attonito, perchè ancora non 
aveva visto alcuno in tale stato, e chiede se anche 
quella è la sorte che spetta a tutti ; il compagno 
si strinse nelle spalle. 

Non c'è rimedio dice nessuno di noi sfugge 
alla morte ! 

Questo mi dite esclamò Buddha, se la vita 
porta vecchiezza, malattia e morte, è molto triste, 



134 



e se in questo consiste solo la realtà, il resto 
allora è illusione. 

Io non voglio più vivere come per il passato, 
ma ritirarmi nella solitudine, meditare e trovare 
la salvezza. 

Continuando il suo racconto, senza badare 
alla commozione di Bàhr, Schopenhauer descrisse 
come Buddha in seguito" alla sua decisione, fu 
chiuso e sorvegliato nel palazzo, come riuscì a 
fuggire, e come incontrato un mendicante cambiò 
i suoi abiti e cominciò la sua vita di rinuncia 
ai falsi piaceri, mantenendosi col cibo elemosinato. 

È realmente mirabile e singolare, seguita il 
De Lorenzo come questa descrizione riferitaci dal 
Bàhr della vita di Gautamo Buddha, fatta dallo 
Schopenhauer innanzi alla statuetta Tibetana, cor- 
risponde esattamente per la commozione e la forma, 
al modo come nel romanzo " Kim „ di Kipling 
il vecchio lama Tibetano, descrive la stessa vita, 
innanzi alla statua di Buddha nel museo di Labore. 

La leggenda riferita dallo Schopenhauer trova 
riscontro in tutti i testi Buddhistici, e la troviamo 
anche negli scritti di Marco Polo, il quale aggiunge : 

" E questo giovane ritornò al palagio, e 
disse che non voleva più stare in questo misero 
mondo, da che gli necessitava morire o vivere sì 
vecchio, che gli facesse bisogno l'aiuto altrui, ma 
disse che voleva cercare ciò che non muore e 



135 



non inveccliia, ed incontanente si partia di que- 
sto palagio ed andava su alta montagna e molto 
rimota, e qui dimorò poscia per tutta la vita, 
tanto onestamente, che per certo se egli fosse 
istato cristiano battezzato egli sarebbe stato un 
grande santo appo Dio. (1) 

Analogo concetto si rileva anche in questi 
versi di Dante Alighieri, dove allude sicuramente 
al Buddha : 

" Un uomo nasce alla riva delVIndo 
e quivi non è chi ragioni 
di Cristo, né chi legge né chi scrive ; 
e tutti i suoi voleri ed atti buoni 
sono quanto ragione umana vede 
senza peccato in vita ed in sermoni, 
Muore non battezzato e senza fede 
Of'è questa giustizia che il condanna ? 
Ov^é la colpa sua scegli non crede ? 

Qui Dante se avesse voluto esprimere il suo 
concetto sul miscredente in genere, che per neces- 
sità ambientali non è cristiano, non avrebbe detto 
espressamente sulle rive dell'Indo, nell'allusione 
all'India ; è chiaro che intende parlare di Buddha 
senza peccato in vita ed in sermoni. 



(1) The booch oj ser Marco Polo, (henry jule London 1903). 



136 



In una antica iscrizione trovata in una ca- 
verna presso Islamabad che è stata tradotta nelle 
" ricerclie asiatiche „ dicesi che quando Buddha 
discese dalla regione delle anime, ed entrò nel 
ventre di Mahamaja, il ventre di lei prese im- 
mantinente l'apparenza di un chiaro cristallo 
trasparente, dentro il quale il divino fanciullo si 
mostrò, inginocchiato e riposante sulle mani. Dopo 
10 mesi e 10 giorni di gravidanza, sollecitato il 
permesso del Raja suo marito si pose in cammino 
con un corteggio degno del suo grado regale. 
Arrivata ad un giardino presso la strada fu presa 
dalle doglie del parto ; gli alberi abbassarono i 
loro rami per nasconderla ed offrirle un sostegno 
mentre dava alla luce il bambino. 

Brahma stesso accorse con un vaso d'oro in 
mano; vi raccolse il bambino e lo consegnò ad 
Indra che ne die cura ad una damigella ; ma il 
bambino scivolato dalle braccia di lei, camminò 
per sette passi. 

Della sua dottrina dirò in seguito, e della sua 
fine riferirò quanto è narrato nel Mahaparini- 
blanasutra : 

" Nella primavera del 383 a. C. il grande 
asceta si trovava a Rajagaham oggi Najr a sud 
del Gange, sentendo approssimarsi la sua fine, 
volle recarsi presso il paese natio a Kapilowatthu 



137 



alle falde delFHimalaja, per estinguersi al cospetto 
delle nevi eterne che lo avevano visto nascere. „ 

Accompagnato dai suoi fidi monaci mendi- 
canti si fermò a Vasàli, città dei Sicchavi, dove 
onorato da questi e dalla famosa etèra Ambapali, 
passò la stagione delle pioggie in una capanna 
poco lungi dalla città. 

Quivi fu colpito da grave malore e da mor- 
tali dolori che sopportò con grande rassegnazione. 
Quando si fu rimesso un poco uscì dalla capanna 
per riscaldarsi al sole ; Anando che lo aveva as- 
sistito durante la malattia lo pregò di dare le sue 
ultime disposizioni alla comunità. 

Buddha rispose : 

Che cosa adunque o Ananda aspetta ancora 
da me la comunità, esposta è stata da me la dot- 
trina senza sottintesi, io sono, Ananda, oramai 
vecchio, e carico di anni, il mio viaggio volge 
alla fine, io ho raggiunto la somma di giorni e 
sono al mio ottantesimo anno. 

Come un vecchio carro logoro non si può 
più fare muovere se non scricchiolando. Perciò 
Ananda siate luce a voi stessi, siate rifugio a voi 
stessi, non cercate rifugio in altri. 

Vigilate verso il corpo, sul corpo, instancabili, 
con chiara mente, sapiente; e sull'anima istancabili 
con chiara mente, sapiente ; dopo avere superato 
la brama e le cure del mondo, vigilate allo stesso 



138 



modo presso i fenomeni, sui fenomeni ; così il 
monaco è luce a se stesso, è rifugio di se stesso, 
così sarà riuscito perchè virtuoso. 

Ma Ananda non poteva rassegnarsi alla per- 
dita del suo caro maestro, ed implorava che il 
sublime rimanesse ancora in vita per la salvezza 
degli uomini e la compassione del mondo e Bud- 
dha replicò : 

Non ho ripetuto o Ananda che bisogna di- 
viderci, separarci, distaccarci di ogni cosa cara 
ed amata ? Come sarebbe possibile che ciò che 
è nato, s'è formato, composto, ma soggetto alla 
decomposizione, non si decomponga ? 

Ciò non è possibile, tutto ciò che ha avuto 
un principio deve avere una jfine, fra breve il 
Compiuto sarà per sempre estinto. Volle fare un 
ultimo giro per l'elemosina in Vasàli, si volse 
l'ultima volta a guardare la città, con lo sguardo 
dell'Elefante e disse ad Ananda : 

Questo è l'ultimo sguardo del Compiuto su 
Vasàli! 

Riprese il cammino verso settentrione, giunse 
a poco a poco ai freschi contrafforti dell' Hima- 
laja alla città di Pavà, fu ospidato dall'orefice 
Cundo, che nel pasto per grave errore gli offrì 
dei funghi velenosi, che affrettarono la sua fine. 
In preda ai dolori della morte, egli ebbe ancora 
la forza di portarsi all'altra sponda del fiume, 



139 



nel magnifico bosco, di grandi alberi di sala, e 
qui disse al discepolo : 

Ananda, sii buono, apprestami un giaciglio 
fra due alberi di sala, con il capo a settentrione 
sono stanco e mi voglio coricare. 

Ed il sublime si stese così sul fianco destro, 
sul giaciglio, pensoso, raccolto. Dai bei rami di 
sala una pioggia di fiori scendeva su lui, e si 
mescolava coi fiori di mandàrava, e la polvere 
odorosa di sandalo che tutto lo aspargeva. 

Ananda chiedeva come dovesse regolarsi col 
suo cadavere dopo la morte e Buddha rispose: 

Non vi occupate del mio cadavere, Ananda, 
non vale la pena, operate per il vostro bene, vi 
sono savi tra i guerrieri, savi tra i Bramani, savi 
tra i padri di famiglia, che venerano il Compiuto, 
ci sarà qualcuno che si occuperà del mio cadavere. 

Ananda trattosi in disparte piangeva, e Bud- 
dha volto a lui: Basta, Ananda, non piangere, 
non essere triste, non ti ho detto sempre che ci 
dobbiamo dividere da tutte le cose più care ed 
amate ? 

Il vero saggio non si addolora mai né per 
i vivi né per i morti ! Per molto tempo, Ananda, 
tu mi sei stato gentilmente ajffianco, con amiche- 
voli, delicati, sinceri atti e pensieri illimitati; 
grazie, hai fatto bene Ananda, orsù niente lacrime, 
via alla lotta, presto raggiungerai anche tu la 



140 



salvezza ; ed ora, voi monaci, vi ammonisco ; tutte 
le cose periscono, combattete senza tregua! 

Queste furono le ultime parole del Compiuto, 
e poco dopo per sempre si estinse. 

Estinto è il Sublime, ma la fiamma della 
sua grande dottrina, arde ancora su tutto l'oriente, 
e illumina le menti, riscalda i cuori dei sommi 
e degli umili. (1). 

Dottrine. 

Tutte le religioni, dice il monacò buddhista 
italiano javana Tikkha, sono in grado maggiore 
o minore in conflitto con la scienza, il buddhi- 
smo è la sola religione nel mondo che vada in 
perfetta armonia con la scienza. Non sembra 
questo indicare che essa rappresenta la migliore 
religione ? 

Il buddhismo è religione di analisi, vi si trova 
un metodo scentifico. Lo stesso concetto è stato 
recentemente esposto da uno studioso orientalista 
Inglese EUam, in un suo piccolo libro sul " bud- 
dhismo ed il pensiero moderno „ che varrebbe la 
pena di fare conoscere anche diffusamente in Italia, 
per diradare e distruggere molti pregiudizi che 
ancora esistono presso di noi sul buddhismo. I 



(1) Il sole del Gange (Nicolò Zanichelli). 



141 



pregiudizi cadranno quando io avrò riferito la 
dottrina servendomi delle stesse parole del Bud- 
dha, chiare ed esplicite che egli rivolgeva ai suoi 
discepoli, ed a chi andava ad intervistarlo sulla 
sua dottrina. 

Le rilevo dal Vangelo di Buddha di Paul 
Carus, libro d'oro, risplendente di tanti savi in- 
segnamenti, che oggi non sarebbe male che fosse 
letto con amore in molte famiglie, illuminare le 
menti sulla via del bene, non è mai male ! 

Vedrà il lettore del resto, come le due grandi 
religioni Buddhismo e Cristianesimo hanno molti 
punti di contatto (1) sia nel concetto filosofico 
che nell'applicazione della fede, e non è conce- 
pibile perchè tali concordanze siano causa di ani- 
mosità, invece di creare sentimenti d'amicizia e 
di reciproca tolleranza! 

Max MuUer diceva : Se in certe opere bud- 
dhistiche trovo delle dottrine identiche a quelle 
del Cristianesimo, lungi dallo spaventarmi sono 
felice ; perchè la verità non è meno vera per il fatto 
che è creduta nella maggioranza del genere umano. 

Il Buddhismo ignora ogni rivelazione sopran- 
naturale, e proclama una dottrina che dice : " Ve- 
nite e vedete. „ 



(1) Paul Carus nel vangelo di Buddha trova 175 riferimenti 
col vangelo Cristiano. 



142 



Buddha basa la sua dottrina sulla conoscenza 
che l'uomo ha della natura delle cose, nelle verità 
dimostrabili. 

Se facessimo un lavoro di comparazione tra 
il Cristianesimo e il Buddhismo, potrebbe riuscire 
fatale ai concetti settari delle due religioni, ma 
in ultima analisi servirebbe ad approfondire la 
nostra comprensione del vero significato di en- 
trambe e potrebbe produrre una fede più nobile, 
che aspirerebbe ad essere " Una religione cosmica 
della verità Universale. „ 

Dalle semplici parole del Buddha emana 
chiara la sua dottrina, non dalle discussioni, e 
dai commenti che spesso travisano o cambiano 
completamente il principio fondamentale. 

Ecco come l'Illuminato insegnava i suoi di- 
scepoli : 

" Se liberiamo il nostro cuore dai meschini 
egoismi, non desideriamo male ad alcuno e di- 
ventiamo limpidi come il diamante che riflette la 
luce delle verità, quale radioso quadro apparirà 
in noi, rispecchiante le cose quali sono, senza la 
mescolanza dei desideri ardenti, senza la defor- 
mazione dell'illusione erronea, senza l'agitazione 
dell'irrequietezze peccaminose. „ 

" Tutte le cose composte saranno di nuovo 
disciolte, i mondi andranno in frantumi, le nostre 
individualità andranno disperse, ma le parole di 



143 



Buddha rimarranno sempre, perchè la verità in- 
distruttibile è 1'" Assoluto. •'•' „ 

" Le cose e gli abitanti del mondo sono sog- 
getti a mutamenti, essi sono ciò che le azioni 
passate le fecero, perchè la legge della causa ed 
effetto è uniforme, senza eccezione ed è eterna. „ 

" Vi è verità nella pietra, perchè la pietra 
è qui e nessun potere al mondo uè umano uè 
divino, può distruggerne l'esistenza, ma la pietra 
non ha coscienza. „ 

Vi è una verità nella pianta, la pianta cresce, 
fiorisce, porta frutta, la sua bellezza è meravi- 
gliosa, ma essa non ha coscienza. 

L'animale è una verità, esso si muove, ca- 
pisce ciò che lo circonda, distingue, impara, vi è 
una coscienza, ma non è la coscienza della verità, 
questa è riservata all'umo, una è la coscienza del 
sé destinata a dissolversi col corpo, E quella co- 
scienza del sé che abbiamo molto grandemente 
sviluppata in noi uomini, e che ci offusca gli 
occhi della mente e ci nasconde la verità; essa 
è l'origine dell'errore, la fonte dell'illusione, è 
la luce che attira la farfalletta per portarla alla 
morte; è il principio di ogni odio, dell'iniquità, 
della calunnia, della imprudenza, dell'indecenza, 
della rapina, dell'oppressione e dello spargimento 
di sangue, il creatore della malvagità. 



144 



Il sé alletta con i piaceri, il sé promette 
un paradiso incantato, è come un velo che co- 
pre gli occhi. 

" Ma i piaceri del sé sono irreali, la sua bel- 
lezza è evanescente, accende fiamme di desiderio 
che non saranno mai soddisfatte. „ 

A proposito di sacrifici che si usavano in 
tutte le religioni il Buddha disse : 

Che senso di amore può possedere l'uomo, 
il quale crede che con la distruzione della vita 
di un essere, possa espiare le proprie azioni mal- 
vagie ? Può un nuovo torto espiare i torti antichi ? 
Può l'uccisione di una vittima innocente lavare i 
peccati dell'umanità ? 

Questo è praticare la religione a discapito 
della condotta morale. Purificate il vostro cuore 
e cessate di uccidere ; questa è la vera religione ! 

I rituali non hanno alcuna efficacia, le pre- 
ghiere sono inutili ripetizioni, non hanno il po- 
tere di salvare alcuno ; né l'astinenza del pesce 
della carne, né l'andare ignudi, né radersi il 
capo, né lasciare i capelli incolti, né portare rozze 
vesti, purificheranno l'uomo che non è libero delle 
illusioni. 

L'ubbriachezza, l'ostinazione, il bigottismo, 
l' inganno, l' invidia, la presunzione, il disprezzo 
degli altri, la superbia e le cattive intenzioni, co- 
stituiscono l'impurità, non il mangiare carne. 



145 



Lasciate che io insegni il sentiero di mezzo, 
che vi tiene discosti da tutti e due gli estremi: 
Con le privazioni, con le sofferenze, l'asceta, pro- 
duce confusioni e pensieri morbosi nella propria 
mente. La mortificazione non evita il trionfare 
dei sensi, ma fa forse il contrario. 

Lasciate adunque che si mangi e si beva e 
si riposi secondo il bisogno del proprio corpo, il 
soddisfare le necessità della vita non è male. Man- 
tenere il corpo in buona salute è un dovere, poi- 
ché altrimenti non saremo capaci di assettare la 
lampada della sapienza, e di mantenere la nostra 
mente sana e forte. 

Facilmente accade che un uomo nel pren- 
dere un bagno metta il piede sopra una corda 
ed immagini che sia un serpente, egli sarà so- 
praffatto dall'errore, tremerà di paura, anticipando 
tutte le angosce causate dal morso di un vele- 
noso serpente. 

Quale sollievo prova quell'uomo quando vede 
che la corda non è un serpente. La causa dello 
spavento sta nell'errore, nella ignoranza, nella sua 
illusione. Se riconosce la vera natura della corda, 
la tranquillità della mente gli ritorna, si sentirà 
sollevato, sarà gioioso e felice ! 

Questo è lo stato mentale di chi ha ricono- 
sciuto, che il sé é la causa di tutti i suoi mali, 
che è un miraggio, un'ombra, un sogno. 



146 



Le illusioni inebriano come le sostanze alcoo- 
liche, ma tosto svaniscono, e vi lasciano infermi 
e disgustati. 

Non vi è immortalità se non nella verità, 
perchè solo la verità dimora in eterno. 

" La natura irrequieta ed affaccendata del 
mondo, questa dichiaro è la base del dolore. 
Conseguite quella compostezza di mente, necessaria 
per riposare nella pace della immortalità. Il sé 
non è che un cumulo di quantità composite ed 
il suo mondo è vuoto come una fantasia. 

Anathapindika chiese a Buddha consiglio e 
gli disse: , 

La mia vita è piena di lavoro, ho acquistato 
molte ricchezze, ed ho molti pensieri, debbo io 
secondo le tue dottrine, abbandonare la mia ric- 
chezza, la mia casa, i miei affari, e come te an- 
dare ramingo, a fine di ottenere la beatitudine 
della vita religiosa? 

La beatitudine della vita religiosa, rispose 
Buddha, è conseguibile da chiunque cammini nel 
nobile ottuplice sentiero. Colui che è attaccato 
alla ricchezza, farebbe meglio a gettarla via, perchè 
il suo cuore non sia avvelenato; ma chi pur 
avendola non è attaccato alla ricchezza, e ne usa 
giustamente soccorrendo i bisognosi, sarà una be- 
nedizione per i suoi simili. 

Rimani nella tua posizione sociale, seguita 



147 



a lavorare, non sono la vita, le ricchezze, il po- 
tere che rendono schiavi gli uomini, ma l'attac- 
camento alla vita, alle ricchezze, al potere. 

L'eremita che si ritira dal mondo per con- 
durre una vita di ozio non guadagna nulla, poiché 
la vita d' indolenza è un'abominazione, la man- 
canza di energia è da disprezzarsi; qualsiasi cosa 
facciano gli uomini, sia artigiani^ mercanti, soldati, 
o si ritirano dal mondo per dedicarsi ad una vita 
di meditazione, mettano tutto il cuore nel loro 
compito, siano essi diligenti, energici, onesti; siano 
essi simili al loto, il quale pur crescendo nell'acqua 
non è tocco dall'acqua; se lottano nella invidia 
senza invidia, senza odio, senza egoismo, ma me- 
nano una vita di verità allora per certo la gioia, 
la pace, la beatitudine dimoreranno nella mente loro. 

L'uomo caritatevole è amato da tutti, la sua 
amicizia è altamente valutata, alla morte il suo 
cuore è in pace, perchè non soffre il pentimento. 
Difficile è comprendere ma è così: 

" Dando via il nostro cibo acquistiamo forza 
regalando le vesti acquistiamo bellezza. „ 

I Bhikshu si recarono dal Beato e gli chiesero : 

Tatha-gata, nostro Signore e Maestro, in 

quale maniera prescrivi tu che gli shramana, i 

quali hanno lasciato il mondo debbono condursi 

con le donne? 



148 



E il beato disse: 

Guardatevi dal rimirare le donne ; se vedete 
una donna fate come se non la vedeste, e non 
abbiate seco conversazione di sorta; se siete co- 
stretti a parlarle, fatelo con cuore puro e pensate 
tra voi: Io voglio vivere in questo mondo pieno 
di peccato, come le incontaminate foglie di loto, 
non contaminate dalla melma in cui crescono; se 
la donna è attempata consideratela come vostra 
madre, se è giovane come vostra sorella, se è 
giovanissima come vostra figlia, ed i sensi non si 
ridesteranno. Grande è il potere della concupi- 
scenza negli uomini, e perciò deve essere temuta; 
ricordatevi che le lacrime ed i sorrisi di una 
donna sono i vostri nemici, la sua forma flessuosa 
le sue braccia pendenti, la sua chioma sciolta, 
sono lacci destinati a rendere Y uomo schiavo ; 
perciò ripeto: dominate il vostro cuore e non 
dategli sfrenata licenza. 

In occasione di un dissidio nato nella co- 
munità, tra monaci Buddha disse: 

La gente volgare fa molto chiasso, ma chi 
può biasimarla se anche nella comunità religiosa 
sorgono scissure ? 

L' odio non è placato da colui, che dice : 
Egli mi ha insultato, mi ha fatto torto, mi ha 
recato danno, poiché Vodio non si plaga con Vodio, 



149 



ma l'odio si calma e si dissolve con la bontà, e 
l'amore; questa è legge eterna. 

Vi sono alcuni che non conoscono la ne- 
cessità di dominarsi, se sono litigiosi si può scusare 
la loro condotta, ma i veri saggi debbono im- 
parare a vivere in buona armonia con tutti. 

Ed il Beato pensò: Non è facile compito 
istruire questi stolti, caparbi ed esaltati! 

Devatta chiese al maestro: 

Il corpo consiste di 32 parti, e non ha at- 
tributi divini, è concepito in peccato, e finisce 
in corruzione. Ha come suo attributo essere sog- 
getto al dolore ed alla dissoluzione, è il ricetta- 
colo del Karme che è la maledizione delle nostre 
esistenze anteriori, è la dimora del peccato e 
delle malattie, i suoi organi secernono di continuo 
secrezioni disgustose, la sua fine è la morte, la 
sua meta il carnaio. 

Tali essendo le condizioni del corpo ci con- 
viene trattarlo come un carcame, pieno di abie- 
zione, e vestirlo soltanto di cenci raccolti nel 
cimitero, e sui letamai. 

Il beato rispose : 

In verità il corpo è pieno d'impurità è finisce 
nel carnaio, poiché è impermanente, e destinato 
a dissolversi nei suoi elementi, ma essendo esso 
il ricettacolo del Karma, sta in suo potere di 
farne un vasello di verità, e non di peccato. Non 



150 



è bene appagare i piaceri del corpo, ma neppure 
è bene trascurare i nostri bisogni corporali ed 
ammucchiare le sporcizie sopra l'impurità. 

La lampada che non è ripulita anche piena 
di olio si spegne, ed il corpo che è incolto, non 
lavato ed indebolito dalla penitenza, non sarà 
certo adatto alla luce della verità. Le tue regole 
non condurranno i discepoli sul sentiero medio 
che io ho insegnato. 

Non si può impedire ad alcuno di osservare 
le regole più rigide, se trova buono di farle, ma 
esse non dovrebbero essere imposte, perchè non 
sono necessarie. 

Devatta rimase scontento della risposta del 
maestro e cominciò a criticare pubblicamente i 
precetti del Beato, quando questi apprese ciò disse: 

Tra gli uomini non c'è alcuno che non sia 
biasimato. 

La gente biasima colui che siede in silenzio 
e colui che parla; biasima anche colui, che pre- 
dica il sentiero della vita e della verità. 

Ananda riunì i discepoli, ai quali il Beato 
domandò : 

Quando un discepolo che ha ricevuto F or- 
dinazione, cessa di essero tale? 

Strariputra rispose: 

Il discepolo che ha ricevuto 1' ordinazione, 
non deve commettere alcun atto non casto, deve 



151 



accettare solo ciò che gli viene offerto, non deve 
scientemente uccidere alcuna bestia, fosse pure 
un lombrico, o una formica; queste sono le tre 
proibizioni. 

Ve n'è una quarta rispose il Beato : 
Il discepolo che ha ricevuto V ordinazione, 
non deve vantare alcuna perfezione sovrumana, 
il discepolo che con malvagio intento o per cu- 
pidigia vanta perfezioni sovrumane, sia di visioni 
che di miracoli non è più mio discepolo ! 

* * * 

Vi era un poeta che aveva nome Che, il 
quale credeva in Buddha e nella sua dottrina, 
ed aveva quindi acquistato grande pace mentale, 
e conforto nell'ora del dolore. Accadde che una 
epidemia si sparse nella contrada in cui viveva, 
onde molti morirono e la gente fu in preda al 
terrore. Alcuni, tremanti di paura, anticipando il 
proprio fato furono colpiti da tutti gli orrori della 
morte, prima di morire, mentre altri incomincia- 
rono a darsi a pazza gioia gridando : 

Godiamo oggi perchè non sappiamo se do- 
mani saremo più vivi ! 

Pure la loro non era allegria sentita, ma 
una finzione, una posa. 

Il Poeta Buddhista viveva sereno tra tanti 



152 



uomini e donne mondane, tremanti di ansietà per 
la pestilenza ; calmo, indisturbato come sempre, 
aiutando ovunque poteva e calmando le sofferenze 
con medicine e conforto religioso. 

Un uomo venne a lui e disse : 

Il mio cuore è nervoso ed eccitato, perchè 
vedo tanta gente morire, non sono in pena per 
gli altri, ma tremo per me stesso, aiutami o saggio, 
liberami dal mio timore. 

Il poeta rispose : 

Vi è soltanto aiuto per colui che ha com- 
passione degli altri, ma non vi è aiuto di sorta 
per te fino a tanto che sei attaccato unicamente 
al tuo io. I tempi duri mettono alla prova l'ani- 
mo degli uomini ed insegnano loro la giustizia 
e la carità. Puoi tu vedere intorno a te tanti 
tristi spettàcoli ed essere tutt'ora pieno di egoismo ? 

Tu puoi vedere morire i tuoi fratelli, le tue 
sorelle, i tuoi amici, eppure non dimenticare le 
meschine brame e la concupiscenza del tuo cuore? 

Ed il poeta compose questo canto ; 

" A meno che non vi rifugiate in Buddha e troviate 

[riposo nel Nirvana. 

Tutto è vanità, vanità e desolazione. 

" Vedere il mondo è ozioso, godere la vita è cosa vuota 

" Il mondo incluso l'uomo non è che un fantasma 

" È la speranza del cielo simile ad un miraggio. 



153 



" Il mondano ricerca i piaceri ed ingrassa come un pollo 

[nella stia 

" Ma il Santo Buddhista vola in alto verso il sole come 

[la gru selvaggia. 

" Il pollo nella stia è nutrito di cibo ma presto finirà 

[in pentola 

" La gru selvaggia non ha cibo, ma i cieli e la terra 

[sono suoi. 

" E bene riformarsi, ed è bene esortare la gente a riformarsi 

" Siano gli altri affacendati ed oppresse di cure 

La mia mente non angustiata sarà più. 
" Agognano i piaceri e non trovano soddisfazione 
" Ambiscono le ricchezze, e non ne hanno mai abbastanza. 
" Sono simili a marionette sostenute da filo 

Quando il filo si spezza precipitano di colpo. 

" Nel dominio della morte non ci sono né grandi né 

[piccoli 

Non si usa né oro né argento, né gioielli preziosi 

Non vi é fatto distinzione tra l'alto ed il basso 

E tutti i giorni, i morti sono sepolti sotto le zolle 

[fragranti. „ 

4i 4; Hi 

Nel chiarire ai discepoli il Beato, la dottri- 
na dell'annichilimento del dolore egli disse così : 

Amici, che cosa è il male ? 

Uccidere è male, mentire è male, calunniare 
è male, rubare è male, cedere alla passione ses- 
suale è male, l'invidia è male, l'odio è male, at- 
tenersi a false dottrine è male. 



154 



Che cosa o amici miei, è la radice del male ? 

Il desiderio, l'odio, l'illusione sono la radice 
del male. 

Che cosa amici miei è il dolore ? Che cosa 
l'annichilimento del dolore ? 

La nascita è dolore, la vecchiaia è dolore, 
la malattia è dolore, la morte è dolore ; la tri- 
stezza, l' infelicità sono dolori, l' afflizione e la 
disperazione sono dolori, l'essere uniti alle cose 
odiose è dolore, la perdita di ciò che amiamo è 
dolore, l'impossihilità di conseguire ciò che de- 
sideriamo è dolore. 

Qual'è la causa del dolore ? 

E la concupiscenza, la passione, la sete di 
esistenza, che agogna il piacere in ogni luogo, e 
conduce ad una continua rinascita. 

E la sensualità, il desiderio, l'egoismo, tutte 
queste cose sono origine di dolore. 

L'annichilimento totale o parziale di questa se- 
te, è la liberazione; l'emancipazione delle passioni. 

Il sentiero che porta all'annichilimento del 
dolore consiste : 

" Rette vedute, rette determinazioni, retta 
parola, retta azione, retta vita, retta lotta, retti 
pensieri e retta meditazione. „ 

Tutti gli atti delle creature viventi diventano 
cattivi per 10 cause, e con l'evitare le dieci cose 
diventano buone. 



155 



Vi sono tre mali del corpo, quattro mali 
della lingua, e tre mali della mente. 

I tre mali del corpo sono : l'assassinio, il 
furto e l'adulterio. 

Della lingua : la menzogna, la calunnia. Fin- 
giuria e le ciarle oziose. 

Della mente ; La cupidigia, l'odio, l'errore. 

Riepilogando vi dico : Non uccidete, ma ri- 
spettate la vita di tutti gli esseri; non rubate, 
ed aiutate ognuno ad essere padrone del frutto 
del suo lavoro ; astenetevi dall'impurità e condu- 
cete vita casta. 

Non mentite, dite la verità con discrezione, 
intrepidamente e con spirito d'amore. 

Non originate maldicenze, né riportatele, non 
criticate ma cercate il lato buono dei vostri si- 
mili, onde difenderli con sincerità contro i loro 
nemici. 

Non bestemmiate, ma parlate con decenza e 
dignità. Non sprecate tempo in chiacchiere, ma 
parlate a proposito o serbate il silenzio. 

Non desiderate, non invidiate, ma rallegra- 
tevi della fortuna altrui. Purificate il vostro cuore 
dalla cattiveria, non nutrite odio verso alcuno, 
nemmeno verso i vostri nemici, ma fate che la 
vostra benevolenza abbracci tutti gli esseri viventi. 

Liberate la mente dall'ignoranza, siate an- 
siosi d'imparare la verità, onde non diventiate 



156 



preda dello scetticismo e degli errori. Lo scetti- 
cismo piomba nella indifferenza, e gli errori vi 
travieranno cosi da perdere le tracce del sentiero 
che conduce alla virtù ed alla vita eterna. 

Fu rivolto un giorno a Buddha dal capo di 
un villaggio la domanda perchè egli predicasse 
la sua dottrina ad alcuni nella sua interezza e 
ad altri no : 

Immagina rispose Buddha che un agricoltore 
voglia affidare alla terra la sua preziosa semente: 
Egli ha tre campi ; dei quali uno è eccellente, 
l'altro è mediocre, ed il suo rendimento si pre- 
vede scarso, il terzo è sterile ed infruttuoso. 

Certamente l'agricoltore se è sennato, vorrà 
affidare anzitutto la sua semente al primo campo, 
e solo successivamente al secondo e poi al terzo. 

E spiega aggiungendo, che i monaci e le 
monache sono simili al primo campo, e quindi 
egli annuncia la sua dottrina intieramente, perchè 
essi lo considerano come loro duce e sostegno, 
quale patrono e rifugio ; simili al secondo campo 
di scarso rendimento, sono gli aderenti laici, ad 
essi affida il seme della parola solo in secondo 
luogo, pari infine al campo infruttuoso sono gli 
asceti Bramani, e gli eremiti girovaghi delle altre 
sette. (1) 



(1) Samyutta Nikaya (42-7-1-8). 
Dalla civiltà cattolica — (anno 35.) 



157 



Da tale paragone risulta chiaro, che Buddha 
riponeva molta fiducia tra i suoi monaci, qualche 
speranza nei laici, ma non s'ingannava pensando 
che finché questi restano nel mondo, rimangono 
tra innumerevoli pericoli, facilmente possono con- 
trarre macchie, uccidendo esseri viventi, o com- 
piendo azioni che avranno penose ripercussioni 
nelle loro vite ed in quelle future. 

Il Buddhismo amò designarsi " comunità 
mendicanti „ (Chikkhusangha) quindi non solo il 
monaco, ma anche la comunità stessa era doveroso 
che rinunciasse a qualsiasi possesso, che non ave- 
va campi, né altri beni, né potesse riceverli in 
dono. Severamente proibito era ricevere oro o ar- 
gento : Come l'uccello in qualunque parte voli, 
nulla porta seco tranne le ali, così anche un 
monaco è soddisfatto del suo vestito, del cibo che 
gli spetta, dovunque egli vada porta seco quanto 
possiede. 

Darmapada (sentiero delle religioni). 

Le creature anno il carattere che deriva dalla 
mente, e noi possiamo evitare il male, e da noi 
stessi possiamo purificarci. 

La purezza e l'impurità appartengo a noi, 
nessuno può purificare un altro. 

Colui che si scuote quando è in tempo quan- 



158 



tunque giovane e forte, è pieno d'ignavia, debole 
di volontà e di pensiero; un cotale uomo pigro ed 
ozioso non troverà mai la via della illuminazione. 

Se un uomo non vuol bene agli altri, vorrà 
almeno bene a se stesso, vigili adunque con cura 
su se stesso, impari a dominare se stesso, se un 
uomo vince mille volte in battaglia, se un altro vince 
se stesso, questo è il conquistatore più grande. 

Tra non molto ahimè! il tuo corpo giacerà 
per terra, disprezzato, incosciente, come un pezzo 
di legno marcio, inutile, pure i tuoi pensieri re- 
steranno! 

Saranno pensati di nuovo, e produrranno i 
buoni pensieri, buone azioni; i cattivi pensieri, 
cattive azioni; sono come i semi della nuova 
pianta che spunterà. 

Come il fontaniere conduce l'acqua dove 
vuole, l'armaiolo foggia il dardo, i falegnami pie- 
gano il legno; chi è saggio plasma se stesso; i 
saggi in mezzo al biasimo o alla lode non vacil- 
lano; avendo prestato orecchio alla gente, diven- 
tano sereni, come un lago profondo e tranquillo. 

Se l'uomo parla . ed agisce con cattivo pen- 
siero, il dolore lo segue, come la ruota segue il 
piede del bue che tira il carro. 

Nessun uomo tenga in poco conto il male, 
dicendo in cuor suo " non mi verrà vicino. „ Co- 
me le gocce d'acqua cadendo colmano la brocca. 



159 



così il male a poco a poco, ammonticchiato ri- 
colma lo stolto. 

Colui la cui malvagità è. molto grande, si 
riduce in quello stesso stato in cui il suo nemico 
vorrebbe vederlo. Egli stesso è il più grande ne- 
mico di se stesso; così un rampicante distrugge 
la vita dell'albero che lo sostiene. Vinca ruomo 
l'ira con V amore, vinca il male con il bene, 
vinca l'avito con la liberalità, il bugiardo con la 
verità, perchè l'odio non cessa mai con l'odio, 
cessa con l'amore, questa è antica norma! Lunga 
è la via per colui che è stanco, lunga la notte 
per colui che veglia, lunga la vita per gli stolti 
che sconoscono la vera religione. 

Non con disciplina e voti, non con preghiere 
e oiFerte alla divinità, ma solo nella constrizione 
dei desideri peccaminosi sta la religione suprema ! 

Hi ^ sH 

Il general e Simla si presentò al Beato e gli 
disse : 

Signore, io sono un soldato, e ho dal re 
r incarico d' imporre le leggi, di combattere le sue 
guerre: permettete voi, che insegnate amorevo- 
lezza infinita, e compassione per tutti quelli che 
soffrono, il mio mestiere? Voi insegnate la dot- 
trina della completa remissività, onde io dovrei 
lasciare, che il malfattore facesse ciò che vuole. 



160 



e cedere sommessamente a colui che minaccia di 
prendere con la violenza ciò clie mi appartiene? 

Sostenete voi clie ogni lotta, inclusa la guerra, 
mossa anche da causa giusta, dovrebbe essere 
proibita ? 

Buddha rispose: 

Colui che merita punizione deve essere pu- 
nito ; non bisogna mai recar danno e violenza ad 
alcuno, ma essere pieni di amore e dolcezza verso 
tutti. Queste ingiunzioni non sono contradittorie, 
poiché chiunque deve essere punito per delitti 
che ha commesso, soffrirà il danno, non per malo 
animo del giudice, ma a causa del suo malfare, 
I propri atti gli hanno procurato il danno che 
l'esecutore della legge gì' infligge. 

Quando un magistrato punisce, non nutre 
odio in cuor suo, e l'assassino quando è messo 
a morte, riconosce che ciò è frutto della propria 
azione, comprende che la punizione purificherà 
la sua anima, ed affronterà sereno il suo destino. 

E il Beato continuò: 

Ogni guerra in cui l'uomo cerca di uccidere 
il proprio simile è deplorevole, ma non è da bia- 
simare, chi va in guerra per difendere sé e gli 
altri ingiustamente attaccati, deve allora affron- 
tare la guerra, dopo avere esaurito tutti i mezzi 
per evitarla. Colui che è causa della guerra è da 
biasimare. Ma colui che uscirà vittorioso, deve 



161 



tenere presente la instabilità delle cose terrene, 
il suo successo può essere grande, ma per quanto 
grande, la ruota della vita può girare di nuovo, 
e metterlo giù nella polvere. Il vincitore non 
inorgoglisca della sua vittoria, e spegnendo ogni 
odio in cuor suo, rialzi l'avversario sopraffatto e 
gli dica: 

Vieni, ora facciamo pace, siamo fratelli! 

Allora conseguirà una vittoria, che non è suc- 
cesso transitorio, i buoni frutti resteranno sempre. 

Grande è Simba, un generale vittorioso, ma 
chi vince se stesso è vincitore più grande! 

Kutadanta disse al maestro : 

Mi si dice che tu insegni la legge, pure de- 
molisci la religione i tuoi discepoli disprezzano 
i riti, abbandonano l'immolazione, ma la venera- 
zione agli dei, non si può dimostrare che con 
sacrifici, la natura stessa della religione, consiste 
in adorazione e sacrifici. 

Buddha rispose: 

Più grande del sacrificio di buoi è il sacri- 
ficio di se stesso, colui che offre agli dei, desideri 
peccaminosi, scorgerà l'inutilità di uccidere animali 
sull'altare. Il sangue non ha alcun potere di pu- 
rificare; ma togliendo la concupiscenza si rende 
il cuore migliore per l'adorazione degli dei: 

Importantissime quest'altre dichiarazioni del 
Beato : 



162 



In verità ti dico : la tua mente è spirituale, 
ma neppure la percezione dei tuoi sensi è priva 
di spiritualità. Le verità eterne che dominano 
l'ordine cosmico sono spirituali ; lo spirito si svi- 
luppa con la comprensione. Il bodhi trasmuta la 
natura bruta in forza mentale, e non esiste essere 
che non può venire tramutato in un vaso di verità. 

In armonia col concetto del Beato, oggi lo 
Steiner penetrando con spirito investigativo nel 
campo della fisiologia, fa una accurata relazione, 
delle diverse funzionalità degli organi umani, e 
ne attribuisce il merito a delle occulte forze esterne 
derivanti da forze cosmiche; siamo in pieno ri- 
torno alle antichissime dottrine vediche. 

Il fisiologo studia l'organo nella sua struttura 
e funzionalità quale la scienza la manifesta, cerca 
addentrarsi alla origine della vita dell'organo, cerca 
trovare lo spirito, la leva, che mette in movimento 
il macchinario umano, e trova le porte chiuse. 

Oggi lo Steiner audacemente, in una serie 
di conferenze tenute a Praga, ha illuminato le 
menti di una novella luce, e le sue dottrine sono 
raccolte in un importante pubblicazione " Fisio- 
logia occulta, „ 

* * * 

Il maestro avvolto alla fulva toga di asceta, 
portando sotto il braccio la scodella dell' elemo- 



163 



sina, si recò di prima mattina in città per men- 
dicare il cibo della giornata; incontrò il giovane 
borghese Singolako, intento nelle sue adorazioni; 
il maestro ebbe pietà per la sua ignoranza, gli 
parlò, gli fece comprendere che le sue pratiche 
religiose, erano vane superstizioni, gli mostrò quale 
era la via per una vita nobile ed onesta. 

Nell'indicazione di questa via, non ve n' è 
un tratto che non abbia oggi tra noi lo stesso 
valore che aveva allora, il valore della eterna 
verità. Il modo di regolarsi in famiglia, in società, 
è un canone che non ha subito, dispetto alla 
morale pura, alcuna variazione in più di due 
millenni. 

Spiega le norme con cui il padrone deve 
procedere verso i dipendenti ; ripartendo il lavoro 
e le occupazioni a secondo delle loro forze, dando 
cibo e mercede, provvedendo alle cure nelle ma- 
lattie, facendo loro godere a tempo la licenza ed 
il riposo. 

All'ora del pranzo bisogna prima provvedere 
per le bestie, perchè spinte dalla fame non capi- 
scono l'attesa, poi per i servi, perchè questi nella 
sofferenza dell'aspettare, criticano il padrone ; poi 
quando tutti sono satolli, mangia il padrone tra 
la benedizione di tutti. 

Tutto ciò è dimostrato senza intervento di 
alcuna forza divina, né per aspettarsi una qual- 



164 



siasi ricompensa nell'altra vita, ma per semplice 
dovere di umanità. 

Questa essenza, prettamente umana è quella 
che differenzia la morale di Buddha, da ogni altra 
morale. 

Il mondo uscito per propria attività da uno 
stato uniforme caotico, è in evoluzione continua, 
e gli esseri pervenuti del gran tutto, dell'assoluto, 
sotto forme spirituali, entrano nel mondo della ma- 
teria e delle forme, per lavorare alla loro perfezione, 
alla loro evoluzione, e tendere verso l'assoluto. 

Questa evoluzione si può iniziare con la 
scienza, come F abbiamo visto nel Ioga, o per 
mezzo dell'amore come dice un Purana. 

Sotto l'impulso di tale dottrina, F egoismo 
tende a scomparire, l'uomo abbraccia in uno stesso 
amore, quanto vive e respira, uomini, animali e 
piante, è questo il primo passo di quelF amore 
che riconduce all'assoluto. 

Il concetto filosofico delle dottrine Buddhiste 
ha dato luogo a lunghe discussioni per la diffe- 
rente interpetrazione dei Sutta; alla morte di 
Agoka, nei diversi concilii, nacquero scissure, e 
si formarono diverse sette, tanto che nel solo Giap- 
pone esistono sedici scuole filosofiche Buddhiste. 

Il lettore che ha desiderio inoltrarsi negli 
importanti studi delle vaste dottrine, pur non 



165 



conoscendo il sanscrito, e senza bisogno di autori 
stranieri, può servirsi delle opere dei nostri con- 
nazionali; Formichi, Tucci, Pizzagalli, Di Lorenzo, 
Belloni, Filippi ecc. ecc.. 

Sylvain Levi, nel suo recente volume " l'Inde 
et le monde „ scrive: 

" L'India ha incominciato a conoscere la sua 
vera grandezza in grazia agli insegnamenti dello 
straniero. Si deve alla scienza occidentale se oggi 
l'India sa di avere avuto un Buddha, ossia uno 
dei massimi geni dell'Umanità ; se oggi è riuscita 
a decifrare le inscrizioni di A^oka, il più nobile 
dei monarchi della terra, se oggi menziona nella 
sua storia letteraria il nome di A^vaghesha, in- 
gegno brillante dell'antichità; e le ricerche occi- 
dentali diranno ancora l'ultima parola, sul vero 
significato, e sulla vera importanza dei quattro 
Veda, e dei vari sistemi filosofici. „ 

E tutto questo conoscendo Tagore, apprez- 
zando le vastità della cultura Europea, si è affrettato 
a dare come maestri, agli studenti della Università 
da lui fondata a Santini-Ketan, i valorosi orien 
talisti : Sylvain Levi di Parigi, Maurice Winternitz 
di Praga, Sten-Konac di Cristiania, e Carlo For- 
michi di Roma. 

Buddha incomincia con l'ammettere ciò che 
è base di tutte le religioni, sotto varie forme; 



166 



cioè che nella vita dell'Universo esiste lo spirito 
del male, spirito che trascina l'uomo alle passioni 
e quindi al dolore; principio che ha la stessa 
importanza del Mithyn Bramhanico, completato 
come il dio del piacere in Kama, eredità di antica 
tradizione Vedica. 

Il Padtranasutta lo chiama Namuci, nome 
di un demonio celebre dei Veda, fu questi che 
tentò sedurre Buddha durante il periodò di espia- 
zione e penitenza sotto l'albero delle Bodhi. 

E la stessa tentazione di Aura-Minyu su Zara- 
tustra, infatti l'influsso Iranico sui miti Buddhisti 
non ci sorprende; le presenti ricerche tendono a 
dimostrare l'influsso Iranico sull'India e special- 
mente sul Buddhismo. Buddha vinse contro il 
demonio, contro i Brahmani, contro i Giaini, e 
contro tutti quelli che sostenevano, che la nuova 
dottrina era causa di sterilità, di vedovanza, di 
distruzione di famiglie, di ordine sociale e di caste. 
Egli rispondeva: I perfetti convincono con 
le parole della verità ! 

Ed infatti tutti correvano a lui, tutti gli 
stanchi della vita, ricchi e poveri, alla ricerca 
della pace in vita, e dell'altra infinita dopo la 
morte " il nirvana „ ed egli iniziava chiunque 
alla sua dottrina; la casta per lui, appartenente 
a stirpe regale, non costituiva ostacolo, di fronte 
al dolore della morte, siamo tutti uguali, nobili 



167 



e plebei, ricchi e poveri, tutti possiamo trovare 
la via della liberazione. 

Io dico a voi o monaci : Come la luce delle 
stelle non vale nemmeno la sedicesima parte del 
chiaro della luna, così tutti i mezzi che ci sono per 
procacciarsi meriti religiosi, non valgono la sedi- 
cesima parte dell'amore dell'emancipazione del 
cuore. Negli editti di A^oka non vi è sottili di- 
scussioni sull'anima, sul Nirvana, sulla Divinità, 
ma essi tendono ad unico fine, condurre il popolo 
alla vita virtuosa, al bene, all'amore, come dirò 
in seguito. 

A sazietà viene ripetuto che la legge della 
pietà si riduce a commettere pochi peccati, molte 
opere buone, essere compassionevoli verso gli 
uomini e verso le bestie, , usare largizioni, dire la 
verità, purificare l'anima nella contemplazione. 

Chi non vede in questi fondamentali concetti 
religiosi tanti punti di contatto col Cristianesimo ? 

L'Amore è interpetrato non per la singola 
persona, ma come radiazione spirituale pura, scevra 
di passione, fusione sublime di sentimento ed 
intelletto, scintilla di meditazione profonda, fulgido 
raggio dell'anima emancipata dalla personalità, spa- 
ziante come benifica rugiada sugli infiniti campi 
del dolore mondiale. 

L'amore puro assurge così a potenza cosmica, 
è forza che si contrappone al male, è potente 



168 



vibrazione che partendo dai singoli, sviluppa una 
corrente che ha grande influenza sul poteri cosmici, 
e quindi sui destini dell'umanità. 

Il Buddhismo con la sua mirabile tolleranza 
non vieta il credere in un Dio supremo; adorate 
pure Iddio sotto qualunque forma, egli dice; ma 
siate buoni, altrimenti è inutile adorare Iddio. 
Non approva ma tollera anche i riti, le cerimonie 
religiose, quantunque gli dei non possono fare 
grazie, né modificare gli effetti delle nostre azioni. 
Vana è la preghiera che non sia un pensiero 
puro un'opera buona. 

Le obblazioni con l' acqua santa, possono 
mondare il corpo dalle immondizie, ma non mai 
l'anima dal peccato. 

Offerte d'incenzo, di fiori all'altare, proces- 
sioni, luminarie, non promuovono la vera salute 
dello spirito, anzi distraggono dai veri conforti 
religiosi, solo non si vietano, perchè si riconoscono 
necessarie alla psicologia delle masse ignoranti. 

Il vero conforto religioso si trova nella 
solitudine. 

Mondo il cuore di ogni desiderio, lontano 
dalla umana gente affaticata, tra il suggestivo si- 
lenzio dell'immensa natura, ci apprestiamo a con- 
templare e meditare; allora solo scopriamo noi 
stessi, ci esaltiamo di essere nati e di dovere 
morire. 



169 



Solo allora la vita è verità, solo nella sen- 
sazione della fusione con la vita dell'universo, 
la carne è vinta, lo spirito è libero, e trionfa !! 

* * * 

In Europa ed anche in America si è voluto 
attribuire al Nirvana di Buddha un significato 
non completamente rispondente al vero. Cioè il 
senso dell' " annientamento assoluto „ assoluta nul- 
lità, il punto finale in cui l'espressione della vita 
umana scomparirebbe del tutto, ritornando la sua 
essenza a far parte della vita fisica universale. 

Questo concetto mette in cattiva luce il 
Buddhismo, perchè sarebbe allora evidente la 
concezione materialistica. 

Quando per estinzione intendiamo anche la 
morte dell'anima, come riassorbimento del finito 
nell'infinito, cadendo nel panteismo Indiano, si 
cade anche in errore; se lo consideriamo come la 
disintegrazione finale della personalità cosciente, 
cioè l'annullamento dell'io pensante, esprimiamo 
una parte dell'insegnamento. A noi sembra idea 
contraddittoria, perchè abbiamo dell'io pensante 
un'opinióne diversa di quella del Buddhismo. 

Il sé del Buddhismo è un aggregato tempo- 
raneo di sensazione, e d'idee create da esperienze 
fisiche e mentali della razza, e tutte relative al 



170 



corpo caduco. La mente, i pensieri ed i sensi, 
sono soggetti alle leggi della vita e della morte. 
Non vi è trasmigrazione personale, né per- 
manente anima individuale; l'Io Karma è spirito 
e corpo, entrambi in dissoluzione ed entrambi si 
rinnovano. Dall'ignoto inizio questo doppio fe- 
nomeno subiettivo ed obiettivo, è stato alternati- 
tivamente disciolto ed integrato ; ogni integrazione 
rappresenta una nascita, ogni dissoluzione una 
morte. Inconsciamente però dimorante dietro la 
falsa coscienza dell'uomo, oltre le sensazione, per- 
cezioni e pensiero, vi è l'eterno, il divino, l'as- 
soluta realtà, il Muga-to-taiga, il Buddha conte- 
nuto nel germe del Karma. 

In ogni creatura incarnata dorme l'infinita 
intelligenza, inesplicata, nascosta, non sentita, però 
destinata da tutta l'eternità a svegliarsi infine, a 
stracciare lo spirito sensibile, rompere la crisalide 
di carne, e passare alla suprema conquista dello 
spazio. Così sta scritto nell'Avatan-saka-sutta. 

Per rendere più chiara la dottrina del Nir- 
vana riferisco quanto sta scritto nei testi Buddhi- 
stici, degli otto stadi per ottenere la liberazione 
che conduce al Nirvana, e come procede il pro- 
cesso dello annientamento. Nel primo stato si 
ritiene ancora l'idea di forma subietttiva ed 
obiettiva. 



171 



Nel secondo si perde l'idea subiettiva e si 
vede solo la forma come fenomeno esterno. 

(Cosa che ho rilevato in parecchi agonizzanti). 

Nel terzo comincia la percezione di una 
grande verità. 

Nel quarto finisce la percezione di resistenza 
e distinzione e resta l'idea dello spazio infinito. 

Nel quinto lo spazio finisce, e viene il senso 
dell'illuminata coscienza. 

Nel sesto viene uno smarrimento e l'idea 
che niente esiste. 

Nel settimo l'idea che niente svanisce e tutto 
è eterno. 

Nell'ottavo le idee svaniscono viene il Nirvana. 

NuU'altro ci dice il Buddha, e da ciò nasce 
il dubbio e le varie interpretazioni del vero con- 
cetto del Nirvana. 

Infatti il cosiddetto Buddha resta isolato nel 
Nirvana, o si fonde formando un tutto unico con 
il Buddha universale? 

Questione che Hearn risolve con la formula 
del monismo plurimo, cioè una sola realtà for- 
mata da gruppi di coscienze a loro volta indi- 
pendenti, eppure interdipendenti, per intendere più 
chiaramente sarebbe una definitiva Spiritualità 
Atomica. 

L'etere è concepito come una unione di 
unità, e noi dobbiamo considerare la parola indi- 



172 



vidualità, come qualche cosa non completamente 
staccata dalla sua sorgente di parentela, sarebbe 
come un'onda sollevata in un oceano. 

L'assoluto si comprende come composto di 
Buddha, tutti sono uno, e ciascuno per unione 
diventa nguale al tutto. 

In conclusione possiamo dire che il Buddhi- 
smo alla teoria di un universo composto di atomi 
fisici, aggiunge l'ipotesi di un universo di unità 
psichiche, spiritualmente rispondente " all' Anima 
mundi. „ 

Il concetto del Nirvana adunque non sarebbe 
l'annullamento della coscienza, perchè allora ca- 
dremmo nel Nulla; non la fusione della nostra 
coscienza con la coscienza universale, perchè al- 
lora diverrebbe pari ad una forza cosmica; in- 
vece la nostra coscienza limitata in vita dalle con- 
dizioni mentali fisiologiche, sciolta dalla materia, 
resa libera si espande nell'Universo, e da mani- 
festazione personale limitata diventa coscienza 
universale, diventa Divina! 

Anche Giuseppe Rensi nelle sue " Aporie 
delle religioni „ (1) credo che con parole più diffi- 
cili dia al Nirvana la mia stessa interpetrazione. 
Infatti egli dice: Il Nirvana è insieme estinzione 
e non estinzione. È estinzione dell' "io sono „ 



(1) Studio sul problema religioso; (Etna, Catania, 1932). 



173 



circoscritto e limitato a questo punto che tu 
chiami Fio nell'io sono, più largo della vita e 
spirito che tutti sorregge e fa esistere. 

Forse anche il mio io fondendosi in quello 
della vita o Spirito universale avrà coscienza di 
più largo " io sono, „ il mio io cioè si fonderà 
nel grande io, senza perdere del tutto la coscienza. 

Critica al Buddhismo. 

Si disse e fu da tanti ripetuto, e dolorosa- 
mente viene ancora scritto anche in Italia, che la 
dottrina di Buddha tende a distruggere le basi 
della connivenza sociale; ciò non è vero! anzi 
non vi è stato mai un impero più prospero, più 
perfettamente organico, dell'impero di Agoka 273 
anni a. C. che ebbe il Buddhismo religione di Stato. 

Risulta ancora che ^uddodama, padre di 
Buddha, esasperato nel vedersi sfuggire dopo il 
figlio il nipote Rahula, così parlò al figliuolo: 

L'amore per il figlio, toglie l'epidermide 
esterna, poi quella che sta sotto, penetra nella 
carne viva, nei tendini, nelle ossa, colpisce in- 
fine il midollo e vi si pianta dentro; quindi ti 
prego di non ammettere al noviziato alcun figlio 
di famiglia senza il permesso del padre e della 
madre. 



174 



Allora Buddha radunati i monaci disse loro : 

Non bisogna, o monaci, ammettere al novi- 
ziato nessun figlio di famiglia, senza il permesso 
del padre e della madre; chi lo ammette è re- 
sponsabile di trasgressione. 

Infatti nella ordinazione di un novizio si 
usava questa formola: 

Sei tu affetto di lebbra, pustole, scrofola, 
consunzione, epilessia ? 

Sei tu veramente di natura umana? (1) 

Puoi tu disporre di te stesso? 

Hai debiti? 

Hai avuto il permesso di tuo padre e di 
tua madre? 

Sei al servizio dello Stato? Hai compiuti i 
venti anni? 

Hai pronta la ciotola ed il vestito da men- 
dicante ? 

Come ti chiami, chi ti fu maestro? 

Tagore non è Buddhista, egli, ha dichiarato 
che nel Buddhismo si parla di una legge, di un 
Dharma che esiste ab-seterno, a prescindere che 
una siffatta astrazione vale quanto quella del 
Brahma Upanishadica e si riduce ad un semplice 



(1) In India esisteva la superstizione che sotto forma umana 
si poteva nascondere un serpente. 



175 



giuoco di parole; una legge è sempre qualcosa 
di esteriore, manca di personalità, e come tale 
non può soddisfare l'anima umana; infatti il 
Buddhismo per reazione legittima ha lasciato die- 
tro di sé come nessun'altra religione, una vera 
folla di divinità. Una religione che voglia essere 
la sola, la universale, è condannata in India a 
perire. L'essere divisa in un gran numero di sette 
è un bisogno della psiche Indiana. Gli indiani 
sogliono essere molto tolleranti verso tutte le cre- 
denze religiose, ma insorgono contro quella forma 
di fede che rivendica a se la universalità. 

Ecco perchè il Cattolicismo, sviluppato in 
India grandemente al tempo di Francesco Saverio, 
invece di proseguire nella sua ascesa, oggi è ri- 
dotto ad un minimo trascurabile. 

Così finì anche al Buddhismo ; il Giainismo 
a differenza del Buddhismo, non scomparve, ma 
prospera in India, appunto perchè non ha avuto 
mai la pretesa di essere la religione di tutti, si 
è tenuto lontano dal proselitismo, si è contentato 
di vivere modestamente e pacificamente accanto 
ad altre religioni. 

La critica che Tagore fa al Buddhismo, me- 
raviglia, egli Indiano, capo di un centro di cul- 
tura letteraria, personalità spiccata, non dovrebbe 
parlare con tanta superficialità di una dottrina, 



176 



che oltre che religiosa, bisogna considerare nel 
suo grande valore filosofico e morale. 

Il Buddhismo non c'è dubbio rispecchia la 
sua origine della concezione vedica, ma forse 
vale meno per questo? 

E dottrina libera di dogmi e di formalità, 
in armonia con le leggi della natura, contiene ve- 
rità che soddisfano lo siprito umano, e nella sua 
modesta apparenza, ha tale profondità di pensiero, 
che spesso anche al più colto Europeo riesce dif- 
ficile rilevare. 

Il Talmud critica il Buddhismo, perchè esso 
raccomanda la continua purificazione dell'uomo, 
la lotta decisiva, eroica, contro le passioni che 
degradano l'uomo ; ma sopprimere le passioni vuol 
dire sopprimere la vita ; quanto più grandi sono 
le passioni, tanto più grande è l'uomo ; F interes- 
sante è mettere le passioni a servizio dell'alta 
meta dell'anima umana. 

Studio, opere, istinti, passioni, tutto è sterile 
quando non è rivolto verso l'assoluto. 

Belloni-Filippi in proposito dice: Un'altra 
erronea opinione consiste nel credere il Buddhi- 
smo ateistico, per riflesso di certo Buddhismo 
nostrano che non ha niente a che fare con la 
dottrina di Gotama. 

Il Buddha da buon indiano non rinnegò gli 
dei della sua gente, e continuò a riguardare 



177 



Sakka, nome palico di Indra come il capo dei 
trentatrè dei ammessi dalla più antica tradizione. 

Ma gli dei perdettero nel Buddhismo parte 
del loro splendore. 

Essere dio significa avere assunto una forma 
di esistenza più alta per efletto di buone azioni 
precedentemente compiute, ma non godere l'im- 
mortalità. Gli dei passano come gli uomini, un 
uomo può diventare dio nell'altra vita, come un 
dio per cattive azioni commesse, può diventare 
uomo, animale, pianta. 

Brahma è considerato come il protettore del- 
l'ordine, sempre intento a vegliare sui monaci 
con sollecitudine paterna. 

Kant nella " Critica della ragione pura „ con- 
sidera il Buddhismo, come profonda scuola filo- 
sofica, e guida retta ed infallibile della vita; ma. 
non può essere una religione, per il fatto che 
facilmente entra nel metafisico, e dà sentenze che 
bisogna o ammettere senza discutere, o se si di- 
scutono si resta sempre nel campo trascendentale, 
e quindi non concepibile alla mente umana, che 
ha i suoi limitatissimi confini. 

La critica del Kant è giusta, non appli- 
cabile al solo Buddhismo, ma a tutte le religioni. 
Perchè se noi consideriamo le antiche religioni 
zoomorfe come in Egitto ed altrove, o umaniz- 



178 



zate come nel paganesimo e nel Cristianesimo, con 
tutti i riti e manifestazioni esoteriche, si com- 
prende facilmente la religione ed il suo fine, ma 
se noi consideriamo tutte le religioni nella loro 
vera essenza come dottrina filosofica, si cade per 
necessità nel campo trascendentale ; concepibile . 
solo da chi vuole concepirla, da chi è all'altezza 
naturale di apprezzarla, condividerla o criticarla. 

Diffusione della dottrina del Buddha, dell'arte e 
delle scienze, nei diversi periodi nell'India. 

Agoka, il grande imperatore, unificò l'India 
ed estese il suo dominio da Ceylon ai limiti della 
Siria e dell'Egitto; riconoscendo il Buddhismo co- 
me forza unificatrice, appoggiò quei pensatori che 
sarebbero stati legati alla scuola settentrionale, 
pur non combattendo gli avversari, né il Bramha- 
nesimo ancora esistente. Suo figlio Mahindra con- 
vertì Ceylon al Buddhismo, come anche l'India 
Settentrionale e il Kascemir. 

Fu qui che un secolo dopo C. Kanjshka re 
dei Ceti, estese il suo governo dall'Asia centrale 
al Penyab e lasciò le s-ae impronte a Madura 
presso Agra, e convocò il grande concilio Bud- 
dhista, la cui influenza si diffuse oltre l'Asia Cen- 
trale, così fu proseguita la grande opera iniziata 
da A^oka. 



179 



Fu in questo periodo di grande espansione 
intellettuale, in cui Asangha e Vasubandhu inau- 
gurarono la scuola delle ricerche oggettive, in 
questo periodo Kalidasa cantò ; con Varahamiliira, 
l'astronomia raggiunse alte vette; periodo aureo 
che durò fino al 7° secolo. 

In questo periodo abbiamo le pitture di Ayanta, 
e le sculture della grotta di Ellora. 

La terza fase del Buddhismo è il periodo 
dell'idealismo completo comincia col T secolo, in 
questo periodo la dottrina si estese nel Tibet, 
dove divenne Lamaismo e Tantrikismo ; e passò 
in Cina e nel Giappone come dottrina esoterica, 
creando l'arte del periodo Heian. 

Fu allora che la scuola Buddhista Meridio- 
nale penetrò nel Bruma e nel Siam, e ritornando 
su Ceylon assorbì i seguaci delle dottrine setten- 
trionali e nacque una nuova arte Indo-cinese. 

Nel grande risveglio Vedantico di Saukara- 
charya, avviene la rinascita di una nuova forma 
dinamica del Buddhismo, ed il Giappone è attratto 
sempre più verso la terra madre del pensiero. 

Verso il 700 sempre, l'Upanishad, teoria del- 
l'astratto, comincia in India a subire delle modifiche, 
che culminarono con Nagaryuna, e diede origine 
ad un torrente di nuova scienza, fu il periodo 
in cui l'India gettò le basi del progresso intellet- 
tuale : Filosofia Sankya, e teoria atomica ; con 



180 



Aryabhatta fiorirono le matematiche e l'astronomia; 
Brhamagupta applicò 1' algebra all' astronomia, e 
nel 12° abbiamo la gloria scentifica di Bhasha- 
racbaria e sua figlia. 

Nel periodo detto di Nara tutta F energia 
nascosta nella grande dottrina, lasciando la filosofia 
dell'astratto, si concentra in ricerche scentifiche 
del mondo dei sensi e dei fenomeni; e uno dei 
risultati è una elaborata psicologia, che tratta della 
evoluzione dell'anima immortale nei suoi 52 stadi, 
di sviluppo, e la sua liberazione finale nell'infinito. 

E la grande dottrina disse: JJintieio universo 
si manifesta in ogni atomo, che non esiste verità 
disgiunta dalla unità delle cose. 

In tale periodo visse l'astronomo Aryabhatta 
che scoprì la rotazione della terra intorno al pro- 
prio asse; Varamihira che portò lo studio della 
medicina al suo apogeo; periodo di grande cultura 
che superò i confini dell'India, passò in Arabia 
e fecondò l'Europa. 

Così in questo periodo, la religione e l'arte 
Buddhista assunsero quella calma che nasce sem- 
pre dalla unione dello spiritò con la materia, in 
un riposo nel quale nessuno dei due elementi 
cerca di sopraffare l'altro, così diviene somigliante 
all'idealisriio classico del Panteismo Greco. 

Ed ora siamo al 19" e 20" secolo con Ram- 
Candra, il grande matematico, e lagadis-Chunder- 



181 



Bose il valoroso naturalista. Sento il bisogno di 
fermare un poco l'attenzione del lettore su una 
visita al laboratorio Bose di Calcutta, fatta dallo 
scrittore inglese Aldous Huxley, il quale ci rife- 
risce quanto appresso : 

Il grande scienziato ci guidò egli stesso at- 
traverso il suo Istituto di botanica sperimentale, 
e noi lo seguimmo passando di meraviglia in me- 
raviglia per tutto il pomeriggio. 

Egli ce le dichiarò ad una ad una con ardore 
entusiastico e con una sovrabbondanza di idee che 
quasi soverchiavano il suo discorso e lo riduce- 
vano ogni tanto alla balbuzie, tanto era lo sforzo 
che egli faceva per chiarire i suoi metodi, con- 
frontare i risultati, e svolgere le conseguenze che 
ne possono risultare. 

Vedemmo la crescita di una pianta segnata 
automaticamente da un ago sopra una lastra di 
vetro affumicato, la vedemmo ad un tratto sus- 
sultare per effetto di una scossa elettrica. 

Vedemmo una pianta nutrirsi, e durante 
questa funzione esalare piccolissime quantità di 
ossigeno. Ogni volta che l'ossigeno emanato rag- 
giungeva una certa quantità un campanello, simile 
a quello che annuncia la fine di un rigo della 
macchina da scrivere, squillava automaticamente. 
Quando la pianta era illuminata dal sole, quel 
campanello squillava ad intervalli frequenti e re- 



182 



golari, ma quando era messa all'ombra, la squilla 
si udiva solo a lunghi intervalli o taceva com- 
pletamente. 

Una goccia di sostanza eccitante aggiunta 
all'acqua in cui la pianta era posta, producea uno 
scampanellio violento. 

Queste cose avvenivano all'aperto, ed accanto 
a quella pianta sorgeva un albero di grandi pro- 
porzioni, Bose ci disse che era stato recato in 
quel giardino da un luogo abbastanza lontano. 

Il trapianto è generalmente un' operazione 
fatale per un albero adulto ; lo choc lo fa morire, 
come accadrebbe per la più parte degli uomini 
cui fossero amputate senza anestesia le braccia o 
le gambe. Bose somministrò all'albero del cloro- 
formio, e l'operazione riusci completamente, al 
destarsi l'albero anestetizzato, rimise subito nuove 
radici nella sua nuova sede e tornò a fiorire. 

Tuttavia una dose forte di cloroformio è altret- 
tanto fatale per i vegetali che per gli esseri umani. 

In uno dei laboratori ci fu mostrato lo stru- 
mento che segna le pulsazioni del cuore di una 
pianta. Grazie ad un sistema di leve simili in 
principio a quello ben noto di un barometro 
automatico, ma infinitamente più delicato e sen- 
sibile, le lievissime pulsazioni, che hanno luogo 
nei tessuti posti immediatamente sotto la corteccia 
del fusto, sono ingrandite milioni di volte e regi- 



183 



strale automaticamente in un grafico punteggiato 
sopra una lastra scorrente di vetro affumicato. 

Il battito normale del cuore vegetale è len- 
tissimo, perchè il tessuto pulsante passi dal massimo 
di contrazione al massimo di espansione, occorre 
quasi un minuto. Ma una dose di caffeina agisce 
su quel cuore eccitandolo allo stesso modo come 
opera sul cuore degli animali. 

Fu messa nelF acqua una dose mortale di 
cloroformio, nel grafico si iscrisse una vera e 
propria agonia, mentre il veleno paralizzava il 
cuore, le curve sulla lastra di vetro andavano 
livellandosi sempre più, verso una linea orizzon- 
tale a metà strada tra le estreme ed opposte on- 
dulazioni ; ma finché nella pianta rimase traccia 
di vita quella linea mediana seguitò a mostrare 
delle punte acute ed irregolari, verso 1' alto ed 
il basso, simbolo vivissimo degli spasimi di una 
creatura assassinata che lotta disperatamente per 
la propria esistenza. Dopo un poco anche quei 
segni cessarono, e la linea punteggiata corse diritta 
si fermò, la pianta era morta. 

Huxley finisce col dire: Quelle anime sen- 
sibili che una visita al macello è bastata a ren- 
derle vegetariane, faranno bene a stare lontane 
dall'Istituto Bose se non vogliono vedere ridotta 
la lista delle loro vivande. 



184 



L'Arte - diviene quindi una visione delFim- 
mensità dell'Universo concentrato nel Buddhismo. 
Infatti essa assume colossali dimensioni e le 
immagini di Buddha diventano gli immensi Ro- 
shana Buddha. Questo è il Buddha della legge, 
in distinzione del Buddha della pietà che è Amida 
ed al Buddha dell'adattamento che è ^akya-Muni. 
Il Roshana di Ramonsan è una statua di 
più di sessanta piedi e si trova magnifica, su un 
precipizio roccioso della meravigliosa montagna. 
Altro Roshana di pietra trovasi a Jan-tse presso 
kokoken, tagliato in un sol blocco di pietra di 
dimensioni enormi, un albero di pino cresciuto 
sulla testa dà l'idea dei capelli, egli sta seduto 
sul fiore di loto. 

Del periodo Nara, detto, abbiamo il bronzo 
della trinità di Amida a Jakushiyi; abbiamo la 
Kwaunon di Toindo ed il (^akya di Kanimanyi. 
L'opera più colossale è il Roshana di Nara 
che è la più grande statua di bronzo fuso che 
esiste al mondo, oggi è un poco deteriorata, ma 
si nota sempre una arditezza di concezione senza 
pari. La costruzione originale era 45 piedi più 
alta ed ottanta piedi più lunga del presente. In- 
teressante la storia della sua costruzione narrata 
dal grande artista Giapponese Okakura: 

" Noi dobbiamo l' idea della statua all'impe- 
ratore Shomu, ed alla sua consorte imperatrice 



185 



Komis, in collaborazione col monaco Giogi ; questi 
percorreva il Giappone in tutti i sensi, portando 
il proclama del sovrano, che annunciava il pro- 
getto del grande Roshana Buddha di Nara; ed 
aggiungeva: E nostro desiderio che ciascun con- 
tadino abbia il diritto di aggiungere il suo pu- 
gno di terra, ed il suo filo di erba alla potente 
immagine che dobbiamo ricordare deve essere il 
eentro dell'Universo Buddhista. „ 

Ancora si vedono sui petali del loto della 
base, rappresentati i vari mondi Buddhisti, cesel- 
lati con grande finezza. 

L'imperatore che pubblicamente si faceva 
chiamare, servo della Trinità; cioè del Buddha, 
delle dottrine, e dell'ordine, assistette con tutta 
la sua corte all'erezione della statua. Si racconta 
che donne del più alto rango, trasportarono l'ar- 
gilla sulle maniche di broccato; per la prepara- 
zione del modello; si raccolsero più di 20.000 
libre Giapponesi d'oro, per ricoprire la statua. 
Essa in origine era circondata da un'aureola alla 
quale erano attaccate 300 statuette d'oro. L' im- 
peratrice Komis contribuì grandemente ad estendere 
l'opera di Shomu con l'aiuto della figlia Koken. 
La nobiltà d'animo di questa grande imperatrice, 
è provata da uno dei suoi poemi, quando par- 
lando di offrire fiori a Buddha ella dice: 

" Se li colgo, il tocco delle mie mani li con- 



186 



taminerà, perciò stando nel prato dove sono, offro 
questi fiori sbocciati, ai venti, ai Buddha del 
passato, del presente e dell'avvenire ! „ 

Prima di chiudere il capitolo sul Buddhismo 
non posso tralasciare di ricordare al lettore quel 
monumento grandioso della bontà umana che 
dopo 2000 anni sta scolpito ancora, sulle rocce, 
e sulle colonne, per ricordare ai governanti di 
tutte le epoche, il proprio dovere verso i popoli. 

Sono gli eterni editti di Agoka scolpiti 261 an- 
ni a, C. a testimoniare la grandezza dell'impero 
e la saggezza del suo imperatore. 

" Sua Maestà nel 9" anno del suo regno 
conquistò i Kalingas; 15.000 furono presi pri- 
gionieri e 150.000 furono uccisi. Sua Maestà 
prova rimorso per il macello avvenuto, e V im- 
prigionamento della gente. Egli prova dolore e 
rammarico, ed anche cbe altri gli rechi offesa, 
egli ritiene che ciò dev'essere pazientemente sop- 
portato. Nell'anno IF del suo regno prese il cam- 
mino della conoscenza, ed iniziò pellegrinaggi di 
pietà, visitò apoCti, brahmani ed anziani, facendo 
larghe donazioni ad essi. I commissari reali dei 
distretti, e gli ufficiali devono ogni 5 anni pro- 
clamare la legge della pietà; vale a dire: Ubbi- 
dienza al padre ed alla madre è cosa buona, la 
liberalità verso gli amici, i conoscenti, gli asceti, 
è cosa buona; il non fare male agli esseri viventi 



187 



è cosa buona; evitare il lusso, il linguaggio vio- 
lento, è cosa buona; le pratiche di pietà di 
S. M. faranno cessare le stragi e le crudeltà. Nessun 
animale deve essere ucciso a scopo di sacrificio; 
S. Maestà professa reverenza per i seguaci di 
tutte le religioni. 

" Col rispetto delle idee verso gli altri si 
esaltano le proprie. L'uomo vede la sua buona 
ragione e dice: 

" Io ho fatto questo bene : ed egli non vede 
la sua malvagia azione e non dice : Io ho fatto 
questo male. 

" L'uomo che si attiene alla diritta via giova 
a se ed al mondo avvenire. 

" Se un uomo è troppo povero per potere 
essere prodico di doni, può mostrare la sua virtù 
nel mostrare padronanza di se stesso, purità di 
cuore, gratitudine e fedeltà, esse sono sempre 
meritorie. 

" Vi è espiazione per ogni peccato, eccetto 
per l'ingratitudine, per colui che ricambia male 
per bene, non c'è espiazione. 

" Manu dichiarò impuro il cibo di un ingrato, 
e lo mette nella stessa classe dei calunniatori, 
degli uccisori di donne e di bambini. „ 

* * * 
Il campo dove furono piantati, più delicati 



188 



fiori dell'etica e della civiltà, è la letteratura 
delle parabole Buddhiste, oltre l' insegnamento 
morale e filosofico, è rilevante lo stile letterario; 
sono parabole che non sembra rimontino ad una 
epoca così lontana, ne riporterò qualcuna: 

Kìsa Gotamì'. 

Gotamì era il nome di famiglia, ma siccome 
era debole e delicata era chiamata Kisa, ossia la 
delicata. Essa era rinata a Savalthi, in una povera 
famiglia, quando fu cresciuta si maritò ed andò a 
vivere nella casa del marito. 

Qui siccome proveniva da famiglia povera, 
fu accolta male e trattata con disprezzo, dopo 
un certo tempo partorì un figliuolo e fu trattata 
con rispetto. 

Ma quando il bambino divenne grandicello 
per giuocare e correre di qua e di là, improvvi- 
samente morì ; in seguito a ciò ella fu presa da 
grave angoscia, si prese il bambino in braccio, 
e si mise a girare di casa in casa dicendo: 

"Datemi una medicina per il mio figliuolo 
che non si muove. „ 

Tutti gli rispondevano : Da quando in qua si 
danno le medicine ai morti? E deridevano l'infelice! 

Ma ella non aveva la minima idea di quel che 
essi volessero dire, non aveva malvisto alcun morto. 



189 



Un bravo uomo la vide è pensò: questa 
donna deve essere divenuta demente per l'ango- 
scia " del figlio perduto, medicine per lei solo il 
Sublime può darle, quindi le disse: 

" donna, una medicina può darvela solo 
il Sublime, il maggiore degli uomini e degli dei, 
egli dimora nel qui vicino monastero, va da lui 
a chiederla. „ 

Ella pensò che il consiglio dell' uomo era 
giusto e recandosi sempre il figliuolo in braccio, 
andò là dove il Compiuto sedeva nel cerchio dei 
suoi seguaci e disse : 

" Sublime, dammi un medicinale per il 
mio figliuolo. „ 

Il maestro rispose : Hai fatto bene, Gotami, 
a venire a me, ritorna in città, fai il giro delle 
case, e da quella casa dove non è morto alcuno 
procurati e portami alcuni grani di senape. 

Benissimo, Signore, ella rispose, e lieta nel 
cuore si diresse verso la città. 

Alla prima casa ella chiese: 

Il Sublime mi ha ordinato di procurargli 
grani di senape come medicina per il mio figliuolo, 
vogliate darmene. 

Ahimè ! Gotami essi risposero e le diedero 
la senape. 

Ma ella rispose : 



190 



Posso prendere soltanto la senape da quella 
casa dove non è morto alcuno. 

Che dici, Gotami, è impossibile contare il 
numero di quelli che sono morti qui. 

Allora non posso, rispose la disgraziata madre 
angosciata. 

Passò alla seconda casa, alla terza, alla quarta 
e così via per tutta la città, senza stancarsi mai, 
sempre chiedendo, sempre ricevendo la stessa ri- 
sposta, allora ella comprese che in tutta la città 
la morte era legge comune. 

Sopraffatta dal dolore e dalla fatica uscì 
dalla città, portò il figlio al cimitero, tenendolo 
tra le braccia e piangendo disse: 

Caro piccino mio, io credevo che solo tu fossi 
stato portato via da ciò che gli uomini chiamano 
morte, ma oggi vedo che la morte è legge a tutto 
il genere umano ! 

Dopo la fine e delicata parabola di Kisa 
Gotami per cambiare tipo riferirò quella dello: 

Scarabeo stercorario. 

Una volta le genti della terra di Anya a 
Magadha quando passavano da un paese all'altro 
usavano fermarsi ad una taverna del confine per 
mangiare e bere liquori, e poi la mattina aggio- 
cati i carri proseguivano il viaggio. 



191 



Ora una volta quando i viaggiatori erano par- 
titi, giunse sul posto uno scarabeo stercorario, ivi 
attratto dall'odore dello sterco, vide sparso al 
suolo del liquore, per la sete anch'esso ne bevve, 
e si arrampicò ubbriaco sopra un mucchio di sterco. 

Quando giunse al sommo, lo sterco ancora 
umido cedette un poco, allora egli esclamò : La 
terra cede sotto il mio peso ! 

Proprio in quel momento, giunse di corsa 
un elefante in amore, che sentendo la puzza dello 
sterco, disgustato stava per allontanarsi, quando 
lo vide lo scarabeo ubbriaco pensò che egli fuggisse 
per paura e lo sfidò con presuntuose parole : 

Perchè fuggi, vieni, le terre di Amya e di Ba- 
gadha vedano quanto è grande la tua e la mia forza ! 

Queste parole di sfida giunsero all' orecchio 
dell'elefante che tornò presso lo scarabeo e gli disse: 

Per ucciderti non mi servo dei piedi, né dei 
denti, né della proboscite " chi è nato e vissuto 
nello sterco, nello sterco perirà. „ 

Lo seppellì sotto una metà di sterco e tornò 
nelle selve trombettando. 

Le parabole tradotte dal pali, dall'americano 
Eugene Waltson stampate nel 1922 a New-Aven 
rappresentano un pregio letterario non comune 
per la semplicità e chiarezza, sono estratte dal 
Suttapitakan sono circa 220. 



192 



Nel libro di Burlingan ve ne sono 170 ri- 
portate nei 100 discorsi del Majihimanikejo tra- 
dotti dal Neuman ed infine in italiano dal De 
Lorenzo. (1) 



Chiudo il capitolo dell'India riportando una 
delicata poesia del Tagore, dove si sente il sospiro 
dell'antico spirito trascendentale Indiano : 

Di dove sono venuto? Dove mi hai preso? 
chiedeva il bimbo alla mamma. Ella rispose pian- 
gendo, ridendo, e stringendo il bimbo al suo seno. 
Tu eri chiuso come desiderio nel mio cuore, o 
caro; tu eri nelle bambole dei miei giuochi in- 
fantili, eri in tutte le mie speranze, in tutto il 
mio amore, in tutta la mia vita, nella vita di 
mia madre tu eri ! 

In grembo allo spirito che protegge la nostra 
casa tu sei stato per anni. Quando nella giovi- 
nezza il mio cuore aprì i suoi petali, tu alitasti 
intorno ad esso come una fragranza. Il tuo dolce 
e delicato fiorire era come uno splendore rovente 
di cielo prima dell'alba. Piccino mio, caro gemello 
di luce mattudina, tu hai vagato, seguendo la 
corrente della vita del mondo, ed infine ti sei 
arenato sul mio cuore. 



(1) Casa editrice Laterza. 



193 



Quando fisso il tuo visino vi scorgo misteri 
che mi sopraffanno, tu che appartenevi al tutto 
sei diventato mio ! 

Per timore di perderti, io ti prendo e ti 
stringo al mio petto. 

Quale magia ha attirato il tesoro del mondo 
nelle mie deboli braccia? 



MONGOLIA 

Vasto territorio nel centro dell' Asia, culla 
di antichi popoli, di antiche storie e leggende, 
patria di conquistatori, paese di monaci, di spi- 
riti maligni, di tribù vaganti discendenti dal 
sanguinario e potente Gengiskan. 

Terra misteriosa di culti di Brahma, e di 
Buddha, di Giankapa e di Paspa, a capo dei quali 
veglia in persona il Buddha vivente, il Buddha 
incarnato in Urga. Paese misterioso di dottori, 
di profeti, d'indovini, di fattucchiere e di streghe; 
paese del segno della svastica; (croce uncinata) 
terra di popoli primitivi che tendono ad estin- 
guersi, mentre nel 1200 conquistarono la Cina, 
il Siam, l'India Settentrionale e parte della Russia, 
terra piena di ricchezze naturali, oggi non pro- 
duce più nulla, ha bisogno di tutto, abbandonata 
va verso la dissoluzione. 

Il Mongolo non spera nulla della vita, e 
perciò nulla le chiede gli è sufficiente stare tra 



196 



i suoi cavalli, i suoi camelli, i suoi buoi. Ha 
poco da vendere, poco da acquistare. Il Buddhi- 
smo imperante anche se sotto una forma traviata 
ha diviso questo popolo di due milioni, in due 
classi: Una metà è formata da monaci, pseudo 
fanatici e parassiti ; l'altra metà è costituita da 
uomini che in un anno fanno il lavoro di un mese. 

Niente vita urbana, e sedentaria; le tende 
di un monastero ritenuto stabile si sono spostate 
diciassette volte in meno di un secolo. Il mon- 
golo è errante per istinto ; il suo smisurato spi- 
rito di indipendenza non lo fa accorgere di essere 
già asservito a due padroni : La Russia ed il 
Giappone, ed il disastroso urto tra queste due 
potenti nazioni, avverrà in un tempo non lontano 
sulla terra Mongola. 

Ma un fatto così grave non distoglie i suoi 
abitanti dalla abituale indifferenza, come se si 
trattasse di cosa completamente ad essi estranea. 

Sulle alte montagne Mongole, ai confini della 
Cina, sulla ampia distesa di neve, si vedono dei 
punti neri ; sono di Obo segni sacri, piccoli altari, 
centro di spiriti maligni. 

In ogni Yurt (capanna) si vede un altare, 
dedicato al culto di una o più deità Lamaistiche, 
bandiere sospese alle palizzate recano le preghiere 
di Buddha, in ogni famiglia uno dei figli è un 



197 



Lama, la ruota della preghiera e le tavole delle 
preghiere si vedono dappertutto. La ruota delle 
preghiere è di due specie, i'una si trova innanzi 
al tempio per servizio pubblico ; è sempre un 
apparecchio girevole di circa due metri, con una 
specie di tamburo sul quale sta scritta la pre- 
ghiera, questo si fa girare, e la preghiera viene 
così ripetuta, senza grave incomodo del devoto. 
L'altra forma è portatile, è sempre un tamburo 
cilindrico girevole che porta scritta la preghiera; 
è di circa 50 centimetri e si porta in mano. 

La tavola delle preghiere è semplicemente 
un asse, innanzi al quale il supplicante si postra 
con la faccia al suolo, e ripete la formola " Om 
mani pavnè Hiim „ Gloria a Pavna-Pani (appor- 
tatore di loto). 

I Mongoli sono ferventi devoti, la cieca fede, 
dà loro il convincimento che il grande impera- 
ratore Genghis-Khan, conquistatore dei paesi del- 
l'Asia, non sia morto ancora, ma semplicemente 
scomparso ; un giorno ritornerà per rendere grande 
nuovamente l'impero. 

II Lamaismo Mongolo o Tibetano, non è 
che una degenerazione del Buddhismo originale; 
il Mongolo crede potere guarire con le preghiere 
del Lama, in seguito a doni fatti al monastero, 
spera guarire con un pellegrinaggio ad un 



198 



tempio lontano, o con l'intervento di uno stre- 
gone. Dei suoi mali il mongolo attribuisce la colpa 
alle stelle, ma ciò che è curioso si trova nella 
relazione di Min-Chien: Un lama essendo stato 
morsicato da un cane, tentò sanare la ferita ot- 
turandola con peli dell'animale stesso fidando nel- 
l'effetto magico ; lo stesso rimedio ho visto pra- 
ticare ad un contadino delle nostre contrade, mor- 
sicato da un cane si premurò mettere sulla ferita 
il pelo del cane per evitare lo sviluppo della 
rabbia (1). Come tale coincidenza strana, tra po- 
poli tanto lontani? 

Da una porta esce un vecchio cieco di un 
occhio, segnato dal vaiuolo, coperto da luridi cenci, 
ha un tamburo ed un flauto ; le labbra paonazze 
hanno la bava, e gli occhi stravolti, è orribile! 
Ad un tratto si mette a girare e a danzare, con 
salti acrobatici, accompagnati da convulsioni, sem- 
pre battendo sul tamburo, e soffiando nel flauto, 
s'interrompe solo per urlare rabbiosamente. Alla 
fine pallido con gli occhi iniettati di sangue, cade 
sulla neve, dove continua a contorcersi ed urlare. 
Questa è una cura, spaventare gli spiriti maligni 
che producono le malattie. 

Ho assistito alla stessa funzione in Eritrea, 



(1) Erano metodi di cura mediovali (vedi Paracelso). 



199 



un indigeno ammalato fece tanta fantasia, finché 
cadde estenuato completamente di forze per terra 
rantolando ; sollevato di peso fu trasportato nel 
tukul. Doveva anche lui scacciare gli spiriti ma- 
ligni che producono le malattie. 

Un altro stregone dava da bere ai pazienti, 
una certa acqua che aveva servito per il bagno 
alla sacra persona del Buddha vivente, acqua di 
lavacro del suo corpo divino, nato dal sacro 
fiore di loto. 

Misteri. 

Il Professore Ossendoschy dell'Università di 
Pietrogrado, scappato dalla Russia dopo l'avvento 
dei comunisti, perseguitato anche nel Tibet e nella 
Mongolia, dalle famose bande rosse, deve la sua 
salvezza alla protezione dei Lama, e specialmente 
dello Hutucta di Narabanci; per suo mezzo ot- 
tenne la concessione di essere ricevuto dal Bud- 
dha vivente, capo della religione più vasta del 
mondo; ebbe la fortuna di assistere a riti ed 
esperienze speciali, che riferisce in una pregevole 
opera " Bestie, uomini, e dei. „ 

Del misterioso Buddha vivente parlerò in se- 
guito, perchè nella sua persona sta riconcentrato 
tutto il movimento religioso dell'Oriente. 

Seguiamo un momento il professore che ac- 



200 



compagnato dallo Hutucta, visita il tempio presso 
l'importante monastero: 

In una grande sala riccamente addobbata vi 
era un trono ed il Lama disse : Vedi questo tro- 
no ? Una notte d' inverno parecchi uomini a ca- 
vallo, entrarono nel monastero e domandarono 
che tutti i Gelong, i getul, e il Kampo alla loro 
testa (1) si riunissero in questa stanza. Uno degli 
stranieri si assise sul trono, si tolse il basc'lyk (2) 
tutti i lama caddero in ginocchio, riconoscendo 
l'uomo di cui si parlava da tanto tempo nelle 
sacre bolle del Dalai-lama; del Tasci-lama e di 
Bogdo-Kan; l'uomo a cui appartiene il mondo, 
ed ha penetrato tutti i misteri della natura. Re- 
citò una breve preghiera in Tibetano, benedisse 
i presenti e fece la predizione per mezzo secolo ; 
questo fu trent'anni fa, ed intanto le sue profezie si 
vanno avverando. Mentre egli pregava innanzi al 
piccolo tabernacolo, nell'altra stanza, la piccola 
porta che voi vedete chiusa, si aprì sola, le can- 
dele, le lampade si accesero sole, i sacri bracieri 
senza fuoco mandarono fumo che riempì la ca- 
mera, e poi senza avvertimento il Re del Mondo 
ed i suoi compagni disparvero. 

Non rimase altra traccia di loro presenza. 



(1) Diversi gradi ecclesiastici. 

(2) Specie di berretto a cappuccio. 



201 



che la piega della coperta del trono, dove era se- 
duto, che poi si spianò da se stessa. 

Il grande Lama entrò nell'oratorio, s* ingi- 
nocchiò, coprendosi il volto con le mani, e pregò. 
Io guardai il volto calmo ed indifferente del 
Buddha dorato, sul quale le fiammelle vacillanti, 
gettavano ombre mutevoli, quindi volsi gli occhi 
dalla parte del trono. Vidi una cosa meravigliosa, 
incredibile, ma sono certo che la vidi : Una fi- 
gura di uomo, forte e robusto, dal volto abbron- 
zato, ed un'espressione rigida sulla bocca agli an- 
goli delle mascelle, negli occhi una luce che rav- 
vivava tutta la fisonomia. La persona era avvolta 
in un drappo bianco, ma attraverso il corpo si 
leggeva lo stesso l'iscrizione tibetana scritta sulla 
spalliera del trono. Chiusi gli occhi, quando li 
riaprì, l'apparizione non c'era più, ma la coperta 
serica del trono sembrava ancora muoversi. 

Nervi, pensai, impressionabilità anormale esa- 
gerata, effetto dell'ambiente. Ma più serio è quel 
che segue: 

L'utucta si volse a me e disse : dammi il tuo 
Hadik, sento che tu stai in pensiero per le per- 
sone care lasciate al tuo paese, voglio pregare 
per loro, ed anche tu devi pregare Dio con insi- 
stenza e volgere gli occhi all'anima del Re del 
Mondo, che è stato qui ed ha reso sacro questo 
luogo. Posò il mio Hadih sulla spalla del Buddha, 



202 



e prostrandosi sul tappeto davanti all'altare mor- 
morò parole di preghiera. Poi levò il capo e mi 
chiamò a sé con lieve cenno della mano. 

Guarda nell'ombra, dietro la statua di Bud- 
dha, egli ti farà vedere i tuoi cari, disse con 
voce profonda. 

Obbedì guardando nella nicchia oscura, die- 
tro la statua, vidi apparire come fili di fumo o 
di fluido trasparente, che fluttuavano nell'aria 
sempre più fìtti e numerosi; parvero condensarsi 
a poco a poco ed assumere forma di esseri umani 
ed oggetti vari. Vidi una stanza che non cono- 
scevo, e dentro la mia famiglia con altre persone 
alcune a me note, altre no : riconobbi anche la 
veste che portava mia moglie, e distinsi chiari i 
lineamenti del volto amato. La visione andò oscu- 
randosi, si dissolvè nuovamente in spire di fumo, 
in fili trasparenti e disparve. 

L'utucta mi restituì l'Hadik e mi disse : 

La fortuna è sempre con te e con la tua 
famiglia, la bontà divina non vi abbandonerà. 

Con mio grande stupore i miei compagni e 
l'utucta ebbero la stessa visione, e mi descrissero 
minutamente, come erano vestite le persone che 
avevo veduto. Per conservare il documento di 
quella visione, pregai i presenti di scrivermi una 
dichiarazione, firmata, di ciò che avevano visto; 
dichiarazione che conservo. 



203 



Il fatto impressionante per noi occidentali, 
non è affatto straordinario nella terra dell'occul- 
tismo e dei misteri; pare che risponda ad un 
fenomeno, di materializzazione a distanza di tele- 
visione psichica, il lama funzionava di potente 
medium. 

Urga è la città santa della Mongolia, dove 
risiede il Buddha vivente, il tempio ha la gran- 
diosità dei tempi Lamaisti. Nell'interno stendardi di 
tutti i colori, con scritti preghiere, segni simbolici, 
immagini di santi, grandi strisce di seta pendono 
dal soffitto; ai lati i banchi rossi dei lama, cande- 
labri d'oro e d'argento, ed in fondo una grande 
cortina di seta gialla con scritti tibetani. Aprendo 
la cortina si vede la grande statua del Buddha 
dorato, seduto sul fi^ore di loto fiangheggiata da 
altre migliaia di Buddha offerti in voto dai fedeli. 

In un'altra grande sala s'innalza il trono 
coperto di cuscini di seta gialla, la spalliera rossa 
incorniciata d'oro, paramenti di seta in ogni 
luogo, dai lati del trono vetrine piene di oggetti 
preziosi, provenienti dalla Cina, dal Giappone, 
dall'India, e da tutto l'oriente. Innanzi al trono 
un tavolo, al quale pigliano posto otto nobili 
Mongoli, sotto la presidenza di un vegliardo ve- 
nerabile, quest'uomo è l'utucta lakanta, il presi- 
dente del consiglio gli altri sono i ministri. 



204 

Buddha vivente. 

Nella terra dei miracoli e dei misteri, vive 
Gepsung-Damba, utucta (grande) ossia Bogdo- 
Gheghen, pontefice di Takure. 

Egli è l'incarnazione del Buddha che mai 
non muore, cioè la sua anima, alla morte cor- 
porea, s'incarna subito in altro essere, che rico- 
nosciuto sostituisce il defunto ; insomma è il corpo 
che cambia, ma l'essenza spirituale è sempre la 
stessa. La nuova spoglia in cui va a rivestirsi il 
sacro spirito è quasi sempre nella yurta di una 
famiglia povera mongola o tibetana. 

I monasteri di Lassa e di Agarthe sono te- 
nuti sempre informati della salute del Bogdo, 
quando il suo corpo è vecchio e lo spirito cerca 
liberarsi, si iniziano nei templi Tibetani solenni 
funzioni e ricerche astrologiche. 

Cominciano per il paese ricerche ed osser- 
vazioni accurate ; il comparire di un lupo bianco 
presso la yurta di un pastore, la nascita di un 
agnello con due teste, la caduta di un meteorite 
dal cielo, possono essere avvertimenti utili per 
le ricerche, talvolta i lama prendono dei pesci 
nel lago sacro di Jangrinor e leggono sulle squa- 
me il nome del nuovo Bogdo-Tan ; altri si rac- 
colgono silenziosi, ad ascoltare la voce degli spi- 
riti delle montagne. Finalmente trovatolo, si rac- 



20S 



colgono notizie sulla famiglia, e si comunicano 
al dottissimo Tasci-lama detto " Erdeni „ grande 
gemma del sapere, il quale verifica la scelta se- 
condo i Runi di Rama ; se l'approva scrive in 
segreto al Dalai-lama che oifre uno speciale sa- 
crificio nel tempio dello spirito della montagna, 
e conferma l'elezione. 

In un interessante articolo a firma di Ka- 
lav-io, trovo tutte le curiose modalità dell'inse- 
diamento del nuovo pontefice, degne di essere 
conosciute : 

" La tristezza aleggia sul potale, i canti di 
si innalzano con ritmo lento ; il Dalai Lama ha 
lasciato le sue spoglie corporee per raggiungere la 
gloriosa luce, in attesa della sua prossima rincar- 
nazione. 

Sono passati 49 giorni dalla morte del Dalai- 
lama, centinaia di lama sono qui riuniti per i- 
niziare la cerimonia, che precede il rito miste- 
rioso per la incarnazione del dio. 

Secondo le antichissime tradizioni il cada- 
vere è stato imbalsamato, ed il corpo seminudo, 
è messo in posa di meditazione. 

Attorno a lui i lama recitano le preghiere 
magiche, con un mormorio monotono ritmato dal 
sordo rullare dei tamburi di pelle umana. Il 
Dalai-lama circondato dai suoi dignitari sembra 
vivere ancora e meditare una verità metafisica o 



206 



un problema politico. Il Dominio della vita e 
della morte sono così confusi in questa terra di 
mistero da potere affermare che quasi tutti i la- 
ma, hanno sorpassato viventi, la porta dello al 
di là. Per la successioni del Dalai-lama gli astro- 
logi ed i maghi hanno ricercato l'essere degno 
della nuova incarnazione del Raggio Mistico, hanno 
riscontrato, segni della sua origine divina, hanno 
notato sul suo corpo le tracce di Chenresi Van- 
choung del Dhyani Bodhisattua Patrunpani. 

E un bambino di umile origine che la sorte 
e gli astri hanno designato. In un angolo del- 
l'immensa corte, un gruppo compatto di Lama 
circonda l'eletto, il cui volto riflette un terrore 
non dissimulato, per lo strano e nuovo spetta- 
colo che gli si svolge attorno. I gong risuonano, 
i damari si agitano, i timpani echeggiano, le 
campanelle mandano acuti richiami, le trombe 
urlano ; il nuovo santo piange a grosse lacrime, 
ed i singhiozzi lo scuotono. Ora cantano tutti, 
sono invocazioni agli dei, sono preghiere al com- 
passionevole perchè si degni di rimanere fra il 
suo popolo, sono inni al Buddha di luce. 

Il sandalo e l'incenso che bruciano nei bra- 
cieri producono una nebbia spessa che rende va- 
ghi ed imprecise le forme di tutto ciò che ci 
circonda. 

Lentamente una processione si avanza sul- 



207 



modiando, il bambino è semisvenuto, ed in una 
rigidità cadaverica, quale mistero in tale momento 
esiste in quel corpicino ? 

Gli umzè lo hanno ora seduto sulle ginoc- 
chia del morto ed hanno incrociato le braccia 
della salma, attorno al corpo del piccolo, che si 
dibatte per il terrore, e morto e vivente sono 
ricoperti da un gran panno bianco, che li na- 
sconde alla vista di tutti. Bruscamente uomini e 
cose tacciono, in un silenzio tragico. 

Un canto si eleva all'improvviso, dal gruppo 
dei Lama, una voce grave pronuncia parole di rito, 
mentre gli strumenti riprendono uno per volta 
sordamente. 

" Om mani sarvah Thatagata „ 

Il rito precipita, gli dei sono certo qua, at- 
torno a noi attirati dalle formule magiche che 
sono state pronunciate. 

Il vento urla intorno al tempio, agitando le 
bandiere gialle e bianche, che pendono lungo le 
mura, le Ra-dung, trombe di rame lunghe due 
metri aggiungono il loro formidabile suono agli 
ululati della tempesta, e tutto ciò crea una im- 
pressione di spavento che accresce il mistero del 
tragico momento. Le parole definitive, le parole 
arcane sono state pronunciate, il ponte tra gli 
dei e gli uomini, tra il visibile e l'invisibile è 
formato. I canti diventano più dolci, quasi più 



208 



soprannaturali, un grande freddo m'invade e tre- 
mo, malgrado il mio mantello pesante ; laggiù in 
fondo alla sala certo si svolge qualcosa di mi- 
sterioso. 

Om mani sarvah Thatagata !!! 

Ho male ai nervi, l'atmosfera è satura di 
di vapori d'incenso, di fiori, di burro che si consuma 
nelle lampade, all'improvviso un grido straziante, 
un urlo che non ha nulla di umano, un grido 
che è mistero di spavento e di gioia ; i lama si 
precipitano, sollevano il panno che copriva il 
defunto ed il piccino, e vedo il cadavere rove- 
sciato, con le braccia semiaperte, il corpo piegato 
sul fianco ; ed in piedi con gli occhi brillanti, 
in attitudine di comando, di autorità solenne, di 
potenza vittoriosa, il fanciuUino che prima era 
atterrito e piangente si avanza verso i gruppi 
agitati e dice : 

Io sono il figlio spirituale, del Lama Tub 
Don Giyatso ascoltate ascoltate : 

" Dal Vihara immenso io sono disceso, dai 
cieli Tustrita dove regna Sham-po — il Buddha 
di amore, io sono venuto a dimorare tra voi. „ 

Davanti al Bambino i Lama hanno disposto 
i rosari, le tazze i dorye, in mezzo a questi oggetti 
erano mescolati quelli che appartenevano al defun- 
to. Scorgo il bambino prendere senza esitare quattro 
cinque oggetti e riportarli sul trono dicendo: 



209 



Questo è il mio rosario, questo il mio Dorye. 

Vi è nelle sue parole un tono di comando 
che impressiona e che contribuisce ad aumentare 
il senso di mistero che ci circonda. 

I Lama ed i dignitari si recano a rendere 
omaggio alla nuova incarnazione di Buddha, ed 
io affascinato li seguo. Non potrò mai dimenti- 
care l'espressione del volto di quel bambino, di- 
venuto calmo ed austero, mentre il suo sguardo 
sembra pieno di una ombra sconosciuta e mi- 
steriosa. 



Sua Santità è circondata da 500 lama, divise 
in diverse categorie, e con diverse attribuzioni, 
vanno dai consiglieri di dio che costituiscono il 
governo, fino ai servi. 

Una classe importante è quella dei Ta Lama 
o dottori, i quali studiano Fazione di certi pro- 
dotti vegetali ed animali, sul corpo umano, studiano 
l'anatomia senza vivisezione, e senza autopsie; 
aggiustano le fratture, praticano massaggi, curano 
con ipnotismo e magnetismo ; questi dottori hanno 
un'importanza speciale, perchè conoscono certi 
speciali veleni, che giovano spesso per sopprimere 
alte personalità, che incominciano a fare ombra 
ad altri ; quest'arte medica politica, ^ è esercitata 
da Tibetani e Calmucchi. 



210 



Il pontefice cieco era circondato da venera- 
zione profonda, al suo cospetto tutti si prostravano 
con la faccia per terra, eppure da notizie che 
giungono in questi giorni, pare sia morto repen- 
tinamente, e misteriosamente. 

Si scorge facilmente l'opera dei sapienti me- 
dici Tibetani. 

Quando il Buddha vivente si presenta con 
la tiara in capo, ed impartisce la benedizione 
pontificale, i presenti secondo un articolo della 
fede gialla, devono stendere le mani verso nord- 
ovest, cioè verso l'Europa, dove nel futuro dovrà 
diffondersi la santa religione di Buddha. 

Qualche volta il pontefice sente come una 
voce in sé che gli dice : " le loro anime comu- 
nicano „ egli indossa la veste bianca, entra nel 
suo oratorio, e prega. Finito di pregare, resta 
molto turbato, chiama i Lama segretari e detta 
loro le sue visioni e le sue profezie, sempre com- 
plicatissime e poco intelligibili. Allora si chiudono 
le porte del palazzo, i Lama assumono un' atti- 
tudine profonda e solenne, pregano, dicono il 
rosario, girano le ruote della preghiera, mentre 
i Maramba, sfogliano gli antichi libri, per cercare 
la spiegazione delle profezie. Un libro speciale 
ricopiato in mille copie, tratta delle profezie e 
dei miracoli, dell'attuale Buddha vivente in esso 
si legge: 



211 



" È esistito un Buddha di legno, che fu 
portato dall'India, aveva gli occhi aperti, Bogdo- 
Gheghen lo pose sull'altare e pregò. Quando uscì 
dall'oratorio ordinò che il Buddha fosse portato 
fuori, tutti rimasero meravigliati, gli occhi della 
divinità, si erano chiusi e lacrimavano, dal legno 
del corpo spuntavano ramoscelli verdi. 

Il Bogdo disse: 

Sventura e gioia mi attendono, io diverrò 
cieco, e la Mongolia sarà libera! Le profezie si 
avverarono. 

Lo Zar Alessandro I mandò un inviato speciale 
al Buddha vivente per chiederle del suo destino. 
Il Bogdo di allora era giovanissimo, lesse sulla 
pietra nera e rispose che lo Zar bianco termine- 
rebbe la vita ramingo, sconosciuto e perseguitato. 

Anche questa profezia si è verificata, ed 
ancora a Tomsk in Siberia esiste una casa rite- 
nuta sacra, meta di pellegrinaggi, dove si crede 
sia vissuto gli ultimi anni il disgraziato Zar, vo- 
lontariamente condannatosi a dura penitenza; 
suggestionato fosse dalla terribile profezia. 

Il Re del Mondo. 

Quello che fin'ora ho narrato di misteri re- 
ligiosi è niente per quanto verrò a riferire in 
questo capitolo; sono cose per noi occidentali, 



212 



inverosimili, incredibili, e se per un momento li 
credessimo possibili, la nostra mente vacillerebbe 
il nostro spirito resterebbe vagante in regioni 
sconosciute. 

Son fantasie Mongole? Sono trucchi di grandi 
Lama? 

Io non nego, né affermo, io non dico sono 
fandonie di menti esaltate, né sono realtà. Ri- 
cordo solo di avere letto che Saint-Louis grande 
studioso Francese al suo ritorno dalla Mongolia, 
portò con se tali spaventose impressioni, che prima 
di morire disse ai parenti: 

Bruciate quegli scritti, che non vengano mai 
letti da alcuno, io non V ho pubblicati, perchè 
tutta la Francia mi avrebbe dichiarato pazzo, o 
tutto il mondo credendomi sarebbe impazzito. Si 
crede che Saint-Louis sia riuscito a penetrare nella 
città sotterranea, ed avesse visto tali cose così 
straordinarie da sconvolgere il suo saldo cervello. 

Io riferirò qualche notizia che sono riuscito 
a sapere attraverso scritti di pazienti ricercatori, 
di misteri orientali. Notizie che meritano, la più 
alta considerazione, perchè il vero saggio, si ferma 
su tutto e pensa! 

Perchè il saggio sa, che tutto quanto l'umanità 
ha potuto conoscere, durante i lunghi secoli di stu- 
dio e di ricerche, è nulla in confronto a ciò che sco- 
nosce, del mistero dell'uomo, della natura, di Dio! 



213 



E quando un raggio di luce a noi perviene, 
che esula dalle nostre comprensioni, o diventiamo 
più scettici o restiamo perplessi. 

Un'antica leggenda Mongola narrò di una 
tribù che per sfuggire a terribile, persecuzione si 
nascose in un paese sotterraneo. Isolati dal mondo, 
e seguendo la guida di maestri spirituali raggiun- 
sero nella scuola dell'occultismo tali altezze da 
ottenere manifestazioni incredibili; si crede che 
abbiano raggiunto il sistema di ottenere la dis- 
soluzione e la ricomposizione della materia orga- 
nica, lasciando per un breve periodo lo spirito 
cosciente libero : 

Ecco, in una cripta si riuniscono dieci mae- 
stri, un fratello si corica in una bara, i maestri 
concentrano su di lui, la grande forza delle loro 
facoltà mentali, provocano un sonno ipnotico, 
quindi il corpo incomincia a coprirsi di un velo 
che diventa una specie di vapore che emana dal 
corpo stesso, vapore che l'avvolge gradatamente 
e si fonde col corpo stesso, così questo dallo stato 
compatto passa allo stato fluidico, quindi grada- 
tamente scompare. I maestri col pensiero guidano 
ed accompagnano lo spirito vagante, il quale spi- 
rito seguita ad essere un uomo allo stato invisi- 
bile, non fa più parte della terra ma dell'universo. 

Dopo vari giorni, durante i quali i maestri 
non si sono mossi dalla bara, non mangiano e 



214 



non dormono, rappresentano gì' intermediari di 
contatto, tra la vita terrena e l'ultra terrena dello 
scomparso ; lo richiamano ed egli torna, la stessa 
nebulosità ricompare nella bara, la stessa sostanza 
fluidica ectoplasmatica si ricompone, si comincia 
a delineare la forma umana, l'uomo torna, si alza, 
parla, riferisce ; ma in preda a terribili sofferenze! 

Ed i saggi della città sotterranea, dove go- 
verna il Signore del Mondo, tutto sanno, passato, 
presente e futuro ! è semplicemente meraviglioso ?! 

I Sajoti si dice conoscono un antro fumante, 
che porta al regno sotterraneo, per quell'antro 
entrò un cacciatore, ma prima che avesse potuto 
uscire e svelarne i misteri, i grandi Lama gli 
tolsero la lingua. 

L'utucta di Narabanci, come abbiamo detto, 
narra delle comparse nel suo monastero del Si- 
gnore del mondo. 

Un Lama Gelong dice: 

" Ogni cosa nel mondo è in continua tra- 
sformazione, popoli, scienze, religioni, e costumi, 
ciò che rimane immutabile è il male, opera di 
spiriti maligni. „ 

Più di 6000 anni fa, un santo uomo con 
una intiera tribù, scomparve sotto terra, e non è 
tornato più alla superficie ; nessuno sa veramente 
il luogo; la gente là è al sicuro del male, il de- 
litto non esiste, l'interesse, la vanità, la gloria. 



215 



non esistono; la scienza si sviluppa indisturbata, 
nulla è minacciato di distruzione. 

Il popolo sotterraneo ha raggiunto l'alta co- 
noscenza spirituale, ora sono milioni di anime, 
sotto il governo del Re del Mondo, che conosce 
tutte le forze della natura, legge in tutte le anime 
umane, e nel gran libro del loro destino. 

Quasi un miliardo di uomini sulla terra, in- 
consapevoli, non fanno che ubbidire agli ordini 
che provengono dal Signore del Mondo. 

INelle caverne sotterranee, esiste una luce 
speciale che fa anche germogliare i semi, crescere 
le piante ed assicurare agli uomini lunga vita 
senza malattie. 

Il palazzo del Signore del Mondo è circon- 
dato da milioni di dei incarnati, di santi Pan- 
dita, da Gusu, che comandano tutte le forze vi- 
sibili ed invisibili della terra, se la nostra folle 
umanità volesse loro fare la guerra, essi con le 
loro forze occulte di cui dispongono, trasformereb- 
bero con facilità la superficie del nostro pianeta 
in un deserto^ Alcuni Bramhani Indiani e Dalai- 
lama del Tibet che cercarono raggiungere alte vette 
mai calcate da piede umano, trovarono iscrizioni 
scolpite sulle rocce, sconosciute ed indecifrabili. 

Si racconta che il Beato Buddha abbia tro- 
vato su di una montagna delle tavolette di pietra 
con parole incise, che egli riuscì a decifrare solo 



216 



nella vecchiaia, e che trattavano del mistero di 
Agharte. Pare che nei sotterranei vivi una razza 
di popoli astrali, e quindi visibili ed invisibili a 
volontà, sono i santi Pandita che vivono col Re 
del Mondo, questi può conferire con gli spiriti 
ultra terreni, quindi conosce gli avvenimenti fu- 
turi e dirige lo sviluppo di questi avvenimenti. 

Edoni Dzu venuto da Agharti in punto di 
morte narrò che quando viveva laggiù, per volere 
di un guru fu in una stella rossa in Oriente; 
visse galleggiando sopra un oceano coperto di 
ghiacci, ed ha volato tra uragani di fuoco nelle 
visceri della terra. 

I dotti Pandita incidono su tavolette di pie- 
tra, tutta la scienza di questo secolo, di questo 
mondo e degli altri mondi. 

Anche in Cina una volta ogni cento anni, 
i savi cinesi si riuniscono in luogo segreto in riva 
al mare, dagli abissi del mare vengono a galla 
delle millenarie tartarughe, sulle loro lastre i 
cinesi scrivono le conclusioni della scienza divina 
nel corso del secolo. 

I Pontefici di Lassa e di Urga, hanno in- 
viato messi al Re del Mondo ; un tibetano trovò 
la porta d'ingresso dei sotterranei, un uomo di 
bello aspetto gF impedì l'accesso e gli donò una 
tavoletta coperta di segni misteriosi e gli disse : 
Il Re del Mondo apparirà davanti a tutti gli 



217 



uominij quando sarà venuto il tempo di condurre 
tutti i buoni alla guerra contro i cattivi, ma 
questo tempo ancora non è venuto, gli uomini 
più cattivi non sono ancora nati. 

Infatti la profezia del Buddha vivente del 
1890 dice: 

" Gli uomini dimenticheranno sempre più 
l'anima per occuparsi del corpo, la più grande 
corruzione regnerà sulla terra; la Mezza Luna 
si offuscherà, ed i seguaci cadranno in guerra e 
miseria ; gli uomini diventeranno come bestie fe- 
roci assetati di sangue ; cadranno corone di re 
grandi e piccoli; una, due, tre, quattro, cinque, 
sei, sette, otto. 

" Vi sarà una guerra terribile fra tutti i po- 
poli, i mari si coloriranno di sangue, la terra si 
coprirà di ossa, i regni andranno in frantumi, 
intere popolazioni moriranno di fame, avverranno 
delitti sconosciuti alle leggi. I nemici di Dio e 
dello Spirito Divino dell'uomo verranno ; vi sarà 
nebbia e tempesta, vi saranno terremoti, milioni 
di uomini, muteranno le catene della schiavitù in 
quelle della fame, della peste e della morte. Le 
antiche strade, verranno popolate da popoli va- 
ganti di paese in paese, lasciando al passaggio 
una scia di cadaveri. Le città più grandi e più 
belle periranno nel fuoco ; il padre sorgerà contro 
il figlio, il fratello contro il fratello, la madre 



218 



contro la figlia, il vizio, il delitto, la distruzione 
dei corpi e delle anime seguiranno; la fedeltà, 
l'amore, scompariranno; i pochi sopravviveranno 
nudi e dementi, incapaci di costruirsi una casa, 
di procacciarsi da vivere; urleranno come lupi, 
mangeranno cadaveri, e l'ultimo uomo cadrà be- 
stemmiando Dio! Iddio volterà le spalle, non ci 
sarà che notte e morte — Così si chiuderà l'evo 
cosmico maledetto, nel quale abbiamo avuto la 
sventura di nascere, disse Buddha in una sua 
profezia quasi analoga. 

Quindi il Signore del mondo manderà sulla 
terra un popolo sconosciuto, perfetto, il quale ini- 
zierà un'era nuova, un nuovo periodo cosmico, 
una nuova razza che si diffonderà sulla terra già 
purificata dallo sterminio. „ 

Tali cose si raccontano nelle yurti dei prin- 
cipi Mongoli e nei monasteri Lamaisti, con tale 
tono di solennità e convinzione, che toglie la 
voglia di ridere e sollevare dubbi ed obbiezioni. 

Nel leggere la terribile profezia del 1890, sento 
un certo brivido venirmi su per la schiena, perchè 
molte cose si sono già avverate, ed il resto? 

Certo è che la via che percorre l'umanità 
oggi è sbagliata, e se i governanti ed i popoli 
non rinsaviscono, sarà terribile, ma i nostri lon- 
tani posteri arriveranno al compimento della ca 
tastrofe generale. 



TIBET 

Nel principio spirituale religioso non si può 
scompagnare la Mongolia dal Tibet, è lo stesso 
ambiente, è lo stesso spirito superstizioso, è la 
Ioga che governa. 

Quanto ho riferito per la Mongolia vale per 
il Tibet, il senso di tremendum è quello che 
domina questa gente : forze cosmiche che sover- 
chiano inesorabili la vita dei piccoli uomini. Le 
frane, i cicloni, le nevi eterne, l'aridità dei de- 
serti, sono opera di demoni, che danno un senso 
di paura, da rendere inutile la volontà dell'uo- 
mo che non osa lottare. 

Sono gli dei dell'antica religione . " Bon „ 
che il santo indiano Padre Sambhara apportatore 
del Buddhismo nel Tibet, riuscì con i suoi pò 
teri soprannaturali, ad asservire alla nuova reli 
gione ma non a distruggere le antiche fantasie 

Per quanto possiamo sforzarci, ci sarà sem 
pre impossibile intuire e vivere questo loro mon 



220 



do interiore così strano e fantastico. Si tratta di 
esperienze millenarie, che hanno creato nella 
razza facoltà così raffinate e profonde, da riu- 
scire a trasformare completamente la visione delle 
cose, e rendere realtà il sogno. Là dove noi ve- 
diamo forma, colore e suono, essi scrutano le 
forze nascoste e ne rivelano la vita interiore. 

Questa intuizione del fondo dell'essere, è la 
base delle creazioni religiose e artistiche dell'O- 
riente in genere e del Tibet in particolare. Per 
essi la materia ha valore in quanto è simbolo 
della vita che la pervade, e tutto il loro sforzo 
sta nel liberarne lo spirito, e rappresentarlo in 
forma corrispondente nel piano psichico in cui 
la loro mente si esalta, e portano il suggello 
delle regioni trascendentali da cui provengono; bene 
a proposito potrebbero fare loro il detto del Goethe 
" Ogni cosa trascendente non è che simbolo. „ 

Questa è massima occidentale, ed è l'idea 
fondamentale delle visioni di tutta la vita Orien- 
tale. Sembra impossibile ma anche il più umile 
contadino del Tibet ha la capacità di cogliere il 
vero valore reale delle complicate figurazioni sa- 
cre, e decifrare le incomprensibili " Mantras „ 
o combinazioni magiche di suoni, che hanno il 
potere di evocare il corpo reale della divinità ; 
e ciò non è ingenua credulità d'ignorante super- 
stizione, è una chiaroveggenza del mondo psi- 



221 



chico, altrettanto reale, quanto quello del mondo 
fisico. Possiamo formarci un'idea, studiando le 
leggende che illustrano ogni luogo, ogni torrente, 
ogni montagna Tibetana. 

Oppure osservando le pitture sacre dove 
figurano le più strane forme che menti umane 
possono creare, dolci o terribili, solitari o ammas- 
sati, dalle cento teste, dalle cento braccia, agitanti 
strumenti di sacrificio, di devozione, di morte. 

Basta ascoltare le canzoni ed i racconti dei 
carovanieri, tutti inspirati al favoloso ed all' in- 
credibile. 

Il mondo Tibetano è un giardino chiuso, 
che negherà inesorabile l'entrata allo straniero, 
dice la Signora Tucci, ed a ben proposito i Ti- 
betani si chiamano " Cilimpa „ (coloro che sono 
al di fuori) tenuti non solo dalla legge Buddhista, 
ma dal mistero affascinante dell'anima loro. 

A Londra, proprio ora, un valoroso psichiatra 
ha publicato un libro sul Tibet, il dottore Ales- 
sandro Cannon. In questo libro intitolato " Influen- 
ze invisibili,, il dottore racconta episodi straordi- 
nari constatati in un suo viaggio attraverso il Tibet. 

Dice fra l'altro che il suicidio avvenuto a 
Londra di un noto magistrato, era avvenuto per ven- 
detta di un mago Tibetano, il quale sette anni prima 
aveva annunciato al dottore che il giudice si sa- 
rebbe suicidato per avere violato il segreto dei Ioga. 



222 



I sacerdoti del Tibet, anche durante il rigido 
inverno, possono stare seduti sulla neve, e man- 
tenere normalmente, il calore del corpo ; solo con 
una limitazione di respirazione e contrazioni ad- 
dominali ; possono correre velocemente per lunghe 
distanze senza mostrare stanchezza. Possono ca- 
dere in catalessi, con tutte le caratteristiche della 
morte, e come un fatto comune, manifestare la 
levitazione, fenomeno non più messo in dubbio 
dalla scienza, e che si spiega come dipendente, 
da un controllo completo assoluto della volontà 
sul nervo vago. Ognuno sa che certi metodi di 
respirazione, hanno uno strano effetto sul peso 
del nostro corpo, non solo; ma provocano vibra- 
zioni che cominciano dai denti, e si spandono 
fino alle unghie del piede, ed il peso del nostro 
corpo, è essenzialmente determinato da vibrazioni. 

Sia il dottore Cannon quanto il maggiore 
leats, narrano entrambi di avere assistito a cose 
portentose. 

Quando cinquanta anni fa furono rivelati 
dalla Blavatshy l'umanità occidentale rise, oggi 
comincia a non ridere più. 

Il ritorno alla vita di uno che ha dormito 
un pezzo in catalessi è orrendo, il corpo già irri- 
gidito dal rigore della morte si snoda in scosse 
convulse, le labbra si rilasciano e dalla gola sgorga 
un rantolo raccapricciante. 



223 



Il dottor Cannon descrive un fatto incredi- 
bile: la resurrezione di un morto, o per lo meno 
di un uomo che da più di cento anni è in istato 
di catalessi. 

Il miracolo del risveglio fu compiuto nella 
grande sala del tempio dei Lama, con il grande 
Lama vestito di gala e seduto sul trono. Entra- 
rono i monaci che reggevano torce e sedettero 
in stalli lungo la parete dell'aula che era rotonda. 
Il grande Lama pregò a lungo, poi entrarono 
otto uomini che recarono una gran bara di pietra, 
ne sollevarono il coperchio e il dottor Cannon 
potè esaminare che il corpo contenuto nel feretro 
era realmente allo stato di morte. Allora il Gran 
Lama pronunciò parole in lingua sconosciuta, ed 
il morto aperse gli occhi, a poco a poco si levò 
a sedere sulla bara, aiutato da due uomini, ne 
discese, si avanzò verso il Grande Lama, si poster- 
nò davanti a lui, e poi tornò alla bara, dopo po- 
chi minuti era ritornato completamente senza vita. 

Il dottore stava pensando, se l' individuo 
fosse completamente morto, o in istato di cata- 
lessi, ed il Gran Lama, come se avesse letto nel 
suo pensiero, gli disse che quell'uomo aveva più 
di cento anni, era stato morto per sette anni, e 
che non sarebbe stato richiamato in vita che altri 
sette anni. 



224 

Ruota della vita. 

Chiunque s' interessa di studi orientalisti, 
sentirà spesso nominare la così detta " Ruota 
della vita „ i missionari, i pellegrini, i fachiri, 
portano spesso con loro tale insegna della reli- 
gione Buddhista. 

Consiste nella rappresentazione delle trasmi- 
grazioni, delle cause della rinascita, quali fu 
immaginata dal Buddha, tecnicamente si chia- 
merebbe " Ciclo delle trasformazioni. „ 

Nel . mezzo della figura notasi come un gran 
piatto, stretto fra le grinfe di un mostro, una 
specie di orco. 

Intorno all'orlo del piatto sono raffigurati i 
dodici anelli della catena delle cause che Buddha 
spiegò come le cause della vita. Tra i raggi della 
ruota sono rappresentate le pene dell' anima, in 
tutti i sei veri stati di trasmigrazione dai cicli 
degli dei, ove è raffigurato Indra con i suoi ful- 
mini, che dalle amene colline dell'olimpo, accenna 
alle torture dell'inferno: dipinto con particolari 
di un realismo così terribile, da fare pensare al- 
l'inferno Dantesco. 

Ed è probabile che il grande poeta, abbia 
da quella scena rilevata la sua concezione, da 
uno dei tanti dipinti importati dall'oriente. 

La scena del giudizio Universale è determi- 



225 



nata dal simbolo della bilancia, basato sul prin- 
cipio etico della ricompensa o della punizione. 

Il valore etico di questa concezione religiosa, 
è stato menomato dalla speculazione sacerdotale, 
i preti si sono attribuiti poteri divini, e quindi 
possono migliorare la sorte delle anime dei defunti, 
anche di quelle destinate all' inferno, perchè i 
superstiti, paghino lautamente, i riti e le messe 
necessarie. 

E chiaro, l'inferno è fatto per i poveri, in 
questa e nell'altra vita !!! 

Nei monasteri vi è sempre uno stregone o 
veggente, egli si presenta al publico, con la mi- 
tra argentata tintinnante di sonagli d' argento, 
questi veggenti escono dalla scuola Gelinka, scuola 
di specialisti nell'arte divinatoria. 

Nessun capraio si permette di tosare il suo 
gregge senza prima avere consultato il veggente, 
né prende moglie, né compra un mulo, tutti gli 
atti di un tibetano passano sempre sotto l'appro- 
vazione del veggente, e siccome questi pareri non 
sono disinteressati, così si svolge un commercio 
lucroso per i Lama. Ogni capanna ha il suo taber- 
nacolo di lacca dorata con la statua di Buddha, e 
con una infinità di altre divinità superiori, innanzi 
ai quali bruciano continuamente incenso e resine. 
Bandierine di carta con formole magiche sono 
attaccate a tutti gli oggetti ; le capre hanno i col- 



226 



laretti con pietruzze fatturate contro il malocchio, 
le donne sono stracariche di scongiuri e feticci, 
i muli sono carichi dalle orecchie alla coda. 

Anche i nostri pastori e i carrettieri hanno la 
stessa usanza, ai peli della criniera del mulo, al collo 
o alla coda legano nastri rossi, cornettini, sacchet- 
tini contenente immagini sacre, contro il malocchio. 

Presso i tibetani troviamo F adorazione del- 
l'anima dei defunti, e si accendono lampade con 
burro ed òlio di senape, innanzi al tabernacolo 
degli antenati, il lasciarlo spegnere porterebbe di- 
sgrazia, in certe case ardono da più di cento anni. 

Vi sono piattelli con umili offerte quotidiane, 
il primo cucchiaio di riso, il frutto più maturo 
è sempre offerto agli antenati. Ogni mese una 
notte è consacrata ai morti, i caprai dagli alti 
pascoli accendono grandi fuochi sulle montagne, 
le loro donne nel villaggio rispondono con fuochi. 
Nella pagoda i Lama celebrano speciali riti in 
onore degli spiriti indistruttibili della razza. 

In quella notte cessano gli odi e le vendette, 
i figli e le figlie sposati, lasciano in tale circo- 
stanza le loro case, per dormire nelle case paterne, 
le alcove anche legittime sono chiuse per dare 
quiete agli spiriti dei trapassati che secondo la 
credenza della rincarnazione durante il mese sono 
agitati alla ricerca d'una rimaterializzazione, pos- 
sibile solo nell'atto del concepimento. 



227 



Questo culto dello spirito sopravvivente che 
costituisce l'elemento essenziale di tutte le religioni 
asiatiche, assume tra i pastori del Tibet una gran- 
diosità mistica solenne. 

^ ^ H: 

Riferisco le impressioni riportate dal padre 
gesuita Wery in una sua visita fatta al Gran Lama 
(superiore). 

Il missionario domandò perchè a Ghum i lama 
portano tuniche senza maniche, gli fu risposto : 
Perchè noi non passiamo a matrimonio, mentre 
quelli che portano maniche possono prendere moglie. 

Egli notò nell'entrare una grande scansia che 
copriva un'intiera parete con circa 400 volumi 
chiamati Kanyuri versione Tibetana del Tripitaca. 

Aprite spesso questi libri, domandò il mis- 
sionario con sottile ironia, osservando che su di 
essi vi era un fitto strato di polvere, e qualcuno 
era rosicchiato dai topi. 

No, rispose serenamente il monaco che l'ac- 
compagnava, li usiamo solo quando ancora siamo 
" gylon „ (apprendisti) perchè prima di essere no- 
minati sacerdoti, dobbiamo saperli tutti a memoria ! 

Pregate spesso durante il giorno? 

Ci alziamo alle tre, dalle quattro alle sette 
preghiamo nel tempio, poi facciamo colazione, e 
ci occupiamo personalmente dalla pulizia del tem- 



228 



pio, quindi ci recliiamo a chiedere F elemosina 
nelle vie e nelle case. Alle dodici preghiamo di 
nuovo, e lo stesso facciamo la sera, ci corichiamo 
alle dieci. 

Al nostro ingresso dal Lama, un vecchietto 
sbarbato, dalla testa rasa, senza denti, piuttosto 
bruttino, questi si alzò sul bel tappeto sul quale 
stava accoccolato sotto una specie di baldacchino 
di panno giallo, alla sua destra stava seduto il 
suo segretario. Padre Wery disse all' interpetre : 
Dite al Gran Lama che proviamo grande piacere 
di vederlo e di riverirlo. L'interpetre assunse un 
aspetto di glande dignità e con voce sommessa 
ripetè la frase. 

Il Gran Lama sorrise e rispose qualche frase 
di ringraziamento, dichiarandosi onorato della no- 
stra visita. 

Gli feci dire che ci avrebbe fatto molto pia- 
cere se passando per Kurseong si fosse degnato 
di visitare il nostro grande monastero dove erano 
adunati per la loro educazione religiosa i Lama 
di Gesù Cristo, rispose ringraziando e con queste 
testuali parole: 

" Pregate il vostro Gesù Cristo per noi, come 
noi pregheremo il nostro Buddha per Voi. ^^ 

Il Wery non fa alcun commento alla bella 
frase del Gran Lama ma è chiaro che le due re- 
ligioni nel concetto del sapiente si equivalgono! 



229 



Il Padre Wery aggiunge : Stavamo per andar- 
cene quando egli ci fece un gesto di fermarci e 
disse alcune parole alla nostra guida, egli prese 
dal vicino muro, tre ghirlande fatte di fili sotti- 
lissimi intrecciati e le porse al gran Lama, il 
quale ce lo pose al collo in segno di alta di- 
stinzione. 

Quando i Lama viaggiano, portano tra le 
mani, e fanno continuamente girare la ruota delle 
preghiere dove sta scritto : " Om mani padne 
Hung. „ In tutte le cognizioni religiose che pro- 
vengono dall'Oriente, il lettore troverà sempre 
scritta questa frase, sappia il suo significato: 

Om è la parola sacra, tanto sacra che gli 
Indù, la pronunciano solo mentalmente, senza 
emettere alcun suono e significa " Adorazione. „ 
Mani equivale a gioiello, padne corrisponde a 
loto; hung così sia! Dunque la frase significa: 

" Adoriamo il gioiello del loto e così sia! 

Altra pratica religiosa dei Lama è di misu- 
rare il terreno col proprio corpo, essa deve inco- 
minciare all' alba e non deve essere interrotta 
neppure per mangiare. Il corpo deve distendersi 
a terra in tutta la sua lunghezza, la testa deve 
toccare il suolo, le braccia distese in avanti, le 
mani giunte; a ciascuna prostrazione, un circolo 
deve essere segnato con un corno di becco ; spesso 
viene deposto sul corpo del paziente, un enorme 



230 



peso di libri, perchè il sacrificio acquisti mag- 
giore merito, quanto ne acquisterebbe recitando 
tutte le preghiere contenute nei libri. 

Malgrado le dottrine Buddhistiche che for- 
mano la religione prevalente del Tibet, pure le 
antiche tradizioni, e superstizioni non mancano. 
L'arte divinatoria degli Astrologi è sempre con- 
sultata in tutte le circostanze importanti della 
vita; ogni rito, ogni oroscopo, si capisce, si paga. 

Ecco un oroscopo ad una bambina di sette 
anni : " Luce del Sole. „ 

I) Conflitto derivato dalla nascita, questa 
fanciulla è nata nell'anno del Cavallo dell'acqua, 
il quale è in conflitto nel presente anno col topo 
di terra, il che rende il potere di lei nero all'ec- 
cesso. Così il suo cibo sarà scarso, il bestiame 
che avrà da fare con lei perirà o andrà perduto; 
per neutralizzare questo cattivo influsso, fate leg- 
gere da qualche sacerdote il " rituale dispensa- 
tore della fortuna „ e la " migliore ricchezza „ 
offrite focacce all'altare del tempio, offrite cibo e 
dolci ai bambini ed ai monaci. 

" La sua fune che lega il cielo, e la Daga 
terrena „ sono neutrali, ma per la prima è ne- 
cessario che i sacerdoti leggano la messa F " es- 
senza celeste „ e per 1' " essenza terrestre „ e la 
ripetano tante volte quanti sono gli anni. 



231 



Essendo la combinazione di nascita del ca- 
vallo, con l'anno presente del topo assai sfavo- 
revole, giacché questi due animali sono tra loro 
nemici, per questo fatto fate leggere dai sacerdoti 
la collezione cinese di formole per allontanare il 
male. 

II) Conflitto col fuoco. Questo è i " sette 
rossi „ perciò i demoni rossi minacciano la fan- 
ciulla, la testa, il cuore, il fegato, le procureranno 
dolori, le apporteranno foruncoli. 

Per ovviare questo guaio, innalzate un palo 
recante preghiere, che chiuda la porta ai demoni 
rossi, e celebrate il rito degli spiriti tutelari per- 
sonali, e riscattate una pecora, togliendola al 
macello. 

Un esempio pratico di magia simpatica, si ha 
nel sistema usato per influire sulle condizioni atmo- 
sferiche. In primavera si accendono dei fuochi 
perchè il calore richiami il sole. 

Per invocare la pioggia si butta l'acqua delle 
brocche all'aperto, o torturando un animale abi- 
tuato a vivere nell'acqua, per esempio un ramac- 
chio, così s'induce lo spirito per compassione della 
bestia, ad accontentare gli uomini. 

Altra forma graziosa per invocare la pioggia, è 
data dal procedere di donne, che di notte si tolgono 
gli abiti, e nude vanno ad arare la terra arsa. 



232 



La grandine si può arrestare tagliando con 
coltello di ferro, alcuni chicchi di gragnuola ca- 
duta, cosa che spaventa gli altri che debbono 
cadere, li mette in fuga ed il pericolo cessa. 

Qualche mago imbratta i chicchi con sangue 
di animale sacrificato, e li butta via, ingiungendo 
di cadere sulla collina dove non vi è coltivato. 

Eppure malgrado tante superstizioni, vive 
ancora buona parte dell'etica del Buddhismo ori- 
ginale, come l'afiTratellamento di tutti gli esseri, 
l'universale pietà, la reciproca carità, cose che 
derivano dalla coscienza del comune inesorabile 
destino, nell'eterno rinnovarsi dei dolori dell'esi- 
stenza, e negli infiniti cicli d'incarnazione. 

Questa base morale ha fatto di questa gente, 
la razza più dolce, mansueta, ospitale, ed onesta 
del mondo dice Boero Costanzo. 

Giuseppe Tucci al Tibet. 

Ho conosciuto l'Accademico Giuseppe Tucci 
nel maggio 1935 alla Farnesina, mi fu presentato 
dal Vice Presidente Carlo Formichi. Avevo una 
statuetta di Buddha, Tibetana in bronzo, nella 
testa della quale una striscia di carta antica in- 
giallita e logora portava degli scritti indecifrabili. 

Il Tucci lesse quelle zampette di mosca con 
facilità, perchè ha una cultura profonda di tutti 



233 



i dialetti tibetani antichi e moderni, era la con- 
sueta preghiera " Hom mani, padne Hung. „ 

Ho trovato il Tucci, simpaticissimo, allegro, 
robusto, forte ; mi sono intrattenuto alla Farne- 
sina per più di un'ora, abbiamo rievocato i suoi 
primi quattro viaggi, e quel giorno si era alla 
vigilia del suo quinto viaggio con un modesto 
itinerario " ascensione al Kailasa. „ 

M'invitò ridendo se desideravo partecipare 
alla gita, gli ho risposto dolente che mi manca- 
vano i tre coefficienti principali: 

Mezzi, cultura, e forze fisiche ! 

L'ho visto al ritorno, non era più lui, era 
invecchiato, tali, è tanti furono i disagi coraggio- 
samente affrontati da quell'impavido esploratore. 
Egli dice che non tornerà più al Tibet, ha tanto 
materiale di studio che ne avrà per tutta la vita; 
ma io non ci credo, il fascino degli inaccessibili 
monti nevosi, i suoi buoni amici Lama, le rovine 
degli antichi monasteri, seguiteranno ad esercitare 
su lui nell'avvenire tale senso nostalgico irresistibile 
che egli tornerà a Tibet. Tornerà per spinta della 
sua anima avventurosa, tornerà per amore della 
scienza, tornerà incoraggiato dal suo valoroso mae- 
stro Carlo Formichi, spronato dal governo Fasci- 
sta, che come per il passato non mancherà di 
assisterlo, interpretando il pensiero del nostro ma- 
gnifico Duce, che sorpassando col suo sguardo 



234 



d'aquila ogni confine nazionale, vuole che il genio 
Italico si riaffermi sempre più nel mondo e spe- 
cialmente nel misterioso Oriente come faro lumi- 
noso di civiltà e cultura. 

Giuseppe Tucci non è curioso visitare di 
tempi, egli ha il fervore di un neofita desideroso 
d'iniziarsi in esperienze superiori, ecco perchè 
tutto gli è riuscito facile, ecco perchè è riuscito 
a vincere la ritrosia dei Lama tanto gelosi dei 
loro segreti e della loro religione. Quando egli 
mostrò al Superiore del Monastero di Tolin i 
primi due volumi di Indo-Tibetica con l'appendice 
di pagine in Tibetano contenenti la biografia del 
loro gran santo Rin-cen-bazampo, egli stupì, non 
riusciva a persuadersi, come un italiano avesse 
potuto interessarsi tanto della vita di uno dei 
loro santi più venerati, del quale essi stessi non 
sanno oramai più nulla. Gli fu facile allora con- 
vincerlo, che lo scopo del suo viaggio, era un 
vero e proprio pellegrinaggio ai luoghi dove visse 
e meditò il gran santo, il cui amore lo aveva 
guidato e sorretto in tanti disagi. 

Innanzi ad una simile dichiarazione il Su- 
periore strinse subito con lui cordiale amicizia, 
ogni sospetto era cessato, tutte le porte del mo- 
nastero furono aperte, e concesso di osservare, 
fotografare, studiare, ed asportare qualche interes- 
sante cimelio. 



235 



Tra le cose di maggior valore portate dal 
Tucci dal Tibet vi è un Zuchien, specie di so- 
prabito formato da ossa umane, finemente lavorate: 
Con le diafisi, le femorali, le omerali, si fanno 
i piastroni più grandi che servono di ornamento 
centrale, con le ossa del cranio si fanno piastre 
di congiunzione a modo di fibbie ; delle ossa più 
piccole, ricavano delle palline che infilate come 
grani di rosario, servono a congiungere tra loro 
le diverse parti del macabro del vestito. 

Sui pezzi grandi sono scolpite deità dei cicli 
Tantrici, più esotici, deità di cimiteri. I Zuchien 
vengono nel Tibet indossati nella cerimonia del 
Grod nella quale i più esaltati, possono perdere 
qualche volta la ragione o anche la vita. 

Le prove che l'iniziando deve subire sono 
impressionanti : 

Egli deve ritirarsi in luogo dove si espon- 
gono cadaveri, con un flauto fatto di Tibia umana, 
il Kapala, un teschio che serve come tazza, il dà- 
maru, tamburo rituale fatto di due calotte craniche 
su cui sono tese striscie di pelle. 

Arrivato nella solitudine di quel triste luogo 
r iniziando dovrà invocare gli spiriti maligni, e 
le forze cattive, che la mitologia e le supersti- 
zioni del Tibet conoscono, e ad essi offrire in 
olocausto il proprio corpo. 

Acquistata la certezza che il mondo feno- 



236 



menico è vana illusione, riacquistato il potere sul 
suo spirito, che gli consente di vincere il terrore, 
egli entrerà nel processo mistico, per il quale 
ascenderà gradatamente agli alti piani di esperienze 
superiori. 

Della quinta spedizione del Tucci al Tibet 
riferirò quanto egli stesso ha detto e pubblicato 
neiriUustrazione Italiana con titolo, La mia ul- 
tima spedizione Tibetana, perchè il giornale si 
perde, il libro resta: 

Il viaggio dal quale sono ritornato proprio 
in questi giorni è il quinto che ho compiuto nel- 
l'altipiano dell'Himalaja, ed il secondo nel territorio 
del Tibet vero e proprio. Sommando tutti i chilo- 
metri che ho percorso in queste ripetute spedizioni 
si arriva ad una cifra spettacolosa, tanti chilometri 
quanti ce ne sono approssimativamente da Roma 
a Pechino. Eppure non ho visitato fin'ora che 
una piccola parte dell'altipiano del Tibet e di 
quelle regioni confinanti che per lingua e per cul- 
tura possono considerarsi provincie Tibetane. Il 
paese è immenso, gli aspetti della vita delle sue 
genti così complessi, i monumenti della sua arte 
così importanti, così difficili ad intendere i misteri 
della sua religione, che un viaggio isolato, non 
potrebbe essere molto proficuo né dal punto di 
vista delle ricerche che m'interessano, né da quello 
semplicemente etnografico. 



237 



Del resto anche in quest'hanno ho percorso 
1800 chilometri, dei quali circa 1400 per regioni 
da me non ancora visitate, e prima di me solo 
parzialmente percorse da pochissimi esploratori. 

La zona studiata quest'anno include alcune 
contrade più sacre di tutto l'oriente, voglio dire il 
lago Manosàrovar (metri 4500 sul mare) ed il monte 
Kailàsa (metri 6660) luoghi che sono ancora meta di 
frequenti pellegrinaggi dalle più remote provincie 
del Tibet, della Cina Buddhistica, della Mongolia, 
e da ogni parte dell'India: Indù, buddhisti, i pochi 
superstiti delle religioni aborigene dell'altipiano 
Imalajano, traggono oggi come forse già nell'alba 
dei tempi verso queste lande e queste montagne 
ove Iddio sembra rivelarsi all'uomo come inifinita 
bellezza. 

La fuga delle montagne che lanciano le loro 
cime adamantine nel cielo di turchese, lo specchio 
azzurro dei laghi, l'ondeggiamento sterminato delle 
dune sabbiose, la solitudine di un deserto che non ha 
confine, muovono il pellegrino che s'affaccia sui 
valichi imalajani ad inginocchiarsi e pregare. Sui 
solchi segnati dalle carovane e dal gregge dei no- 
madi ho viaggiato per giorni intieri con asceti, 
e santi; pellegrini e malati: gente che vuole pu- 
rificarsi o sanarsi al contatto di quelle incognite 
forze che aleggiano per queste montagne, consa- 
crate dalla tradizione di tre popoli o eroi della 



238 



vita contemplativa che in una ebbrezza di rinuncia 
salgono seminudi le rocce immani ed i ghiacci 
inviolati per sublimarsi. 

In sette anni passati in India, e non solo 
nelle città, ma nelle campagne e nei villaggi, non 
ho mai incontrato tanti rappresentanti, e così no- 
bile delle antiche tradizioni spirituali dell'oriente 
come in quest'ultimo viaggio, mentre compivo con 
la mia carovana la circomambulazione del Kailàsa. 

L'India della leggenda riviveva con tutti i 
tesori delle sue esperienze secolari sotto il cielo 
Tibetano, sulle sacre rive del lago di Brama. 

Però debbo ammettere che non tutti gli in- 
contri, sono stati così edificanti : mentre esplora- 
vamo i monasteri sparsi sulle rive del Monosàrovar 
siamo capitati sulla stessa strada di una grossa 
banda di razziatori e di predoni che scendeva 
dalle Provincie orientali del Tibet e ritornava alle 
sue terre carica di bottino. 

L' incontro poteva essere dei meno piacevoli, 
perchè essi erano almeno venticinque e tutti ar- 
mati: noi anche se forniti di pistole moderne, 
invece dei loro fucili ad avancarica e ad accia- 
rino, eravamo solo in due. Ma un abile stratta- 
gemma ci ha tolto d'impaccio senza spargimento 
di sangue. Purtroppo il governo di Lhasa non 
prende alcun provvedimento per estirpare questo 
brigantaggio che nelle provincie orientali sta pren- 



239 



dendo proporzioni allarmanti, rende malsicure le 
strade ai carovanieri ed ai pellegrini, e non può 
fare a meno d'impoverire di più il paese già 
tanto decaduto. Ma Lhasa è completamente inat- 
tiva : niente strade, niente ponti, nessun tentativo 
per rendere un poco più comode e sicure le co- 
municazioni. Eppure se c'è gente al mondo che 
viaggia sono proprio i tibetani : interminabili ca- 
rovane corrono da una parte all'altra del paese: 
yak, pecore, ponz, scambiano i prodotti delle di- 
verse Provincie. Pellegrini che posseggono solo 
una casacca, una coperta ed una ciotola passano 
la loro vita a ramingare di tempio in tempio, 
mormorando preci, chiedendo elemosine, e spe- 
rando di trapassare a migliore forma di esistenza 
all'ombra di qualche santuario. 

E ancora viva di fronte ai miei occhi, l'im- 
magine di un vecchio agonizzante, tutto piaghe 
e bubboni, che si trascinava con le mani e con 
i piedi su per l'erta salita del convento di Taklakot. 

Egli era già della morte : saliva su per il 
sentiero rupestre, nella speranza che l'ultimo ran- 
tolo, gli mozzasse il respiro lassù nel sacro recinto. 
Miseria, dolore, fede, ascesi, nequizia, contrastanti 
anche là nell'inj&nito giallore della petraia imalajana. 

Il tempo al cui ritmo l'umanità trapassa di 
moto in modo verso un domani gravido di mi- 
stero, qui pare abbia sostato : nomadi, pastori. 



240 



pellegrini, e razziatori come ai tempi preistorici ; 
tende fatte con pelli di Jak e con pezze di lana, 
o grotte scavate nella roccia, tre quarti di case 
sono quelle degli dei. Trovarsi su queste lande 
è non solo vivere lontano nello spazio ma anche 
nel tempo; come un sogno o la rievocazione di 
un mondo di leggenda. 

Del resto siamo, secondo la tradizione orien- 
tale nel centro del mondo: il Kailàsa è il gran 
perno della terra ; i sistemi fluviali dell'Asia hanno 
qui, o qui vicino le loro scaturigini: dall'Indo 
al Brahmaputra, dalla Karnali alla Satley. 

E chiaro che questa regione come la più 
sacra è la meno conosciuta, perchè la più difiì- 
cilmente accessibile, ha preso gran parte del no- 
stro tempo. Non solo abbiamo compiuto la cir- 
cumambulazione completa del lago e delle mon- 
tagne, ma siamo riusciti a visitare i monasteri, 
tutti i luoghi consacrati dalla tradizione e dalle 
leggende, eremi d'asceti, e sorgenti miracolose, in 
pellegrinaggio appassionante, attraverso un mondo 
ancora ignoto di leggende e di miti cresciuti in- 
torno ad una terra così fantastica nei suoi colori 
e nelle sue forme. 

Le ricerche sono state coronate dal ritrova- 
mento di manoscritti, dell'antica setta dei Bompo 
che aprono luce inattesa, sulla preistoria delle 
religioni tibetane : un nuovo mondo si rivela a 



241 



noi, con i suoi riti, le sue cosmogonie, la folla 
infinita dei suoi dei, e il mistero delle sue litur- 
gie magiche — e ci fa seguire tracce di origi- 
narie connessioni tra i dogmi ed i sistemi di 
paesi che si credevano fossero sempre stati chiusi 
ad ogni reciproco contatto. Il geografo potrà ral- 
legrarsi della scoperta di antichi itinerari della 
regione sacra, e lo storico della medicina di una 
nuova raccolta di testi medici che completa quella 
già notevole messa insieme nei viaggi passati. 

Arrivati nel Tibet occidentale per via di Ai- 
mora, attraverso la catena deirimalaja che ab- 
biamo valicata al Lipulek, su per Purang, il 
gruppo del Gurla, il lago Manosàrovaro e il Kai- 
làse siamo ridiscesi proprio attraverso la Satley, 
sostando nei modesti mercati, che animano du- 
rante l'estate questi immensi deserti, ed in cui 
l'india fa raccolta di lana e sale minerale. Ab- 
biamo visitato uno per uno i molti monasteri che 
ancora sopravanzavano e che su tanto squallore 
gettano una inaspettata animazione di vita e di arte 
Purtroppo anche essi sono stati colpiti dura 
mente dalle guerre e da quel tragico impoveri 
mento del paese che d'anno in anno sembra si 
distenda un velo di morte e di rovine su con 
trade che furono un giorno se non le più ricche, 
certo tra le più importanti nella storia del pen- 
siero religioso di tutta l'Asia. 



242 



I volumi in cui FAccademia viene racco- 
gliendo i risultati delle mie ricerche illustreranno 
queste nobili creazioni della religione e dell'arte 
di uno dei popoli più intimamente spirituale di 
tutta la terra : non descrizione del materiale rac- 
colto o riprodotto, ma interpetrazione. Perchè 
l'arte dell' Oriente in genere e del Tibet in ispe- 
cie non è che un simbolo, linguaggio in cui si 
esprimono le più profonde esperienze dell'ascesi. 

Missioni tedesche, francesi, inglesi, russe, 
giapponesi, hanno esplorato il Turkestan e tratto 
dalle sue sabbie tesori d'arte e documenti storici 
di immenso valore : V Italia pòrta oggi il suo con- 
tributo allo studio di un paese non meno inte- 
ressante e quasi del tutto sconosciuto, come è 
il Tibet. 

II merito spetta all'Accademia d'Italia, che 
ha promosso la spedizione, e ad un illuminato 
mecenate milanese il Prof. Prassitele Piccinini 
che formatosi alla disciplina della scienza, ha 
compreso l' importanza di queste ricerche, ed ha 
provveduto al maggiore finanziamento dell'impresa. 



CINA 

La Cina come tutti i paesi che hanno avuto 
un periodo di elevata civiltà, ha avuto nel pas- 
sato le sue grandi scuole filosofiche e religiose. 

Oggi queste dottrine rimangono oggetto di 
considerazione per gli studiosi ; oggi la Cina, 
decaduta politicamente, economicamente, intellet- 
tualmente ; in preda alle suddivisioni, alle conti- 
nue guerre civili ; agli sfruttamenti, ingerenze ed 
oppressioni di potenti nazioni, che vorrebbero 
presto assistere alla sua liquidazione finale, per 
dividerne da provetti predatori le vaste e ricche 
spoglie ; oggi la Cina, non ha più scuole filoso- 
fiche, né religione, né uniformità nazionale. 

. Delle antiche scuole filosofiche, religiose, ac- 
cennerò alle tre più importanti : 

Laotse - Confucio - Fo^y 

2950 anni a. C. visse in Cina Foy : ammi- 



244 



ratore dell'indiano Crisma, scrisse cinque libri : 
I-king, sein-king, sci-king, li-king, lòking. Egli 
espose in Cina per il primo la dottrina della 
Trinità, nella quale si fondevano tutti gli altri dei. 

Tai-yoki, l'universale si manifesta per mezzo 
di In, la femina e lank l'uomo, di cui il pro- 
dotto fu Panku il figlio (la creazióne). 

A questa prima Trinità ne aggiunse un'altra: 

Tien-oang, ti-oang, e l'anima umana, anello 
di congiunzione tra il cielo e la terra, svilup- 
pando cosi la cultura sentimentale del cuore. 

Egli disse : Se il cuore ascolta gli spiriti 
emanati da Tien-oang (intelligenza) conoscerà feli- 
cità ; mentre se si rende schiavo di Ti-oang (desi- 
derio) si dannerà al supplizio di vedersi divorato 
come da uccelli da preda. 

Fu in questo periodo e con queste dottrine 
che sorse la grande civiltà cinese, e sorsero gli 
iniziati, che si chiamarono *' letterati „ si riuni- 
rono in collegio che assunse tale potenza, d'avere 
il diritto di sorvegliare il potere esecutivo del re, 

Popolo che divenne grande e perfetto, e per 
non essere contaminato da influenze esterne, in- 
nalzò ai snoi confini la grande muraglia, una 
delle meraviglie del mondo, e si chiamò " società 
celeste „ prese per simbolo la luna, custodì pre- 
ziosamente le stelle simboliche; i fratelli letterati 
avevano l'incarico onorifico di costruire tempi, 



245 



e furono detti fratelli liberi muratori ; nome che 
attraverso i millenni si conservò e passò in Eu- 
ropa nelle logge massoniche, e passarono ancora 
i medesimi simboli, i medesimi toccamenti di 
riconoscimento ed in fondo il medesimo segreto 
pensiero : 

" Lottare contro la legge della forza in nome 
dell'anima umana. „ 

Continuatore di Fo-hi in dottrine fu : Laotse. 

Contemporaneo di Confucio, visse nel VI 
secolo a. C. ed a lui venne attribuita la dottrina 
del Tao (via). 

Il Tao è la ragione primordiale, la quale 
ha prodotto l'unità, dalla quale nacque la dualità, 
da questa la triade e quindi l'universale. 

Il Tao è infinito ed appare come misteriosa 
forza occulta ; quelli che sanno che cosa è il 
Tao, non lo dicono, dice Laotse ; quelli che lo 
dicono non lo sanno. Senza uscire di casa si 
può conoscere il mondo intiero, senza guardare 
dalla finestra si può vedere il Tao. Tutti gli 
esseri si appoggiano al principio femminile (yin) 
ed abbracciano, avvolgono il principio attivo (yang). 
Un principio, un soffio vivificatore che mantiene 
in tutto l'armonia. 

Cuiang-tse spiega e chiarisce l'oscuro pen- 
siero metafisico del Maestro, ed appare così l'ef- 
fettivo creatore della filosofia Taoista. Egli ammo- 



246 



nisce che il Tao può essere conosciuto, avvicinato, 
raggiunto, solo con la soppressione di ogni pen- 
siero peccaminoso, di ogni desiderio, e sommer- 
gendosi nel nulla. 

Riposati nell'inazione, sputa l'intelligenza 
dalla tua bocca, cessa di percepire la differenza, 
fonditi nell'infinito, libera la tua anima, sii vuoto, 
sii nulla, e conoscerai il Tao. ' 

L'uomo emerge dall'infinito e si risommerge 
nell'infinito. 

Cbi si libera dalle passioni, avverte Laotse 
al principio della sua opera (tao-te-ting) conosce 
l'essenza immateriale del Tao, (il se) chi non si 
è liberato conosce solo le forme materiali del Tao. 

Il concetto è evidente ; giunto l'individuo 
allo stato di estasi, consentito dall'assoluta ina- 
zione della mente, vuotata la propria anima di 
ogni pensiero di ogni desiderio, l'uomo elevatesi, 
concepisce la sua unità con l'universo con l'infi- 
nito. Infinito dove non vi sono dimenzioni, dif- 
ferenza, distinzione di tempi. Non vi è nulla 
sotto la volta del cielo che superi in grandezza 
il filo d'erba autunnale, (siamo in piena dottrina 
Vedica). L'universo ed io siamo nati insieme, e 
tutto ciò che contiene l'Universo è uno ; la nostra 
vita è un sogno. 

Io sogno e mi vedo farfalla, mi sveglio e mi 
trovo uomo, quale è il sogno l'uomo o la far- 



247 



falla ? Forse né l'uno né l'altro, ho detto risve- 
glio, avrei dovuto dire cambiamento. 

Da noi si dice che' i bambini sono protetti 
da Dio, ed anche gli ubbriachi nelle cadute ; è 
vero, e ciò avviene perchè in questi due stati di 
vita lo spirito è in istato di sicurezza, dovuta 
all'incoscienza, la concezione di paura, di vita, e 
di morte non entra nel loro cuore. Essi non 
soffrono il contatto con l'esistenza oggettiva; sono 
esseri più spirituali che mentali e Laotse dice : 

Se il vino dà questa sicurezza quanto non 
garentirà meglio la forza del Tao ? 

In questa religione cosmogonica troviamo 
anche insegnamenti morali : 

Umiliatevi e sarete esaltati; chi sa sottomet- 
tersi è il vero ricco ; il vero potente è colui che 
sa dominare se stesso. Con i cattivi sii buono, 
perchè così essi diventeranno buoni. 

Tanto eletta dottrina, oggi in Cina è rima- 
sta un ricordo ; il taoismo è diventato bottega 
di superstizioni, di esorcismi, di stregonerie ; il 
cinese ricorre ai Teossi o bonzi, perchè questi 
hanno fama di conoscitori del mondo occulto. 

La superstizione di Fong-suei, poggia sulla 
credenza di mistoriose correnti sotterranee. Prima 
di costruire una casa, bisogna essere sicuri di 
avere un fong-suei favorevole, per non avere i 
sogni turbati del dragone dormente. L'aria cinese 



248 



oggi è ingombra di spiriti maligni, e da ciò 
tutte le preoccupazioni per tenerli lontani. Du- 
rante l'epidemie, le inondazioni, si sentono daper- 
tutto colpi di gong, perchè il rumore allontani 
gli spiriti causa del male, ed in attesa del mira- 
colo si lasciano serenamente morire. 

Innanzi alle case innanzi ai tempi, non si 
vedono che draghi scolpiti. Tutto ciò è causa di 
grave crisi economica dei bonzi, i quali hanno 
perduto ogni prestigio, sono considerati dal popolo, 
come oziosi ed impostori, che sfruttano la buona 
fede altrui, e risolvono il problema della vita 
senza lavorare. 

In una poesia popolare si dice : 

Buddha abbi pietà di me povero bonzo 
Fa che io possa fuggire dal tempio 
Non abbia più né freddo né miseria 
Che possa sposare una bella donna 
E che non sia mai più bonzo. 

Confucio — - fu educatore del popolo di tutte 
le categorie, dai governanti ai più umili, ed era 
convinto che con la divulgazione dei suoi pre- 
cetti si sarebbe arrivati alla pace universale. Il 
confucianismo non è vera e propria religione, 
ma una dottrina filosofica morale ; scuola nata 
quasi contemporaneamente del Taoismo, e con 



249 



questo spesso in conflitto per la diversità di prin- 
cipi professati. 

Egli non si occupò dei misteri dell'altra 
vita ; domandato una volta da Tze-lu in proposito, 
rispose : 

Quando ancora non si conosce la vita, come 
si può conoscere la morte ? Sai tu perchè sei 
nato ? No, allora non sai perchè vivi : Sai tu 
perchè vivi ? No, allora non sai perchè morrai. 
Ciò mostra evidente che Confucio non volle isti- 
tuire una dottrina religiosa ; ma il popolo alla 
sua morte sentì il bisogno di divinizzarlo. 

Confucio nacque a Ison sotto il regno di 
Lu, verso il 550 a. C. A vent'anni fu eletto 
scriba della famiglia Ki, a 22 anni fu nominato 
ufficiale dei pinoli, cioè governatore del bestiame 
sacro, a 24 anni conobbe Lao-tse. 

Il duca King di Ts'i lo richiese sull'arte del 
governo, ed egli rispose : 

Perchè un governo sia buono è necessario 
che il principe si comporti come un padre. Un 
buon governo usa con moderazione le ricchezze 
dello stato. 

Fu nominato procuratore di Chung-tu, fu pro- 
mosso capo della polizia, ma i suoi savi precetti 
non sempre venivano ascoltati dai funzionari e 
dal popolo, sfiduciato si dimise, ed andò ramingo 
per vari paesi della Cina. 



250 



Mori a 73 anni, sconfortato dal suo nobile 
tentativo di educatore fallito e dopo avere detto: 

Il sapiente più ignorante è quello che cerca 
di educare e riformare l'umanità. 

Nel libro di Li-king è esposta la complessa 
dottrina cosmogonica di Confucio, dottrina che 
ha per fondamento la vita umana, che secondo 
le vie naturali conduce alla perfezione. I feno- 
meni naturali, non sono mai fissi, la vita non 
cessa, tutto è reciprocamente legato e connesso, 
e scorre come la corrente di un fiume, non c'è 
un momento in cui questo corso s'interrompe, 
tutti i fenomeni sono strettamente connessi, que- 
sto movimento è legge universale. Noi dobbiamo 
sviluppare le nostre energie, procedere avanti, 
procedere è fenomeno di continuità, (precetto fon- 
damentale) la nostra vita è tutt'uno con i prin- 
cipi universali, le vie della natura e le vie del- 
l'uomo sono la stessa cosa, sotto due differenti 
aspetti. 

Secondo Tseng-tze seguaci di Confucio, ecco 
i principi morali e politici per essere un buon 
cittadino riassunti nel libro di Ta-hio : 

La via per ben sistemare la propria famiglia, 
ben governare lo stato, pacificare il mondo, con- 
siste nell'educazione di se stesso ; per bene gover- 
nare il proprio regno bisogna sapere ordinare e 
governare la propria famiglia, perchè ciò avvenga 



251 



bisogna sapere educare il proprio Io, bisogna 
rettificare il proprio cuore, la propria mente, 
sviluppare il senso della conoscenza, cioè l'indu- 
zione delle cose. Dall'Imperatore all'uomo del 
popolo, la base fondamentale è sempre la pro- 
pria educazione. 

Governare, significa rettificare, se guidi un 
popolo con rettitudine, chi oserà non essere retto ? 

Comportati verso ognuno, come se tu trat- 
tassi con un grande ospite ; non fare agli altri 
ciò che non vorresti fosse fatto a te medesimo, 
fa che non vi sia alcuno che non sia soddisfatto 
di te, nel paese e nella famiglia. Coltiva e prova 
diletto nell'arte. 

Il culto della pietà filiale, base della dottrina, 
vive tutt'ora nelle città e nelle campagne attra- 
verso i millenni ; dando una continuità che non 
si riscontra in altre religioni. Antica pietra fon- 
damentale della famiglia cinese, è il rito, la de- 
vozione continua davanti alle tavolette degli an- 
tenati. 

In ogni casa avere un figlio è condizione 
indispensabile per la continuità del culto degli 
antenati ; quindi la preoccupazione principale 
della donna è avere figli ; le donne sterili, ricor- 
rono a qualunque sortileggio per avere figli. Se- 
condo una superstizione locale, ogni donna nel 
mondo invisibile è rappresentata da un albero. 



252 



se quest'albero produce j&ori rossi, nasceranno fi- 
glie, se i fiori sono bianchi ; nasceranno maschi, 
se non fa fiori non vi saranno figli. Molte donne 
quindi interrogano le chiromanti, sulla propria 
sorte, e se risulta che l'albero è senza fiori, si 
rimettono al loro potere soprannaturale, perchè 
venga cambiata la terra che circonda l'albero. 
Altre si recano nelle pagode a pregare la dea 
Kuangi, per avere la discendenza maschile, e co- 
me talismano portano dal santuario una pantofola, 
per riportarne due, appena ottenuta la grazia. 

Ogni figlio si fa un dovere di porre gior- 
nalmente innanzi alla tavoletta che ricorda l'a- 
nima del defunto genitore, il riso, il tabacco, e 
una piccola porzione di tutto ciò di cui può di- 
sporre di buono la famiglia. Mancando una volta 
una tale attenzione, il buon cinese crede che 
l'anima del defunto, accompagnata da spiriti ma- 
ligni, rovinerebbe la casa, perseguitando gli eredi 
ingrati per tutta la vita. 

Un missionario italiano rimproverava un 
bonzo perchè ancora seguitava ad insegnare ai 
propri fedeli tali stupidi riti. 

Credete voi possibile, gli diceva, che il morto 
possa più seguitare a godere di ciò che gli si dà 
e che ha gradito in vita ? 

Credete che possa mangiare il riso e fumare 
la pipa ? 



253 



E voi rispose il bonzo, credete davvero 
quando ponete fiori sulla tomba dei defunti, che 
questi usciranno fuori il naso per sentirne il 
profumo ? 

Quando accendete lampade e ceri, credete 
davvero che non sappia al buio ritrovare la via 
per visitare i superstiti ? 

Risposta molto saggia, che insegna, come 
prima di guardare nella casa degli altri, si debba 
meglio considerare la propria. 

La rivoluzione in Cina ha sciolto le congre- 
gazioni dei bonzi, ha rovesciato gli idoli, dalle 
malferme basi, ha chiuso le pagode. 

I Buddha di bronzo, e di pietra abbondano 
dagli antiguarì, sulle rovine del Buddhismo e 
del Taoismo, crescono millenarie superstizioni con 
i relativi draghi. 

Oggi poi per influenza del bolscevismo Russo, 
in alcune scuole vengono impartiti insegnamenti 
ateistici ; ecco un esempio della nuova dottrina : 

" I nostri padri hanno creduto alla soprav- 
vivenza anche temporanea dello spirito, ora è 
accertato che l'uomo muore tutto e per sempre „ ! 

Ecco risoluto dagli studiosi russi, con la più 
facilità Feterno problema che ha assillato l'uma- 
nità intera attraverso i millenni. 

Voglio ricordare qualche antico rito importante 
che si compiva in Cina ai tempi dell'imperatore: 



254 



Per comprendere la funzione che l'impera- 
tore compiva ogni anno nel solstizio d'inverno è 
necessario ricordare perchè la Cina si chiama 
Celeste Impero, perchè l'imperatore era divino 
per se stesso, e quindi re della terra per diritto. 

Nella religione cinese, come nelle altre, c'è 
il concetto della trinità: Cielo, terra, uomo; l'im- 
peratore è l'uomo, cioè il terzo elemento della 
trinità ; quindi aveva assoluti poteri sulgli uomini 
e sulle cose ed era oggetto di venerazione. 

Egli solo era autorizzato a venerare il cielo, 
e tale importante cerimonia si svolgeva nel tem- 
pio del cielo. 

Questo grande tempio di un miglio quadrato, 
tutto in marmo sorge ancora vicino Pechino, si 
compone di tre terrazze, lastricate di marmo e 
disposte in nove cerchi concentrici, sulla pietra 
centrale della terza terrazza, l'imperatore s'ingi- 
nocchiava e pregava. Nella preghiera si ricono- 
sceva inferiore al cielo, al cielo solamente ; in- 
torno a lui altri nove cerchi che rappresentavano 
altrettanti cieli, costruite sempre con lastre mul- 
tiple di nove (numero favorito dalla filosofia ci- 
nese) il più grande circolo era di 81 lastre. 

L'imperatore arrivava sopra un carro tirato 
da elefanti, dopo avere offerto incenso a Sthanghi, 
il supremo rettore e ai suoi antenati, egli pro- 
cedeva verso la sala del digiuno, rimaneva un 



255 



paio di ore, adorno di paramenti sacri; ascendeva 
al secondo terrazzo, dove si bruciava in olocausto 
un vitello di due anni senza macchia alcuna; e 
così invocando il reggitore dell'universo, l'impe- 
ratore saliva sulla terrazza più alta ed offriva in- 
censo innanzi all'altare sacro. 

Si genufletteva tre volte, si prostrava nove 
volte, ed offriva all'altare, pezze di tela, coppe 
di giada ed altri doni. 

Veniva dall'assistente letta la preghiera, e 
mentre l'imperatore restava genufllesso, dai cere- 
monie'ri gli veniva presentata, la carne della feli- 
cità e la coppa della felicità. Tre volte s'inchi- 
nava innanzi ai sacri emblemi, e li riceveva con 
profonda riverenza. Con questo sacrificio l'impera- 
tore acquistava il titolo di Vice-reggente del Cielo. 

Festa del Sole. (1) In omaggio al signore 
della luce, la cui festa si celebra il secondo giorno 
del mese di aprile " le piante sulla montagna 
sono cambiate in giada. „ 

Questo è un antichissimo modo di dire per 
indicare che ogni foglia ed ogni germoglio è pronto 
a salutare il sole della primavera. 

La festa del sole è in Cina, il ricordo di 
antichissimi riti, di cui il Peng-shui è un residuo 
sopravvissuto. 



(1) Da una corrispondenza di Adriano Carbone. 



256 



All'epoca imperiale essa era celebrata con 
gran pompa, oggi invece i Pechinesi si recano al 
piccolo tempio di Tai-Iuau-Kung, qui nel sem- 
plice e nudo santuario, il sole è rappresentato 
da una statua di legno dorato, i visitatori bru- 
ciano incenso, in un cortile coperto si serve thè 
gratis a spese del vicinato, e da camerieri volon- 
tari, che fanno tale servizio per acquistare meriti. 
Mentre si beve il thè, un cantastorie racconta 
leggende di vecchi miti solari. 

Ascoltate, ascoltate, egli dice, l'origine del 
mondo, quando né la forma né la forza erano 
manifestate, e la terra era una informe massa 
che galleggiava sull'acqua ; quando perfino gli dei 
erano oscuri, venne Pan-Ku che sistemò e regolò 
il cosmo, a colpi di martello e scalpello separò 
la terra dal cielo. Nella fretta dimenticò di sta- 
bilire il corso del sole e della luna che rimasero 
nel fondo dell'oceano Han ; onde il popolo della 
terra fu costretto a vivere nell'oscurità. 

Fu allora, ascoltate, che l'imperatore terrestre 
mandò un suo dignitario chiamato " tempo terre- 
stre „ con l'ordine alle due luci celesti di pren- 
dere il loro posto nel cielo e dividere le notti 
dal giorno. Ma il sole e la luna rifiutarono di 
muoversi ed allora Pan-Ku intervenne, egli scrisse 
il carattere rhe (sole) nella sua mano sinistra, ed 
il carattere yne (luna) nella destra, quindi reca- 



257 



tosi sulla riva dell'oceano Han, distese la destra 
con gesto magico, chiamò sette volte la luna ed 
altrettanto il sole, e così il signore del giorno e 
quello delle notti presero il loro posto nel cielo 
e non vi fu più oscurità. 

Gli dei della terra. 

Dopo il culto del sole in un paese agricolo 
come la Cina viene quello allo spirito della terra; 
la terra è concepita dai Cinesi come il principio 
femminile dell'universo, e nell'epoca imperiale, 
riceveva il culto anche dall'imperatore. 

Il raccolto è collegato all'idea della ricchezza 
ed una leggenda ci spiega la ineguale distribuzione 
di essa sulla terra; 

Il signore del Cielo ordinò al principio dei 

tempi al dio della ricchezza di discendere sulla 

terra e dividere i beni in parti uguali fra gli 

uomini. 

La moglie del dio fece osservare al marito 

che non sarebbe stato prudente obbedire a que- 
st'ordine, perchè ognuno sarebbe bastato a se stesso, 
e non sarebbe stato possibile nessuna forma d'or- 
ganizzazione sociale. 

Il dio seguì il suo consiglio, ed è perciò che 
sulla terra si trovano i ricchi ed i poveri. 

I Wu-scheng sono divinità di campagna che 



258 



si invocano, contro le malattie del bestiame, il 
loro eulte risale alla dinastia Ming. 

Si commemora anche la nascita di Anhui 
il più celebre dei Ch'en Huang cioè semi-dei, eroi 
divinizzati, che hanno il più antico tempio della 
Cina costruito 240 a. C. ed ancora è aperto il culto. 
I Ch'en Huang sono uomini che salgono per me- 
riti propri alla divinità e non divinità umanizzata ; 
servono di collegamento tra l'umanità e le alte 
gerarchie divine. L'origine di questo culto si fa ri- 
montare all'imperatore lao che salì al trono 2351 
anni a. C; istituì i sacrifìci Cha, che comprendevano 
otto cerimonie, dedicati agli spiriti della famiglia; 
culto esclusivamente cittadino, ogni città ha il 
suo Chen-Huang, che con T'u-ti della campagna e 
Tsao-chien del focolare domestico, formano la triade 
che regola gli affari tra gli uomini e gli Kuei-shen 
(spiriti dei venti). 

Una leggenda dice che una volta la medita- 
zione di Buddha fu interrotta dal frastuono che 
faceva l'antico pipistrello bianco, spirito nato dal 
Caos; la fenice che guardava il trono dello Illumi- 
nato lo mise in pezzi, Buddha riprese l'uccello 
nefasto e lo mandò sulla terra ad espiare il suo 
peccato, facendolo incarnare in un'aquila. Ma 
gli istinti di preda dell'animale gli fecero com- 
mettere un nuovo peccato, vedendo una tartaruga 
la uccise, violando la seconda volta i precetti del 



259 



maestro " non ucciderai esseri viventi „ l'aquila 
rincarnò allora in lo-feì; mentre lo spirito della 
tartaruga in Ch'in-huei e quello del pipistrello 
in Wang-schih sua sposa. 

Ma mentre lo-fei riusciva a purificarsi dai 
suoi peccati, essi persistettero, e per il loro ripe- 
tuto delitto furono condannati alla incarnazione 
per ottantamila volte sotto forma umana, perchè 
la bestia più infelice è sempre più fortunata di 

uomo che si crede felice! 

La luna rappresenta per i Cinesi l'elemento 
fluido dell'universo, poiché furono proprio i cinesi 
che scoprirono per primi la relazione tra la luna 

e le maree. 

I cinesi festeggiano in ottobre la nascita della 

luna, le feste durano tre giorni, ed in tale cir- 
costanza si fanno gli oroscopi: Uno dei più comuni 
è quello di bruciare a mezzanotte tre bacchette 
d'incenso dietro la porta di casa, e trarre prono- 
stici dalle parole pronunciate in quel momento 
dai passanti. 

Sul disco della luna piena, i cinesi credono 
scorgere una lepre ed un rospo, ed un proverbio 
dice che due soli dormono con gli occhi aperti, 
la lepre, e la luna. 

II Buddhismo ha diifuso in cina la leggenda 
della lepre nella luna: 

Viveva una volta in una foresta una lepre 



260 



che per le sue virtù aveva spinto tutti gli altri 
animali a compiere i loro doveri religiosi, di guisa 
che la sua fama era giunta al mondo dei deva. 

Un giorno in questo Eden si presentò il 
Buddha, sotto le spoglie di mendicante, lagnandosi 
di avere perduto la strada e di essere senza cibo; 
gli offrirono ospitalità, e la lontra gli portò sette 
pesci, lo sciagallo la sua preda, quando venne il 
turno della lepre questa disse: Maestro io mi nu- 
tro di erba e di foglie, nulla posso offrirti tranne 
del mio corpo per soddisfare la tua fame, disse 
questo, ed accanto sorse un mucchio di carboni 
accesi, ed essa stava per buttarsi sopra: ma Buddha 
la fermò e disse: Chi sa dimenticare se stesso, 
per fare opera meritoria, anche che sia la più 
umile creatura merita di raggiungere l'oceano del 
l'eterna pace. 

In ricordo di questo episodio ordinò che 
l'immagine della lepre, adornasse per sempre il 
disco lunare; e la luna è chiamata ancora dai 
buddhisti " la marcata della lepre. „ 

Perchè nella luna vi è anche il rospo; 

Heng-o e suo marito Hon-Ji vissero 2000 
anni a. C. al tempo dell'imperatore Jao. 

Hon-Ji era un valoroso architetto, tanto che 
ebbe l'incarico da Hsi-Wang-mu (la madre reale 
dell'occidente) di costruirle un palazzo di giada 
multicolore; dandogli in cambio una pillola che 



261 



lo rendeva immortale; avvisandolo però che doveva 
prenderla dopo una preparazione di dodici mesi. 

Un giorno che Hon-yi era assente, sua moglie 
si accorse che da una cassa usciva una luce bianca 
che spargeva intorno soave profumo. Incuriosita 
aprì la cassa, trovò la pillola e l'ingoiò per ren- 
dersi immortale, immediatamente si sollevò nel- 
l'aria, si trovò nella luna e per punizione immor- 
talata in rospo. 

A mitigare il terrore dei dieci terribili in- 
ferni cinesi, i re delle varie corti divine riceve- 
vano raccomandazioni, processioni ed elemosine 
per alleviare le pene. 

Due belle figure di compassione intercedono 
per i peccatori : Ti-tsang-Wang dea della salvezza, 
e Kuan-Iin dea della mercede, che viene in soc- 
corso a tutte le anime abbandonate. Kuan-Jin il 
cui nome indica " quella che guarda in basso „ 
e sente i dolori del mondo, è la grazia divina, 
la personificazione dell'amore e della bontà. Essa 
è più che una dea, è un istinto dell'uomo, e 
l'uomo l'ama, il ragazzo l'adora la donna prega. 

A qualunque dio sia consacrato un tempio 
si trova sempre una cappella in onore di Kuan 
yin, venerata in ogni casa, in ogni cuore, è la 
Madonna della consolazione. 

Riepilogando in Cina abbiamo un quadro 



262 



complessivo così composto : Accanto al confucia- 
nismo, al taoismo ed al Buddhismo, vi è il Sama- 
nismo, nella popolazione del sud-ovest ; che ha 
per credenza gli spiriti ; adorano il sole, il vento, 
le montagne, ed hanno come sacerdoti gl'indovini. 

In cima si trovano circa 20.000.000 di mus- 
sulmani ; 2.300.000 di cattolici; 6.000.000 di 
protestanti, ed il resto nelle religioni anzidette. 

Un complesso di popolazione di 430.000.000 
di abitanti. 



GIAPPONE — ARTE SACRA 

Il Giappone non ha avuto delle vere scuole 
filosoficlie religiose, non ha una letteratura in 
proposito vera e propria, unico aiuto per cono- 
scere l'antica religione di questo popolo, sono il 
Koyi-ki e il Nihon-gi, autore di questi libri è 
stato Ono-Iasu-maro in collaborazione con Toveri- 
Shinno. 

Da questi rileviamo l'antica concezione teo- 
gonica e cosmogonica del Giappone. 

" Nello spazio infinito che precedette ogni 
cosa, si formò un giorno un'essenza indefinibile, 
ma potente, da cui ebbero origine le regioni 
celesti e la terra. „ 

I Giapponesi adunque come la maggior parte 
dei popoli del mondo, riconoscono una divinità 
suprema, per loro rappresentata da una immagine 
seduta su dodici cuscini alla maniera giapponese, 
sulla cima di un eretto tronco di albero, posto 
sul dorso di una testuggine immersa per metà 



264 



nell'acqua. Il creatore è un moro, con i capelli 
ricci, ha in testa una corona che finisce a punta 
in alto, il petto è scoperto, ha quattro braccia, 
e tiene in uno un anello, nell'altro lo scettro, 
nel terzo un fiore, nel quarto un vaso da cui 
zampilla l'acqua. Il tronco e tutti gli accessori 
sono d'oro, le vesti dell'idolo sono tempestate di 
pietre preziose. Questo perchè i teologi giappo- 
nesi dicono che il dio creatore cavò la materia 
prima dal tronco dell'albero. 

Un enorme serpente (che si trova in tutte 
le religioni come espressione del male, tranne 
che nella buddhista) gira due volte intorno al 
tronco, l'idolo ha da un lato due figure mostruose, 
che tengono in mano la testa del serpente; dal- 
l'altro due re del Giappone ed un semidio che 
stimolano la coda dell'animale. 

Dall'acqua presso la testuggine esce un uomo 
barbuto, risplendente di un'aureola luminosa, sa- 
rebbe il sole che con un pungiglione stimola la 
testugine. 

Abbiamo diverse sette religiose, la più antica 
è la setta Sinto che ha due divinità: Amida e Xaca. 

Amida è il capo supremo delle abitazioni 
celesti, è considerato come il Signore Protettore 
delle anime umane, e risiede nei luoghi dell'e- 
terna felicità ; per riuscire caro ad Amida bisogna 
seguire la dottrina di Xaca cioè : 



265 



" Non ammazzare, non rubare, non darsi alla 
lussuria, non mentire, non ti ubbriacare. „ 

Insegnamenti morali, educativi, uguali a quelli 
di tutte le altre religioni. 

Amida sull'altare è rappresentato su un ca- 
vallo con sette teste (rappresentano 7000 secoli) ha 
la faccia del cane e morde un cerchio d' oro ; 
cerchio che anche nella religione egizia, rappre- 
senta l'eternità perchè non ha né principio né fine. 

Xaca è rappresentato con la figura di un 
uomo, seduto alla giapponese, con le mani in atto 
di pregare o istruire ; intorno al collo ha una 
collana di conchiglie d'oro, con pietre preziose, 
porta avanti e indietro due bilance d'oro (segno 
di valutazione e giustizia) e l'altare dove sta as- 
siso é adorno d'incensieri d'oro, sospesi. 

La setta Budso adora idoli stranieri impor- 
tati specialmente dal Siam e dalla Cina. 

I mercanti e i navigatori hanno divinità spe- 
ciali ; la prima é lebis (nettuno) seduto su di 
uno scoglio, e tiene in mano un amo e nell'altra 
un pesce (tai). 

Altra divinità è Dai-kobre, ossia dio della 
prosperità, egli tiene nella mano un martello, che 
battendolo fa uscire tutto quello che vuole, e sta 
seduto sopra un sacco di riso. 

Vi è Tossitoku dio della fortuna, rappresen- 
tato in piedi, con lunga veste, larghe maniche, 



266 



grande barba, grandi orecchie, e tiene in mano 
il rituale ventaglio. 

Risultando dalla leggenda che tanto Amida 
quanto Xaca, si sono dati volontariamente la 
morte, i giapponesi credono il suicidio opera 
meritoria. 

Così gli adoratori di Xaca si annegano, 
legandosi al collo un grosso sasso, di altri si riem- 
piono le tasche e serenamente si buttano in mare, 

Gli adoratori di Amida arrivano fino a farsi 
murare in un piccolo spazio, fornito di un pic- 
colo buco da dove entra l'aria, e muoiono d'ine- 
dia dopo una terribile agonia. 

Altri trascurando i riti, si scannano, si avve- 
lenano, si aprono il ventre (Karakiri). 

La religione Sinto riconosce l'immortalità 
dell'anima, e rende culto ad una moltitudine di 
dei (Kami) ed anche alle anime di uomini illu- 
stri che hanno reso grandi servizi alla patria. 

I sacerdoti Sinto (bonzi) dicono che i pia- 
ceri innocenti sono accetti agli dei, ma il mi- 
gliore mezzo per onorare Kami, è imitare le sue 
virtù, godere in questa vita quella felicità che i 
Kami godono nell'altra. 

La setta dei Budsoisti è quasi analoga ai 
Sinto, ma hanno una disciplina più rigida, più 
severa ; i sacerdoti di questa setta intransigente, 
persuadono i loro devoti a passare la vita in 



267 



sofferenze inaudite, per ispiare immaginarie colpe. 

Religione sovraccarica di precetti, impossibili 
ad eseguirsi, e che dipinge gli dei sempre avidi 
di sangue e di vendette, e sempre ofìesi ed irosi, 
pronti a punire. 

Sinto significa " via „ cioè sistema, metodo, 
tale nome fu dato nel VI secolo per distinguerlo 
dal Buddhismo. 

Fra le tante divinità bisogna ricordare quelle 
naturali, alberi, rocce, animali ; eroi divinizzati, 
avi familiari, e poi l'acqua, il tuono, il vento, ed 
anche utensili domestici. 

I dotti giapponesi dicono che lo Sinto, rap- 
presenta una vera manifestazione del pensiero 
giapponese, che il culto degli avi, oggi principale 
caratteristica di questa religione si è sviluppata 
dagli antichi riti religiosi, che in principio aveva 
carattere politico religioso; la genesi dello Sinto è 
per come risulta dal Koyiki del settimo secolo. 

Riconosce due enti supremi : Izanazi e Iza- 
nami, i quali formarono le isole del Giappone, 
indi procurarono un certo numero di divinità 
celesti e terrestri, delle quali la principale è Ama- 
terasu dea del sole ; che mandò nel Giappone suo 
nipote a governare ; il pronipote fu Himma-Tennu 
primo mikado fondatore della dinastia giapponese 
così l'imperatore essendo di origine divina, è 
chiaro che deve essere il capo della chiesa. 



268 



Il cerimoniale più importante è al principio 
dell'anno in cui l'imperatore con i principi ed i 
dignitari di corte, celebrano il culto della dea 
del sole ; sacrificano agli spiriti degli antenati, 
pregano in direzione dei quattro punti cardinali, 
per la pace della nazione e la prosperità dei sudditi. 

La religione Sinto non ha preghiere speciali, 
né comandamenti, essa insegna che l'uomo nasce 
con la conoscenza del bene e del male, che egli 
deve seguire i dettami della sua divina coscienza 
e non deve dipartirsi dalla via divina. 

Adorando gli spiriti dei defunti è chiaro che 
credono nell'immortalità dell'anima ; Hirata colto 
predicatore del secolo XVIII diceva : 

Gli spiriti dei defunti continueranno ad esi- 
stere nel mondo invisibili, essi diventeranno tutti 
delle divinità, investiti di vario carattere di potere, 
secondo il grado di evoluzione dello spirito. 

Gli spiriti dei soldati morti in guerra sono 
oggetto di culto, eroi divinizzati. 

lomada è la sede principale per la fede Sinto, 
essa ha due grandi cattedrali: il Naiku dedicato al 
Sole,, e il Geku, consacrato alla dea del cibo. 

Nella classe colta la religione predominante 
è il Confucianismo, introdotto nel Giappone quasi 
contemporaneamente al Buddhismo, verso il 530, 
esso si adatta alla dottrina Sinto nell'ordine delle 
idee, cioè : Che la natura umana per principio è 



269 



perfetta, nel dovere della pietà filiale, nell'obbe- 
dienza verso i governanti ; per questa concezione 
di ordine sociale, nacque l'entusiasmo della casta 
militare, e dei governanti, ai quali tale dottrina 
faceva comodo. 

Anche il buddhismo ebbe nel Giappone un'ac- 
coglienza entusiasta ; l'anima della nazione sentiva 
il bisogno di una fede trascendentale, che avvi- 
cinasse e comprendesse tutte le classi, il buddhismo 
rispondeva a questa aspirazione. 

Le superstizioni nel Giappone sono infinite 
e molto strane, non sembra vero come presso un 
popolo così forte, così evoluto, nelle sciènze, nel- 
l'arte, nella politica, possamo ancora sopravvivere 
tante stupide superstizioni, e mantenere tante ri- 
dicole leggende. 

Vi sono animali ritenuti messaggi di una 
certa dea, quindi è imprudente irritarli ; la te- 
stuggine è sacra per la gente di mare, e quando 
i pescatori ne capitano una, le offrono da bere 
il sakè e poi la lasciano in libertà. 

Intorno alla volpe, al tasso, al cane, al gatto, 
si raccolgono molte superstizioni, strane credenze; 
riguardano vecchi alberi tra le cui radici costrui- 
scone altarini di legno o di pietra ; anche i fiori 
come il loto e la peonia, il crisantemo, hanno i 
loro spiriti, e se si tolgono del luogo dove sono 
nati, soffrono e muoiono. 



270 



Compiere un sendo-maire significa fare qual- 
che migliaio di visite ad un tempio, e ripetere un 
migliaio di volte l'invocazione alla divinità ; ma ba- 
sta arrivare fino alla porta del tempio, questo gravo- 
so compito può essere ripartito tra diverse persone. 

Cento visite di dieci persone hanno lo stesso 
valore di un migliaio fatte dalla stessa persona. 

Quando vi è un ammalato, e si riconosce la 
necessità di agire energicamente con la preghiera 
il Kumi-iko, va correndo di casa in casa gridando : 

Il tal dei tali è ammalato grave, affrettiamoci 
tutti affettuosamente a fare un sendo-maire; ognuno 
del distretto si fa un dovere di correre al tempio, 
badando di non sbagliare strada o non inciam- 
pare nel percorso perchè un passo falso durante 
la cerimonia è ritenuto sfortuna per l'ammalato. 

Questa usanza ha la stessa impostazione del 
tamburo girante delle preghiere del Tibet ed è 
ancora la stessa del prete cattolico, che dall'altare 
invita i fedeli a recitare una preghiera in aiuto 
di un ammalato grave. 

Le preghiere collettive, è concetto generale di 
tutte le religioni pare abbiano molto più efficacia 
delle preghiere singole, la preghiera a ripetizione 
fatta dallo stesso individuo ha la stessa importanza, 
della ripetizione del rosario, il bellissimo inno a 
Maria Santissima dei cattolici che viene ripetuto 
tante volte quanti sono i grani di una corona, 



271 



I teosofi danno una speciale importanza a 
tutte le manifestazioni religiose collettive ; nel 
momento della preghiera detta si capisce con sin- 
cera devozione, pare che si partano dal nostro 
corpo delle vibrazioni, che riunite in tante ema- 
nazioni contemporanei, formano una corrente di 
energia spirituale, che ha influenza sulle correnti 
cosmiche e quindi sul destino dell'umanità. 

Così mi diceva un giorno la colta signorina 
Pinotti preside della sezione teosofica di Taormina : 
" Se il nostro occhio avesse una più delicata 
funzione, ci sarebbe concesso di scorgere, un'au- 
reola di luce circondare il tempio sacro nel mo- 
mento della prece collettiva. „ 

Buddhismo nel Giappone 

Sotto il governo di Kimmo-Tenno comparve 
nel Giappone la prima statua di Buddha, dono 
del re di Kudara, insieme a dei Keiten (libri 
sacri) contenenti gl'insegnamenti del Buddha. Que- 
sti si diffusero, sorse un primo tempio, e molti 
sarebbero stati i proseliti, se in quel periodo non 
si fosse sviluppata una grave epidemia, ed avendo 
i giapponesi attribuita la causa della disgrazia 
alla nuova religione il povero Buddha finì nelle 
acque del canale di Naniwa. 

Intanto nella Corea e nella Cina, la nuova 



272 



dottrina proveniente dal Tibet e dalla Mongolia, 
si diffondeva rapidamente, e le predicazioni ri- 
cominciarono ; il Gotamo fu ripescato e restituito 
agli onori primitivi, dopo un involontario e pro- 
lungato bagno dì molti anni. 

Il Buddhismo giapponese il Mabjana (mag- 
giore veicolo) e diverso dal Buddhismo dell'India 
Hina-yana (veicolo minore). Taluni studiosi dice 
lei-Ozaki hanno trovato che il Mahyana ed il 
Cristianesimo sono la stessa cosa per l'origine e 
la storia del loro sviluppo, e che recenti ricerche 
e tradizioni hanno chiaramente provato, che il 
Cristianesimo è Mahyana sotto veste e nomen- 
clatura occidentale. 

Sorsero nel Giappone varie sette Buddhiste : 
l'una insegnava la salvezza per mezzo dell'opera, 
l'altra con la fede. 

Alcune sette buddhiste accettarono le divi- 
nità Sinto quale manitestazione di Buddha, quindi 
si fusero e formarono il così detto " Ryobu-sinto. „ 

Altra setta popolare lodo-scin, predicò che 
le opere non conducono alla salvezza j ma questa 
può ottenersi solo con l'amore e la fede in Bud- 
dha, e formò la formola: Hail Amida Buddha, 
(consacro il mio essere a Buddha). 

Nel 1253 Nichiren fondò la setta Hokke che 
ha un unico dogma " la fede in Dio, prima ed 
unica causa. „ 



273 



Le sette che abbiamo nominate rappresen- 
tano il Buddhismo popolare, però trovasi anche 
nel Giappone il Buddhismo classico, filosofico, 
che ha esercitato come in India grande influenza 
sullo spirito militare e formò la setta Jen che predica 
la salvezza nella contemplazione e nel sacrifìcio; 
e formò così uomini capaci di affrontare con se- 
renità e risolutezza qualunque dura sorte. 

Il Buddhismo giapponese fu divulgato secondo 
l'antica tradizione in lingua pali (sho-yo) ed è 
quella appartenente alla scuola ortodessa di Ceylon. 
Il Buddhismo portò nel Giappone anche l'arte 
Indiana che restò ancora viva dopo tanti secoli, 
nelle industrie si ripetono concetti di leggende 
simboliche Buddhiste, non vi è oggetto lavorato 
a mano di qualche bellezza dal giocattolo del 
bambino, al gioiello del principe che non rispec- 
chi un motivo Buddhista. 

Le Utai, canzoni drammatiche composte da 
alti sacerdoti conservano allusioni al Buddhismo, 
l'idea della rinascita si ritrova anche in canzoni 
popolari: 

Kami wa kitte mo — Io ho tagliato i miei 
capelli per amor suo. 

Ni-sè madè kaketa — Ma la profonda re- 
lazione tra noi. 

Tukai emisti wa — Non può essere troncata 
in questa. Kira mono ka! — Né in altra vita! 



INDOCINA 

Il re di Camboge ogni mattina riceve i no- 
vanta bonzi del palazzo e distribuisce loro l'offerta 
abituale. Un mestolo di riso, una banana, una 
candela; dopo si reca nella pagoda d'argento ad 
offrire pianamente la classica tazzina di riso allo 
spirito del defunto padre il re Norodom il quale 
è raffigurato in una statua gigantesca d' oro alta 
m. 2 V2 5 per occbi ba due brillanti, e ricche in- 
crostazioni sul manto regale di pietre preziose. 

Norodom beatificato dai bonzi di Camboge, 
si mostra ai visitatori sotto un baldacchino di 
nove parasoli bianchi, in compagnia di numerosi 
Buddhi, con i quali si intrattiene in conversazione 
nel regno delle ombre, dentro una nicchia in un 
lato, si vede un altro Buddha piccolo di cristallo 
azzurro luminoso. 

La grande sala del trono dove il re riceve 
e celebra le varie funzioni, è sostenuta ai quattro 
lati da giganteschi idoli di granito " i Caruda del 



276 



Camboge „ che alla loro volta sorreggono il bi- 
zarro tetto di legno intagliato in frangia di ser- 
penti e di proboscidi di elefanti che sporgono 
all'esterno; arte che rivela evidente la caratteri- 
stica architettura Kmèr. 

Ai lati del trono due cappelle, nella prima 
una raccolta di Buddha, e di altri idoli, di bronzo 
argento, giada, avorio ecc.. nell'altra riposano le 
ceneri degli antenati, il pantheon, dentro urne fu- 
nerarie che formano una specie di piramide, sul 
vertice della quale un'urna vuota aspetta le ceneri 
pel monarca regnante. 

Nell'interno del Camboge a 200 km trovia- 
mo l'antico popolo del Laos chiamato Kas. 

Abita un paese selvaggio, popolato da belve, 
velenosi serpenti, elefanti, tigri, pantere. 

La tigre rispettata in India, è presso i Laos 
un'animale quasi divino, la chiamano il re della 
montagna, col nome di Kop parola che viene 
sempre accompagnata da un oggettivo di reverenza. 
La sua immagine è tracciata anche rozzamente sulle 
pareti delle capanne, sulla culla dei neonati, e 
sui rozzi altari delle foreste. 

In origine il culto della tigre doveva essere 
molto dififuso in Indocina, infatti è uno dei mo- 
tivi ornamentali della architettura Kmèr. 

I generali fortunati in guerra sono chiamati 
Ho-tuong, che significa generale tigre. Il timore 



277 



religioso, impedisce ruccisione di questa fiera, per 
cui i kas spesso abbandonano i villaggi quando 
le tigri eleggono dimora nei dintorni. 

Se un povero disgraziato finisce negli artigli 
di una tigre i membri della famiglia, si cambiano 
il nome, per fare perdere alla fiera le loro traccie. 
La più diffusa delle leggende popolari è quella 
che una belva dopo avere divorato 55 uomini, può 
assumere forma umana, quindi penetrare nei vil- 
laggi, assistere alle riunioni degli uomini, sorpren- 
derne i segreti e così potere fare più vittime. 

Così quando debbono andare in qualche posto 
della foresta, indicano tra loro sottovoce il nome 
della località perchè il sig. Kop non sappia nulla. 

Per evitare l'incontro della belva, si servono 
di certi fascetti di erba fatata, che le fattucchiere 
spargono, nei luoghi da dove si vuol tenere lon- 
tana la belva, recitano formole di scongiuri con 
la faccia rivolta, verso il tramónto del sole. 

Lasciano piccoli doni accanto a pietre votive, 
tre sassi rossi e tre neri disposti a croce. I kas 
non hanno paura della tigre come belva, perchè 
con grande coraggio affrontano le altre fiere ugual- 
mente feroci, ma hanno un sacro terrore delle 
virtù soprannaturali che attribuiscono al re della 
montagna. Quando un buon kas s' incontra con 
una tigre, non fugge, non si difende, ma si butta 
con la faccia per terra, la fronte nella polvere 



278 



ed aspetta la sua sorte. Qualche volta la bestia 
non ha fame, o disdegna tanta umiliazione, lo 
fiuta e tira via; in tal caso la salvezza è dovuta 
agli amuleti che portava addosso. 

Nell'Annam la religione ufficiale è il Bud- 
dhismo, le classi superiori ostentano di seguire le 
massime di Confucio, ma unica religione predo- 
minante si può dire è il culto degli antenati; il 
resto è cerimoniale, è rito, senza alcun riflesso 
sull'anima della folla. Il rito si confonde con le 
leggi, tanto che non si sa dove finisce la religione 
e comincia la politica. I morti sono il passato 
ed il présente, essi seguitano ad esistere ed aspet- 
tano per ripigliare forma terrena o umana o di 
animale secondo il caso, o anche di albero o di 
roccia, perchè per F ammanita esiste un unico 
grande spirito dell'universo! 

Ecco come dopo tante sciocchezze, supersti- 
zioni e riti, si finisce col credere in un alto con- 
cetto filosofico cosmogonico, comune a tutte le 
religioni orientali. (1) 

A circa 800 km. da Saigon lungi dal confine 
tra l'indocina ed il Siam trovansi le rovine di 
Angkor che rappresentano nel loro vastissimo com- 
plesso di tempi, palazzi, muraglie coperte di bas- 
sorilievi, l'esempio di una città morta, divenuta 



(1) Asia gialla - Mahio Appelius. 



279 



preda della vegetazione equatoriale. Le rovine si 
possono dividere in due gruppi: Uno forma An- 
gkor Vat. il grandioso tempio sacro, l'altro avanzi 
della metropoli degli kmer antenati degli attuali 
Cambogesi detta Angkor tom di circa 60 Km. 
di circuito Angkor in sascrito significa capitale; 
della grandiosità del tempio dirò in seguito nel- 
r architettura sacra. 



AUSTRALIA 

In Australia esiste ancora la primitiva espres- 
sione religiosa del Totemismo, unica presso i popoli 
primitivi. Ogni tribù è in rapporto con una o 
più specie di cose naturali; piante o animali. Tale 
oggetto (Totem) varia nelle diverse parti del gran 
continente, ma ogni Totem è sacro in ogni tribù. 
Gli abitanti siano uomini che donne non si ci- 
bano mai del proprio totem, e lo chiamano fra- 
tello, ma possono cibarsi del totem di un' altra 
tribù, che per loro non ha niente di sacro. 

E concetto generale che l'uomo con la sua 
adorazione può accrescere il proprio totem, chi 
ha un canguro ottiene un numero maggiore di 
questi animali; chi ha per totem la pioggia, ot- 
tiene un aumento di pioggia nel proprio paese. 
Si diceva per esempio che una tribù aveva per 
totem il fuoco, lo poteva riprodurre con poteri 
magici. 

In alcune tribù del centro dell'Australia esiste 



282 



la credenza di certi esseri soprannaturali, esistiti 
nell'anticliità, che sarebbero antenati totemistici 
che avrebbero posseduto grandi poteri magici ; il 
loro aspetto era metà uomo e metà animale ; questi 
totem antenati vagano di paese in paese e lasciano 
in diversi luoghi spiriti bambini, che s' introdu- 
cono nel corpo della donna, e vengono così al 
mondo altri bambini. — Un gruppo della tribù 
Urramunga ha per totem il mitico serpente detto 
Vollungua, che è di una lunghezza straordinaria, 
e vive in una gran pozza di acqua in una valle; 
se uscisse sarebbe capace di uccidere tutti gli 
uomini e le donne, per impedire ciò, si compie 
il seguente rito: 

Si fa un cumulo di terra, si traccia su di esso 
la figura di un serpente, gli uomini girano in- 
torno, uno colpisce con un ramo la base del 
monticello di terra. Passano tutta la notte a dan- 
zare e cantare intorno alla figura del serpente; 
al mattino cessano i canti, e presa d' assalto la 
figura del serpente viene distrutta, ed è così che 
non può più uscire dalla sua dimora. 

La vita degli Australiani si svolge sempre 
sotto l'incubo della magia, e della stregoneria. Se 
un uomo si ammala è per effetto di operazione 
di un mago; uomini e donne mentre lavorano, 
cantano sempre scongiuri. Voglio riferire come 



283 



si fa la magia ai propri nemici, le nostre don- 
nicciuole ne sanno qualche cosa. 

Vi è un ordigno, che consiste in un pezzo 
di corda fatta di capelli, che tiene da un lato 
cinque piccoli ossi, e dall'altro un osso appun- 
tito e due artigli di sparviero. 

Un uomo cammina avanti un altro dietro 
tenendo entrami i capi della corda, il primo scuote 
gli ossi in direzione della vittima designata e 
dice : Possa il tuo cuore essere dilaniato, che la 
tua spina dorsale si spacchi, che le costole ti si 
spezzino. Con questo influsso magico la vittima 
si ammala e muore. 

Nella tribù Arunta l'uomo incaricato di tanto 
grazioso servizio si chiama Gurdaitcià. 



BORNEO 

La divinità principale dei Dyak indigeni di 
Borneo si chiama Baiava, parola che in sanscrito 
significa dio, ma credono inoltre ad un numero 
grande di spiriti e di dei. Tanto quelli delle re- 
gioni costiere, come quelli dell'interno sono reli- 
giosissimi. Egli attribuiscono tutti i loro mali agli 
dei, e la base della loro fede religiosa è la paura. 
In occidente certo i fedeli temono l'ira di dio a 
punizione di peccati, ma sperano anche nella sua 
bontà e clemenza ; gl'indigeni di Borneo hanno 
solanto paura della loro divinità. 

Il medico con i suoi incantesimi, sta assai 
in alto nella stima del popolo, ed anche di na- 
scosto delle autorità si compie ancora qualche 
sacrificio uniano. 

Gli idoli, rassomigliano a quelli pagani, ma 
sono brutti e di aspetto feroce. Ecco V elenco 
divino : 

Laki dio supremo, laki tenangan; Doh, sua 



286 



moglie; protettrice delle donne; To Bulu, dio 
della guerra; Laki yu Urip, e laki makatan, dei 
della vita; laki presong, dio del fuoco ; laki yvong, 
dio delle messi; a questi seguono una teoria di 
spiriti maligni. 

Le preghiere rivolte agli dei vengono accom- 
pagnate da sacrifici, gli animali sacrificati sono il 
pollo ed il maiale. 

Il volo degli uccelli è considerato come augurale. 

I kayan per comunicare con le divinità usano 
ficcare nel terreno una canna che comunica con 
l'occhio di un morto seppellito in quel posto. Il 
morto agisce da intermediario. 

Gli spiriti maligni si chiamano Toh. 



GIAVA 

I Giavanesi, ai quali dobbiamo aggiungere 
i Sundanesi di Giava occidentale ed i Madurani 
dell'isola di Madua, formano un gruppo di 30 
milioni di abitanti di razza Indonesiana, razza 
quieta e socievole. La religione predominante è 
il Maomettanismo autentico, con qualche soprav- 
vivenza di pratiche appartenenti a culti antichi. 
I Giavanesi originariamente animisti furono an- 
che convertiti all'Induismo, il culto di Siva ed 
il Buddhismo esercitarono tale influenza su quel 
popolo, da dare origine a quei tempi, i cui avanzi, 
sfidano i secoli, e sbalordiscono per la loro gran- 
diosità e magnificenza. Boro-Bodur, che descrivo 
in seguito, e Prambabanan, e Mendert. 

L' Islamismo penetrò in Giava verso il 13° se- 
colo e si difiuse per tutte le isole dell'arcipelago 
Indiano. 

II Cristianesimo progredisce lentamente presso 
i Batachì di Sumatra ed i Minachassa delle Ce- 



288 



lebi, ma l'Islamismo guadagna sempre terreno. 
Questo presso i Giavanesi è una religione mite, 
sincera, tollerante, il rituale del Ramadam non è 
scrupolosamente osservato. I Giavanesi credono 
negli spiriti, e nella loro rincarnazione; anche in 
cose naturali, pietre, alberi, animali. Quando un 
Giavanese muore vengono gli Imam a recitare al- 
cuni Surat del Corano ed a lavare il cadavere. 
Al pari degli altri popoli primitivi orientali, hanno 
terrore dei fantasmi, ammettono l'astrologia, i 
giorni fasti e nefasti, i presagi, e le pratiche 
della magia. 

I Duncun, specie di stregoni, esorcizzano gli 
spiriti maligni, torturano i pazienti, ai quali fanno 
anche bere succhi di erbe di loro preparazione. 

II popolo originario di Giava oggi è ridotto 
ad un 10.000 montanari Teng, il resto sono ci- 
nesi, arabi, indiani, olandesi, che vivono nei cen- 
tri commerciali, conservando ognuno la propria 
religione ed i propri riti. La religione dei Teng 
è un misto di Bramanesimo e buddhismo, al quale 
si può aggiungere qualcosa dei Parsi nell'adora- 
zione del fuoco. 

Infatti il dio principale è Siva dell' India, al 
quale aggiungono un seguito di divinità femmi- 
nili " dewas „ cioè dame di compagnia di Siva, 
che risiedono nei crateri dei vulcani, più altre 
sottodivinità nelle anime degli antenati. 



289 



Essi quattro volte l'anno celebrano un rito 
speciale che voglio riferire: Al principio di ogni 
stagione, tutti i capi Teng, con la rappresentanza 
dei villaggi, si recano nel cratere del Basar a ce- 
lebrare il Slamatam. 

Questo è il rito religioso più strano che esi- 
ste al mondo; un'immensa vallata nera come il 
carbone, con alti castelli di pece in cima ad uno 
dei quali vi è un faro. Quel faro è Bromo cra- 
tere attivo, i castelli sono bocche vulcaniche spente. 
Quel fuoco è lo spirito di Siva il quale abita nel 
cratere con le sue dewos, perciò essi chiamano 
la montagna Bromo che significa dio. 

L'alto silenzio è turbato dai soffi misteriosi 
della terra, ecco che una processione come di 
spettri si avanza, si snoda sul ciglione della tita- 
nica terrazza, ogni fantasma ha una torcia accesa : 
essi sono i Teng che dopo l'assemblea., compiono 
il rito del sacrificio nell'anfiteatro vulcanico. Sono 
più di un migliaio che per una strada appena 
accessibile, si spingono fino al fondo dell'orrido 
burrone, si sente la respirazione faticosa dell'i- 
dolo. Bromo con i suoi sordi boati reclama 
la vittima. 

La strada finisce, l'aria è irrespirabile, la 
processione si ferma. 

Un tempo la vittima designata era un disgra- 
ziato Tong che andava a finire nella gola ardente 



290 



di un vulcano, fine terribile ; oggi la vittima è 
un' innocente capra. Lo spettacolo è grandioso, ma 
non straordinario in un paese intersecato da una 
serie di vulcani, dove dio parla agli uomini col 
rombo dei crateri, ed i fiumi di lava. 

La coreografia del Sinai è inutile, Bromo 
scrive col mercurio, le sue leggi sui lastroni 
di lava. (1) 

Presso i Batachi Malesi meno civili esisteva 
un tempo un'orribile usanza: essi mangiavano i 
loro vecchi congiunti, quando divenivano incapaci 
di bastare a loro stessi. Nella stagione in cui ma- 
tura l'arancio, il vecchio genitore, era costretto a 
fornire una parte del festino; si arrampicava so- 
pra un albero, sotto la famiglia cantava in coro: 
" Quando il frutto è maturo cade dall'albero „ la 
vittima si lasciava cadere a terra, veniva squar- 
tato, e delicatamente mangiato. 

Simili atrocità avevano carattere rituale reli- 
gioso, ora sono cessate. 

Oggi quantunque l'Islamismo ed il Cristia- 
nesimo con molti stenti si facciano strada il po- 
polo è rimasto prevalentemente pagano con qual- 
che traccia d'Induismo. 

Essi distinguono tre divinità (Dabats) quelle 
del cielo, quelle della terra e quelle delle regioni 



(1) Mario Appelius (Asia Gialla). 



291 



inferiori, il più venerato Batara Guru è sovente 
identificato in Siva. 

La classe intellettuale ha cognizione di un 
Essere Superiore origine di tutto quanto esiste 
chiamato Hasi-Hasi. 

Gli spiriti dei defunti frequentano le mon- 
tagne, nei boschi, nei villaggi, ed ad essi gl'in- 
digeni offrono riso, frutti, fiori. 

I Batachi non hanno tempi, né sacerdoti, i 
loro Datus (stregoni) presiedono alle funzioni re- 
ligiose che si compiono all'aperto, questi inter- 
petrano i sogni, praticano la medicina, prepa- 
rano talismani. 

II talismano più terribile è composto di va- 
rie parti del corpo umano, specialmente della te- 
sta di un uomo ucciso in battaglia, o di un gio- 
vane orfano ucciso a tradimento dallo stregone. 

Un decotto fatto coi residui del cadavere, 
rappresenta l'anima dell'estinto, ed un pupuk o 
fantoccio, asperso di tale brodo, rende il proprie- 
tario invulnerabile ed attira su di lui ogni fortuna. 

Neil' isola di Celebi a sud-est di Borneo, sono 
più o meno maomettani con traccia d'Induismo, 
hanno il culto del " lingam „ di più onorano il 
coccodrillo, l'anguilla, ed hanno come tutti i sel- 
vaggi fiducia negli stregoni. 

Ad occidente di Sumatra vi è un' isola se- 
gnata nelle carte geografiche col nome di Mias, 



292 



abitata da tribù selvagge, dove pare che abbondi 
Foro. Qui gli abitanti usano strani riti religiosi, 
i quali hanno come base l'adorazione delle anime 
dei defunti: 

D'avanti ogni casa tengono delle grandi pie- 
tre lucide, destinate a servire da sedile alle anime 
degli antenati che vengono a visitare la casa; 
perchè secondo loro, l'uomo non muore del tutto, 
vive ancora nel regno degli spiriti e s'interessa 
della sorte dei discendenti. Questi alla loro volta 
tengono in casa delle statuette di legno, che rap- 
presentano l'anima dei defunti e sono oggetto di 
ogni cura e devozione. 

Dal sedile esterno di pietra, si parte una 
corda di bambù che arriva fino alla finestra di 
quel vano dove si trovano le statuette sacre ; cosi i 
defunti se trovano la porta chiusa ed hanno bi- 
sogno di visitare la casa, possono con quel mezzo, 
salire fino alle immagini, e partecipare alla vita 
della famiglia. 

Dette statuette solo non sono gli interme- 
diari tra i vivi ed i morti, ma sono anche i cu- 
stodi della casa, i protettori contro i nemici. Agli 
antenati si attribuiscono tali meriti da rendersi 
quasi divini, così in quest' isola troviamo un mi- 
scuglio di deismo, e politeismo. 



MELANESIA 

La Melanesia è formata da un gruppo di 
isole a nord dell'Australia, tra la Polinesia, Mi- 
cronesia, Nuova Guinea e isole Salomone. 

Rilevo dall'importante relazione sugli usi e 
costumi di questi popoli selvaggi del Williamson 
la parte che riguarda i riti religiosi e le credenze. 

Questi popoli non hanno alcuna fede in un 
essere supremo, essi credono solo sul potere delle 
anime dei defunti, o di spiriti che non ebbero 
mai forma umana; quindi credono in un unico 
potere soprannaturale invisibile, che agisce sia nel 
bene che nel male e si chiama Mana. Esso è do- 
tato di virtù misteriosa superiore alla potenzialità 
umana ; esso è diffuso nell'atmosfera, penetra nel- 
l'uomo e nelle cose, ed è forza emanata dagli 
spiriti, e può trovarsi anche nelle piante, negli 
animali ed in alcune pietre speciali, che vengono 
seppellite nel terreno per avere più abbondante 
raccolto. 



294 



Il principio informatore della religione e 
superstizione nella melanesia, è lo sforzo di gua- 
dagnarsi il potere del Mana ; così questo popolo 
nei riti si divide in due gruppi : in uno il culto 
è riservato solamente alle anime dei defunti, come 
nelle isole Salomoni ; nel secondo gruppo è manife- 
sto il culto agli spiriti, come nelle Nuove Ebridi 
ed altre isole. 

Distinzione di rito è che nelle isole occi- 
dentali i cibi offerti nei sacrifici e dedicati ai 
defunti, vengono mangiati o bruciati, mentre nelle 
isole orientali i cibi dedicati agli spiriti, non si 
bruciano e non si mangiano. 

Non esistono sacerdoti, chiunque può fun- 
zionare da sacerdote, generalmente è il capo della 
tribù che presiede ai sacrifici. 

I Coita nella regione di Port-Moresby cre- 
dono negli spiriti maligni, che abitano in luoghi 
definitivi, e non possono esercitare il loro potere 
all'infuori del proprio distretto. 

Vi è presso Moresby una collina di forma 
singolare, alla quale non si avvicina nessuno perchè 
vi stanno gli spiriti, i quali possono introdursi 
in qualche animale; infatti se un uomo uccide un 
canguro, avrà cura di non lasciare scorrere il 
sangue per terra, se questo avviene, raccoglie il 
terriccio e lo butta nel fiume. Chi beve l'acqua 
infetta degli spiriti, deve avere cura di praticare 



295 



un buco in fondo al recipiente dove beve, perchè 
da quel foro possa uscire lo spirito, se no questo 
entrerebbe nel corpo del bevitore e produrse gon- 
fiore e morte. 

I riti per evitare gli spiriti dannosi sono 
migliaia, accennerò solo a qualcuno : 

Se un uomo tornando dalla campagna è 
preso da brividi di freddo e febbre, si ritiene che 
egli sia caduto per terra, e che uno spirito gli 
abbia tolto l'anima, allora si ricorre ad una spe- 
ciale funzione atta a farcela restituire. 

Legati ornamenti di valore in cima ad una 
canna di bambù, l'ammalato ed i suoi parenti 
vanno in quel luogo dove si suppone che abbia 
perduto l'anima, si pone a terra un vaso pieno di 
erbe speciali, alle quali si dà fuoco; quando le erbe 
bruciano, gli uomini scagliano delle pietre contro 
il vaso, e lo frantumano emettendo sordi gemiti, 
ciò fatto ritornano a casa, badando di non vol- 
tarsi indietro, l'ammalato si corica con la canna 
di bambù sospesa su di lui ; lo spirito impaurito 
del precedente rito accetta l'offerta dei doni, e 
restituisce l'anima al defunto. 



SIAM 

Nel Siam entriamo in un campo dove rico- 
mincia la religione vera a base morale. Il siamese 
crede in un'altra vita, e che per procurarsi la fe- 
licità deve meritarsela con le opere buone o riti- 
randosi in im convento, o facendo doni ai monaci, 
In ogni mese vi sono quattro giorni sacri nei 
quali i fedeli si recano al tempio per pregare 
e presentare offerte. La religione si capisce dalla 
sua impostazione è la Buddhista, si festeggia quindi 
la data di nascita e della morte di Buddha. In 
ottobre si regalano ai monaci degli abiti, tale ri- 
correnza si celebra con solennità e si chiama Tot 
Kratin, cioè deposizione della sacra veste, festa 
che dura un mese. 

Nel febbraio usano la festa detta del Prabalit, 
corrono i pellegrini al gran tempio di Bangkor che 
la leggenda dice costruito sulle orme del piede di 
Buddha. In aprile vi sono le feste al dio Songkran 
che secondo la credenza viene sulla terra per 



298 



inaugurare il nuovo anno, durante queste feste, 
si usa lavare le strade, le case con acqua santa 
che si spruzza anche sulle persone ed anche sul 
re. La funzione finisce con l'assunzione di dio 
nel cielo ; è una specie di Pasqua di resurrezione, 
che comincia come abbiamo detto in aprile e 
finisce il 10 maggio. 



BIRMANIA 

Sin da tempi antichi la Birmania è stata 
di religione Buddliista, vi sono ancora tempi e 
conventi popolati da monaci questuanti. Ma oggi 
si conserva allo stato di religione dottrinaria, 
nella pratica come la maggior parte dei paesi orien- 
tali segue l'adorazione e la paura degli spiriti. 
Ogni villaggio al di là delle palizzate del pro- 
prio confine pone un bastone tra due alberi attra- 
verso la strada che conduce al villaggio, a questo 
bastone vengono attaccati cerchi, croci, e strane 
figure fatte di schegge di bambù per impedire 
agli spiriti V ingresso nel villaggio. Altri in mezzo 
alla strada ci mettono proprio una porta, gli spi- 
riti non passeranno, perchè temono di restare 
chiusi nel villaggio. I viali dei teschi presso Uà 
hanno lo stesso scopo, perchè le anime di coloro 
ai quali appartennero stanno alla difesa del vil- 
laggio, impedendo il passaggio agli spiriti vaganti. 

I Birmani in ogni casa tengono appesa una 



300 



noce di cocco, entro un involucro di bambù, alla 
noce sovrasta un pezzo di stoffa rossa come un 
turbante; è questa la sede del Magayi INat spi- 
rito della casa, al quale ogni giorno si fanno of- 
ferte e si presenta con gran formalità il neonato 
nel giorno del battesimo. 

Cosa curiosa, mentre presentano l'offerta alla 
noce di cocco passa il monaco buddhista per la 
questua, ed il Siamese con grande deferenza gli 
dà l'obolo per il convento! 

Piccoli altari composti con canne di bambù 
si trovano nelle foreste per gli spiriti della Jun- 
gla, se ne trovano anche sui fiumi. Vi è una 
serie di trentasette Nat o spiriti di Burma, il più 
importante è Magayi, spirito domestico già ricor- 
dato, gli altri sono di minore importanza. 

In tutti i villaggi vi sono Maghi, non solo 
uomini, ma specialmente donne, che consultano i 
libri della magìa e danno oroscopi, esse inse- 
gnano in qual modo bisogna forare le orecchie 
alle bambine, quando sposare una figlia, come 
seppellire un congiunto. 

Professione in piena antitesi con le dottrine 
Buddhistiche, eppure vivono in buona armonia con 
i monaci, hanno bisogno dell'uno e dell'altro 
perchè il monaco non riesce a togliere addosso 
all'ammalato lo spirito maligno che lo tormenta. 
Molte sono le feste religiose, caratteristica 



301 



quella del capo d'anno, nella quale ricorrenza si 
crede che il re dei Nat scende dal cielo, e dopo 
avere passato qualche giornata sulla terra, il terzo 
giorno ritorna al cielo. 

In questa festa si commemora una leggenda 
nella quale si dice che il re Thya mise scom- 
messa con un Brama che si chiamava Athi, questi 
perdette ed il re Nat lo decapitò, e questa testa 
passa di anno in anno alle diverse generazioni. 
Essa è assedata e bisogna rinfrescarla con abbon- 
danti lavaggi ; così il rito sacro si risolve in bal- 
doria, tutti buttano acqua addosso agli altri, per 
tre giorni la popolazione sta ammollata special- 
mente le ragazze che sono più prese di mira. 

La festa di Tanadeintha celebra la visita che 
Buddha fece al monte Mera per predicare la 
legge eterna. 

Usano una specie d'albero di Natale per la 
ricorrenza, dai cui rami pendono, scatole di latta, 
bacinelle, orologi, utensili di cucina ed altri og- 
getti; questo albero viene portato in giro nei 
villaggi e poi regalato al convento. 



FORMOSA 

Ancora una volta devo ripetere che presso 
tutti i popoli antichi e moderni allo stato sel- 
vaggio, la religione predominante è sempre l'ado- 
razione delle anime degli antenati; così anche a 
Formosa; però cambiano da popolo a popoli i 
riti, ed io mi fermerò solo su questi: 

In tutti i villaggi di Atayal si trova una vec- 
chia strega accovacciata accanto al paziente, tiene 
sulle ginocchia una canna di bambù, all'estremità 
di questa il sacro talismano una pietra forata che 
poggia in bilico; su questa la vecchia agita la 
sua mano adunca implorando gli spiriti a togliere 
la loro maledizione. 

Se la pietra cade subito, sono guai ; se resta 
ancora un poco in bilico l'ammalato guarirà. 

Si fanno voti e ringraziamenti agli spiriti 
degli antenati per il raccolto del riso e del mi- 
glio, allora ogni famiglia porta focacce fatte di 
riso e miglio nella jungla, le sospende ai rami 



304 



degli alberi, e suppone che gli spiriti ne appro- 
fittano con compiacimento. 

Un grande albero può essere sede di spiriti, 
ed allora sì spruzza del vino a pie' dell'albero, 
e si piantano bei fiori, come orchidee, rose ed 
altri fiori che diventano sacri, è quindi delitto 
danneggiare. 

Il gruppo Taiwan crede che le anime degli 
antenati si conservino in certe spade trasmesse 
dagli antenati. 

Ogni cinque anni in un giorno sacro fanno 
una specie di giostra che consiste nel tentare di 
pigliare sulla punta di una lancia di bambù, un 
fagotto di corteccia d'albero a forma approssima- 
tiva di una testa umana; anticamente era proprio 
una testa umana. 

Il gruppo dei Puyuma in una festa sacra 
annuale, sacrifica a frecciate una scimmia; poi 
il capo della tribù butta del vino tre volte in 
alto, tre volte al suolo. Un tempo secondo la 
tradizione si sacrificava un uomo, ora dichiarano 
con rincrescimento che date le condizioni di de- 
cadenza della razza si debbono contentare di 
una scimmia. 

I Puyuma conservano una graziosa leggenda 
della loro origine: In tempi remoti una gran 
pietra giaceva a pie' del monte Aravanai, in un 
memorabile giorno la pietra si aprì e vennero 



305 



fuori un uomo ed una donna: Unai e Tanval, 
dalla loro unione nacquero tre maschi e tre 
femmine, i cui discendenti furono gli antenati 
delle diverse tribù. 

Vi erano allora nel cielo otto soli, il cui 
calore era così intenso che gli uomini e la terra 
ne soffrivano ; allora il figlio primogenito di Unai 
di nome Saicaheo fece con erba una lunga scala, 
salì al cielo, spense 6 soli, e lasciò solo il sole 
e la luna che esistono ancora. 



TEMPII SACRI DELL' ORIENTE 

I tempi sacri dell'Oriente, specialmente gli 
antichi tempi hanno tale un senso di grandiosità 
stupefacente, da lasciare quasi perplesso F osser- 
vatore. Noi occidentali abituati alla meschina arte 
moderna, dopo tanti secoli di vantata evoluzione 
artistica, nel confrontare, i nostri grandi monu- 
menti, con gli avanzi di quelli che furono dis- 
seminati per tutto l'Oriente, ci sentiamo umiliati 
e piccini, e bisogna convenire che nell'architettura 
e nella scultura mille anni addietro e forse due- 
mila, vissero i nostri maestri. 

Volendo raccogliere tutto il materiale che 
può offrire questo campo, bisognerebbero non 
pochi volumi; io riassumerò varie notizie auten- 
tiche, riferite da tecnici visitatori di tutte le na- 
zioni, quindi prego credere che quanto dirò non 
è frutto di fantasia. 



308 

Monte Abu. 

Circondato dalla ricca vegetazione della jungla 
su un altipiano largo circa tre miglia, un'agenzia 
indiana (Rajaputane) ha fatto una stagione clima- 
tica estiva, quindi è luogo conosciuto da innu- 
merevoli visitatori; qui si trova anche uno dei 
più straordinari edifici che mai si sia costruito. 

Due tempi Giaina costruiti in puro marmo 
bianco ornati, come mai altro edificio lo è stato, 
né lo sarà mai. 

Come descrivere la finezza di lavorazione? 

Bisogna vederlo, ed in mancanza servirsi delle 
fotografie come faccio io. 

Costruiti nelFXI o XII secolo caduti in stato 
di abbandono, minacciavano rovina, ma recente- 
mente si è corso . ai ripari, ed una energica pun- 
tellatura, impedì la caduta completa; l'opera di 
restauro, eseguita anche sulle sculture, è di una 
precisione tale, da confondersi la parte vecchia 
con la nuova. A noi però sembra uno stile pe- 
sante, sovraccarico di decorazioni, ma in tutti i 
tempi orientali troviamo tale uso. Non un centi- 
metro di parete o di tetto, deve restare privo di 
ornamenti, rilievi, o sculture, come dirò in seguito 
nella descrizione di altri tempi. 



309 
Pagoda Ananda. 

Un tempo la capitale di Burma era Pagan; 
qui tra immense rovine di una grande città, tra 
piramidi, guglie di tempi rovinati sorge ancora 
la pagoda Ananda; immensa, intersecata allo in- 
terno da una rete, di grandi e piccoli corridoi, 
convergenti ad un grande vano centrale in cui 
vi sono quattro cappelle ciascuna contenente una 
grande statua di Buddha. 

Statue che rappresentano le quattro incar- 
nazioni. 

Questo è il più bel tempio che esiste a Pa- 
gan, tra altre 1000 pagode esistenti più o meno 
conservate. Il grande tempio ha il nome di Ananda 
il prediletto discepolo del maestro; il quale con 
XJpali, il S. Paolo del Buddhismo, contribuì assai 
dopo la morte di Gotamo, a codificare in una 
tradizione permanente, ed in un canone di vita, 
gl'insegnamenti di Buddha. 

Il culto delle divinità in Cina è una forma 
di civile istituzione, ed una giornaliera abitudine 
raa non esercita alcuna forte influenza sulle pas- 
sioni, né una trasformazione morale sulle condi- 
zioni di animo. 

I tempi in cina sono modesti, niente della 
grandezza orientale si chiamano Miao, e di questi 



310 



ve ne sono una grande quantità, essendo il pan- 
theon cinese molto ricco di divinità. 

Ecco un piccolo Miao dedicato al dio del 
fuoco, quasi rovinato padiglione, dove si conserva 
un idolo sotto forma di rozza figura, assiso sopra 
un trono, con una spada nuda in mano e nel- 
l'altra un anello a forma di serpente. 

Una delle maggiori divinità è l'eterna madre, 
dea coperta di panno bianco, che porta in testa 
una corona e nella mano una foglia. 

Anche il diavolo ha onori divini, vi è un 
tempio chiamato Kuac-sing cioè tempio delle stelle 
e del diavolo, perchè adorando ed erigendo tempi 
allo spirito del male si cerca aggraziarsi tale spi- 
rito per essere lasciati in pace. 

Lungo il fiume giallo si notano spesso questi 
Miao, dedicati al grande dio delle acque ed ad 
altre divinità inferiori del fiume stesso. Il fiume 
è sacro come il Gange dell'India, e quando tu- 
multuoso rompe le diche, e si avanza distruttore 
di ogni bene e di ogni vita, il cinese all'appres- 
sarsi del pericolo non pensa a mettersi in salvo, 
ma lo prega di fermarsi e di risparmiarlo. Ciò 
anche influisce a produrne quelle grandi catastrofe 
come quelle del 1931 dove morirono più di un 
milione di gente annegata. 

Ritornando ai tempi cinesi troviamo uno dei 
più importanti quello del Dragone del Loong- 



311 



nang, indicato col nome di Foo - shuy - miao ; che 
vuol dire tempio del re Dragone. 

I dragoni onde è circondato l'idolo,* dà la 
celebrità al tempio; i barcaiuoli del j&ume sulle 
cui sponde è posto il tempio, ardono all'idolo 
qualche grano d'incenso, e pagano qualche obolo 
per il mantenimento. 

II tempio di Ning - nau - miao, tempio della 
madre dell'imperatore, per la quale è stato eret- 
to e dedicato; è il più ricco dei tempi cinesi. 

Tutto riccamente decorato con figure di 
animali sulle punte dei pinnacoli, gallerie con im- 
magini di mandarini civili e militari; una statua 
colossale del re Dragone ; nella seconda corte sta 
la statua della madre dell'imperatore. 

A Kao - ming - sze, trovasi un tempio sotto 
la speciale protezione dell'imperatore, qui erano 
mantenuti circa 200 preti, il tesoro imperiale dava 
un assegno annuo di 10.000 dollari per il man- 
tenimento di questo tempio dedicato a Fo, del 
quale si vedono tre figure colossali, rappresen- 
tanti il dio nella sua forma di trinità. 

Fo, occupa il centro, porta in capo un tur- 
bante, mentre gli altri due hanno una corona; 
innanzi a lui sta una tavoletta con una preghiera 
scritta : 

" per l'eternità e la felicità dell'imperatore „. 

Ancora una piccola statua in bronzo rappre- 



312 



senta un vecchio emaciato, è Fo ritiratosi sulle 
montagne in penitenza. 

. A Nan-Kuang-fu verso Canton si notano i 
primi tempi dedidati a Confucio, chiamati huan- 
miao, questi non hanno idoli, ma tavolette che 
portano i nomi di illustri trapassati ; c'è la tavo- 
letta di Confucio che dice : 

" Luogo che è la sede dell'anima del più 
rinomato maestro dell'antichità. „ 

A Pegw, fu scoperto un gran Buddha, men- 
tre si procedeva a scavi per la sistemazione di 
una linea ferroviaria, si crede sia la statua più 
grande del mondo, è lunga 54 metri ; alta 15 
metri al livello della spalla. Il Buddha è dolce- 
mente sdraiato, col capo che riposa sulla mano; 
ed è meraviglioso come tale enorme monumento, 
pur essendo di terra cotta, si sia conservato per- 
fetto sino ai nostri giorni ; ora fu costruita una 
tettoia per proteggerlo ed è stato finamente de- 
corato. Fu scoperto nel 1881 nella Jungla, si 
sconosce la sua origine. 

Presso Mulmein si trovano le interessanti 
caverne Buddhiste ; non come opera, d' arte, 
ma per l'immenso deposito di statue di Buddha 
che contengono ; di tutte le grandezze, di tutte le 
forme e le qualità ; ve ne sono d'oro, di creta, 



313 



monumentali, di pochi centimetri, ed in tutte le 
espressioni della vita del maestro. 

Un viaggiatore che visitò recentemente le 
grotte di Moulmein senza esagerare ha dichiarato 
che un bastimento di 500 tonnellate non potrebbe 
trasportare in viaggio che la metà delle statue. 

Boro-Bodoer (di Giava). 

E di tale grandiosità che supera i limiti di 
ogni concezione architettonica. 

Cento anni fa, Sir Stamford Rapples annetteva 
l'isola di Giava all'impero Britannico. Nel 1815 
fu ceduta agli Olandesi, il cui possesso rimane an- 
cora, e per l'Olanda è fonte di immensa ricchezza. 

Ma Sir Stamford durante il tempo del suo 
governatorato ha fatto cosa che gli procurò fama 
presso i posteri, egli scoperse un grandioso tem- 
pio da lungo tempo scomparso. 

La storia della sua scoperta è curiosa, gli 
abitanti del luogo ne ignoravano la presenza ; 
quando alcuni scavatori sulla collina da loro abi- 
tata, scoprirono le prime vestigia, e seguitando 
negli scavi, venne fuori il più grande tempio del 
mondo. Si suppone che quando nel XIII secolo 
Giava fu invasa dai Maomettani, i preti Buddhisti, 
per evitare danni e profanazione di un tale tesoro, 
lo coprirono di terra e vi piantarono sopra un 
bosco di alberi tropicali. 



314%,. 

Boro-bodoer sta in cima di una lieve pro- 
minenza a 35 miglia dell'antica capitale Dyok e 
quasi al centro dell'isola. 

Ha forma di piramide e sorge sopra un ter- 
razzo lastricato, s'innalza su cinque terrazze de- 
gradanti, che circondano il tempio centrale, al 
quale si accede per due scale laterali. 

Tutte le terrazze, le scale, il tempio, sono 
pienamente decorate di sculture, si calcola tre 
chilometri di sculture, rappresentanti i diversi 
stati della vita di Buddha, dalla sua nascita fino 
al suo riassorbimento nel Nirvana. 

Sembra probabile che sia stato costruito verso 
il 7" secolo dell'era nostra, e per essere stato così 
a lungo sepolto si è benissimo conservato. 

La quantità di effettivo lavoro umano richie- 
sto in tale edificio, e così grande, che quello delle 
piramidi di Egitto è niente in confronto. Ogni 
lato del tempio è 30 metri più lungo della più 
grande piramide, e la ricchezza di sculture, pro- 
fuse in ogni andito, in ogni pinnacolo, in ogni 
scala, in ogni tratto di superfìcie per quanto pic- 
colo è cosa che sfida qualsiasi descrizioni. Boro- 
bodoer non sarà mai luogo di pellegrinaggio, e 
troppo fuori centro delle linee turistiche ; ma è 
e rimarrà sempre il più splendido prodotto di 
quella religione, che anche ai nostri giorni conta 
il maggior numero di seguaci. 



315 



Tempio dei 500 geni (Cantori). 

Fondato di Bodhidarana monaco bnddhista 
verso il 520 ; fu restaurato verso il 1755 dall'im- 
peratore cinese Kiang-sing; intorno al tempio vi 
sono le case per i sacerdoti, e graziosi giardini; 
vi è una splendida pagoda in marmo nel lato 
settentrionale, vi è la sala dei 500 geni o disce- 
poli di Buddha. 

Queste statue un tempo erano riccamente 
dorate, stanno sopra elevati basamenti disposti in 
navate ; nella navata centrale vi è una pagoda 
in bronzo e le statue in bronzo. 

La varietà delle fattezze e dell'espressione 
dei cinquecento meriterebbero un lungo studio. 
Il colonnello lule nella sua opera " Marco Polo „ 
dice che una delle 500 statue rappresenta Marco 
Polo, il viaggiatore veneziano, altri lo negano, 
certo è che una delle 500 statue di cui ho visto 
la fotografia non ha carattere affatto orientale, sia 
nell'espressione del viso, sia nel vestiario. 

Una congregazione di monaci rasati, e silen- 
ziosi ha in consegna il tempio, nel loro apparta- 
mento tutto è artistico e pulito ; i pavimenti di 
marmo, porte di ebano istoriate, sedili di porcel- 
lana smaltata. 

Testi sacri adornano i muri. 

Nel cortile alberato presso la fonte prospera 
il loto, fiore sacro del grande maestro. 



316 

What-chang (Bankok-Siam). 

E un tempio collocato in un recinto di 767 
are, ricco d'incantevoli giardini, magnifici santuari, 
comode abitazioni per i bonzi e per novizi, ricca 
la biblioteca. 

Grifoni, nani, mostri, animali fantastici si 
trovano allo ingresso del tempio. 

La pagoda è una delle più importanti del 
Siam, la cementazione esterna è formata di pia- 
strelle a lamine cinesi di ceramica e porcellana, 
la sua graziosa linea culmina in una punta al- 
l'altezza di circa 80 metri, nei due lati vi è una 
serie di nicchie ornamentali, incastrate con pia- 
stre di ceramica ; il tutto armonico costituisce la 
bellezza artistica dell'edificio. L'opera interna è 
adorna di una quantità di figure a braccia tese 
in alto, imploranti la pace del Nirvana. 

Sotto vi è un Buddha più piccolo fra i due 
discepoli Sariput e Mokhalam in posa devota, il 
tutto nella scarsa luce del tempio, produce molta 
impressione mistica e suggestiva. 

Monte Minobu (Giappone). 

Debbo ricordare questo tempio non solo per 
il suo valore, ma anche perchè appartiene ad una 
setta religiosa che non ho segnato nel precedente 
lavoro. 



317 



Monte Minobu è un monastero di Buddhisti 
scismatici, fondato dal santo Nickere, tenuto an- 
cora in grande venerazione ; i seguaci di questa 
setta, per il loro atteggiamento litigioso ed infles- 
sibile, verso le altre sette, furono chiamati i ge- 
suiti del Buddhismo, la loro dottrina è un com- 
pleto panteismo. 

Il Nichere era destinato a diffondere la re- 
ligione non solo agli uomini ma anche alle bestie 
della terra ; il quartiere generale era il Monte 
Minobu, e là i fedeli ogni anno fanno pellegri- 
naggio ; sulle cime di una collinetta, sorge l'am- 
pio tempio del fondatore, dove sono conservate 
le sue ossa. Le decorazioni degli edifici appare 
fresca e brillante, i colori sono vivi, splendide le 
dorature. Il reliquario è di lacca dorata in forma 
di pagoda istoriata, in essa si trova un cofanetto 
d'oro, adorno di pietre preziose, che riposa sopra 
un fiore di loto, scolpito in giada trasparente. 

Una colonnetta di questo prezioso forziere 
porta la data del 1580. Il vano centrale del tem- 
pio è di m. 25x40. 

Le colonne, le cornici, i muri sono di lacca 
rossa e nera. 

Il carattere cerimoniale e l'insistente battere di 
tamburi e di gong, durante l'invocazione dei fedeli: 

Namu Mysho Renge Kio — Salute alla dot- 
trina del loto ed alla meravigliosa legge. — 



318 

Kuthodak (Birmania). 

Ai piedi della collina di Mandalay vi è un 
monumento originale composto di 750 pagode, fu- 
rono costruite da un religioso, zio del re Thebaw. 
Questo degno e pregiato uomo, ebbe la geniale 
idea di ricordare, e in modo che il tempo non 
potesse alterare, i precetti contenuti nei libri sacri 
del Buddhismo. Perciò egli indisse un consesso 
fra i più eruditi preti, perchè preparassero la più 
esatta versione dei comandamenti, per farli tra- 
scrivere su pietre. Ad opera compiuta formarono 
una fila in linee parallele, di circa mezzo miglio 
quadrato ; sopra ciascuna pietra venne eretto un 
tempietto, con cupola e relative sculture. 

La vinaja o legge economica sta su 111 pietre; 
Ab-dhi-Dhamna pitaka su 208 le rimanente 408 
comprendono la legge dei Sutta. 

A Kamakura (Giappone). 

Una statua di Amida (Buddha) che per una- 
nime consenso non ha rivali nel mondo. Il Dai- 
butsu di Kamakura, per la sua mole e per Fes- 
pressione di maestosa calma, tiene il visitatore 
sotto un'irresistibile fascino. Chi Fha visto una 
volta circondato, da una cornice di vegetazione 
tropicale, sente il bisogno di ritornare ancora ; 



319 



farne una descrizione dice Tompson, sembra quasi 
un sacrilegio, specie se si parla di pesi e di mi- 
sure. 

Tanto per dare un'idea la sua altezza è di 
15 metri, la circonferenza alla base di 29 metri, 
nell'immensa fronte sporge un bernoccolo di ar- 
gento di Kg. 14, del diametro di 37 centimetri. 

Gli occhi formati di oro puro, guardano dalle 
palpebre lunghe m. 1,20. La bocca è cm. 35, sul 
capo vi sono 830 riccioli ; la statua è formata 
di lastre di bronzo riunite insieme ed adorne di 
fine cesellature. L'opera colossale fu costruita nel 
1252j iniziata da loritomo. 

In origine aveva intorno un tempio di 50 mq. 
con 63 colonne in legno, su basamento di pietra ; 
nel 1369 e nel 1494 scosse sismiche, hanno ab- 
battuto il tempio, ma la grande statua rimase in- 
tegra al suo posto, ed è la da sei secoli e mezzo 
nella sua impassibile serenità. 

In queste descrizioni si passa da meraviglia 
a meraviglia troviamo quanto di più strambo 
ed esagerato può dare l'arte spinta dall'esagerato 
sentimento religioso. 

Il Sau-yu-gen-do nel Giappone o tempio delle 
33.333 divinità, è il più lungo tempio del mondo, 
è una specie di corridoio lungo 120 metri, largo 7, 
sorge a Kyoto. 



320 



Dentro vi sono raccolte non meno di 33.333 
statue di Kuamnon dea della misericordia. 

Nel 1132 l'imperatore Toba, essendo stato 
deposto, fondò questo tempio e vi collocò il primo 
migliaio di statue più una. Poi furono aumentate 
dall'imperatore Go-schirakawa il quale ne aggiun- 
se 1165. Nel 1249, un terribile incendio distrusse 
il tempio con tutte le statue ; però nel 1266 l'im- 
peratore Kameyama, ordinò cbe fosse ricostruito e 
riempito letteralmente di idoli. 

Nel 1662 fu nuovamente restaurato e por- 
tato alle condizioni attuali. 

Una più considerevole raccolta di divinità, 
non è stata mai nella storia del mondo ; aggiungi 
che ogni figura è splendidamente lavorata e lac- 
cata in oro. 

Al centro di tutte le file vi è una grande 
figura di Kwanon, ed intorno a lei sono disposti 
i Busu o 28 seguaci, la tradizione vuole che nel 
capo di questa statua sia conteiiuto il cranio del 
famoso monaco Renge-bo. 

Le statue sono quasi tutte di legno, e dietro 
il tempio vi è un laboratorio, dove operai, passano 
il loro tempo, ad aggiustare mani e braccia, che 
si staccano e cadono continuamente, come rami 
di una foresta di tronchi divini ; poiché Kwanon 
è divinità polimembra, e poche statue hanno una 
dozzina di braccia. 



321 
Pagode Shway Dagon a Rangoon (Birmania). 

Nessun visitatore occidentale per quanta poca 
simpatia possa avere per lo svolgimento religioso 
Birmano, può restare indifferente alla vista di essa. 
Il più indiilerente in materia religiosa, non può 
restare indifferente, innanzi al grande prodigio, 
dovuto al grande sfoggio di ricchezze, prodigate 
dai fedeli desiderosi di crearsi meriti speciali con 
i loro doni al famoso santuario, nel quale secondo 
la leggenda, si conservano in un reliquario d'oro, 
quattro capelli di Buddha. 

L'edificio più cospicuo è la pagoda centrale 
alla cui base si dice sia conservato il cofano. 

L'altezza totale di questa piramide è di 112 
metri, da cima a fondo la sua opera muraria è 
coperta da uno strato di oro puro, che viene rin- 
novato ad ogni generazione. Prima questo rive- 
stimento era fatto con foglie d'oro, ma al prin- 
cipio di questo secolo, nella parte superiore per 
un'altezza di 20 metri, le foglie vennero sosti- 
tuite con lamine d'oro, la superficie da coprire 
era di 322 metri quadrati. 

La parte inferiore ancora è coperta di foglie 
d'oro che vengono rinnovate per voti di pellegrini. 

Non è solo la copertura d'oro perchè nella 
parte del pinnacolo circondato da sette anelli, 
che sta sotto la cima stanno sospesi cento cam- 



322 



panelli d'oro del valore di 1.500.000 lire ; ed 
altri 1400 campanelli di argento. 

La sommità è adorna di diamanti, smeraldi, 
rubini in numero di 4600. E la spesa? Cose 
delle Mille ed una notte !! 

È impossibile descrivere il Schway-Dagton 
nei suoi particolari, il basamento che circonda 
la pagoda è di 426 metri, e si accede per quat- 
tro scalinate, rivolte ai quattro punti cardinali ; 

Da un lato siede un gigantesco grifone, sopra 
il basamento la quantità di piccoli santuari, cap- 
pellette ed altre opere è semplicemente sbalordi- 
tivo, miscuglio di svelte guglie, cappelle dorate, 
alberi d'oro con frutta di cristallo, alte colonne 
coperte di cinabro e mosaici in vetro. 

Anche le statue, gli elefanti, e gli altri ani- 
mali, sono degni di studio, tutto è grandioso, 
tutto è inverosimile, sbalorditivo ! 

Tempio di EUora " La Kailas „ (India). 

Pianura sterminata quindici secoli fa abitata 
da milioni di persone, gremita di città, ville, 
castelli, tempi, culla di religioni formidabili. Ora 
silenzio e morte ! 

In mezzo alla pianura una montagna, la quale 
non è altro che uno scrigno meraviglioso di rocce 
ricoperte di marmi finamente lavorati, lavoro 



323 



compiuto in 2000 anni, con la maggiore spesa 
e pazienza per calmare l'ira degli dei. 

La montagna è tutto un monumento ; qua- 
ranta tempi sotterranei, cripte, santuari, colonnati, 
e ricami infiniti formano in complesso un contro- 
senso di architettura, una fantastica e ciclopica 
costruzione. Il tempio centrale è formato di 35 
grotte intercomunicanti ; ognuna delle quali è un 
gioiello d'arte, cesellato a punta di scalpello, dalla 
base al tetto, decorato da milioni di statue, co- 
lonnati e capitelli artistici, il tutto intagliato nella 
roccia, senza un bricciolo di calce o di cemento. 

L'interno è suddiviso in 40 pagode, con 80 
santuari, che allacciano i 35 tempi maggiori, di 
cui 17 sono bramini, 12 buddhisti, e 5 giaini. 
Ognuno di essi è una meraviglia, il Wichva Kar- 
ma ha 2000 statue di Visnù scolpite nella volta ; 
il Dar Avator 160 altari con 46 colonne ; il 
Dumar una cupola di 50 metri. 

La porta monumentale è formata dalle Kailas 
o grotte del paradiso, costruzione artificiale del 
settimo secolo che si protende in avanti nella 
pianura e si congiunge al tempio monolitico con 
una trincea di granito lunga m. 120 e larga 55 
fiancheggiata da statue colossali. Otto file sovrap- 
posti di elefanti, leoni e tori formano un'altezza 
di 37 metri, e sostengono il blocco formidabile 
delle torri, cupole e terrazzi. 



324 



L'occhio si perde, la mente si smarrisce in- 
nanzi a tanta grandiosità, oggi abbandonata, sper- 
duta nella sterminata pianura. 

Dieci secoli di storia sono contenuti in que- 
sti grandiosi avanzi, qui le spose regali si face- 
vano murare vive nelle tombe dei Nababbi; qui 
i fachiri andavano incontro all'eterno sonno, qui 
le sacerdotesse colpevoli, unti di olio profumati, 
venivano bruciate vive ; terribili drammi qui si 
sono svolti, sotto lo sguardo impassibile di Brama 
e il sorriso di compatimento di Buddha. 

Nakhon Wat (Cambogia). 

Nella sua massiccia grandezza appare come 
una visione di splendore orientale, concentrata 
in pietra destinata a rimanere come monumento 
dell'umana attività per tutti i tempi. 

L'esterno del tempio è di un chilometro per 
ogni lato, monumento ancora in stato di buona 
conservazione, coronato di 37 torri di pietra cia- 
scuna delle quali porta scolpite quattro facce di 
Buddha, che guardano benignamente i quattro 
punti cardinali, così si hanno 146 colossali facce 
dell'Illuminato, con quel!' espressione di purità 
e riposo, che i Buddhisti sogliono dare alla loro 
divinità. 

Riguardo a questo tempio riferisco una tra- 



325 



dizione locale che spiega il culto del serpente 
nei tempi primitivi. Non è esatta l'idea del Fer- 
gusson che questo tempio fu costruito per l'a- 
dorazione del serpente. Nakhon è un tempio bud- 
dhista decorato intorno ai tetti ed ai balconi con 
serpenti a sette teste che è onorato sempre, per- 
chè ha custodito Gotame mentre dormiva. Dei Na- 
gas (serpenti) sono apparsi alla sua nascita per 
lavarlo, molti serpenti conversarono con lui qua 
e là; lo protessero, e poi furono da lui, conver- 
titi per le future rinascite. Dopo la cremazione 
del suo corpo l'ottava parte delle sue reliquie fu 
consegnata a custodire ai Nagas. 

Importante nel tempio le sculture che rap- 
presentano la battaglia del Ramakeen come la 
denominano i Siamesi; cioè episòdi del Ramajana. 
Un'altro comparto ha per soggetto l'incarna- 
zione di Visnù, narrata al principio di questo 
libro, e qui riprodotto sotto le forme di tarta- 
ruga; Brama con quattro paia di braccia, sta se- 
duto sopra il serpente a sette teste. 

Hanuman dio del vento tiene un serpente 
per la coda, mentre una schiera di angeli porta 
la corda per legare le bestia; ecc. ecc. 

Nakhon Wat fu la più grande ed ultima 
opera dei cambogesi costruita verso la metà del XIV 
secolo. Una tradizione dice che questo tempio fu 
costruito da un re per essersi guarito dalla leb- 



326 



bra. Il Camboge ha avuto un periodo di gloriosa 
storia, fu un grande impero, e ora? La legge è 
uguale per tutti in natura. 

Dente di Buddha (Ceylon). 

Il Baiava Maligawa a Kandi è il più fa- 
moso tempio di Ceylon rimonta al 1600 epoca 
in cui fu fondata la città di Kandy. Un lungo 
stagno popolato di tartarughe nutrito dai visita- 
tori, una porta bassa e massiccia introduce nel 
tempio. Importanti affreschi si trovano riferen- 
tesi alle vicende della vita Buddhista. 

Il santuario interno si può considerare un 
seguito di sette santuari, decorati con sfarzo ec- 
cezionale. Il dente di Buddha è chiuso dentro il 
settimo e più piccolo dei santuari. 

Difficilmente si mostra ai visitatori. La sto- 
ria del dente è interessante : Nell'anno 311 a. C. 
venne a Ceylon una pincipessa indiana fuggitiva, 
portando nei capelli per maggiore sicurezza un 
dente del gran sapiente. Fu costruito subito un 
tempio Anuradhapuira le cui rovine esistono an- 
cora; poi per pericolo di invasioni fu portato a 
Polonnaruwa, dove fu costruito un nuovo e bel- 
lissimo tempio che è ancora l'ammirazione dei 
visitatori. Dopo vennero invasione di Indiani che 
rubarono il dente, ma riscattato da un re, ritornò 
a Ceylon. 



327 



Finalmente i Portoghesi, lo rapirono e lo 
portarono a Goa (città cattolica) dove fu arso e 
ridotto in cenere. 

Ma Buddha operò il miracolo, ed il dente 
riapparve nel tempio da dove era stato rubato e 
tutt'ora si conserva a dispetto di Francesco Sa- 
verio. 

Nuovi Profeti. 

Nelle manifestazioni sociali nulla è eterno ; 
ma tutto cambia attraverso i secoli, cambiano le 
forme di governo, cambiano gli usi, i costumi, 
si distruggono e si riformano grandi nazioni, la 
barbarie e la civiltà si alternano, e così anche 
le religioni, che rispecchiano la sentimentalità dei 
popoli, hanno cambiato, e seguiteranno a cambiare 
nell'avvenire, seguendo le condizioni mentali e 
psichiche delle genti. 

La grande massa del popolo segue incoscien- 
te, chi per furberia o per elevata cultura, pro- 
clama una novità politica o religiosa, questo la 
storia dei popoli c'insegna, e così sarà sempre, 
finché la natura umana del presente evo cosmico 
sarà la stessa. 

Il profeta Indiano Krisnamurthi, un mistico 
stile novecento, che riconoscendo molto scomodo 
l'eremitaggio nella Jungla preferisce la vita dei 



328 



migliori alberghi del mondo, predicò in America 
e in Europa una nuova religione, consistente nella 
ricerca della verità, in se stesso e nell'educazione 
di se stesso ; un elevato pensiero di fusione di 
Buddhismo puro col Cristianesimo, con l'aboli- 
zione dei tempi e dei riti religiosi. 

Sul principio e specialmente nell'ambiente 
teosofico (perchè discepolo della Besant) la nuova 
dottrina, sebbene un poco oscura, ha avuto molta 
fortuna; ma dal momento che volle far credere 
che egli era l'incarnazione di Krisna, ha perduto 
l'impostazione di serietà e l'entusiasmo è svanito. 
Da parecchi anni non ho più notizie. 
In Indocina Levan-Trung nuovo profeta An- 
namita ha dichiarato che il grande Dio Cao-Dai, 
gli ordinò di raccogliere in una unica fede tutte 
le religioni del mondo. 

Con entusiasmo accettò il difficile mandato, 
tanto che dopo cinque anni si trova a capo di 
una comunità di circa due milioni di fedeli. 

Il principio fondamentale di questa nuova 
religione non è originale, ma è di una filosofia 
pura formidabile, egli predica l'amore del pros- 
simo, la verità, la coscienza, l'armonia fra le di- 
verse classi sociali, e tra i diversi popoli. Questa 
religione è il Cadoismo, che ha raccolto nel gran 
campo mistico di tutte le religioni del mondo, 
ha innalzato nei tempi, statue a Buddha, a Cristo, 



329 



a Confucio, a Lao-tse ; come si vede, non ha 
voluto fare torto a nessuno ; ma poi si è arbi- 
trato di metter al di sopra di tutti questi profeti, 
la potenza di Cao-Dai, dio supremo invisibile ed 
onnipotente. 

Questi è rappresentato, da un occhio in un 
cerchio risplendente, come quello che si vedeva 
nelle logge massoniche. 

Quest'occhio divino, si trova sugli opuscoli 
di propaganda nel tempio, nelle case, sugli uten- 
sili di lavoro, dovunque perchè l'occhio di dio 
vede ogni cosa ! 

Il supremo pontefice della nuova religione 
è il suo fondatore — Levanz-trung circondato da 
un numeroso clero, di vescovi e di preti. 

Un rito religioso mescola le preghiere taoi- 
ste alla messa cattolica, i preti vestono come i 
taoisti cinesi, i fanciulli cantano litanie come 
quelle cristiane, mentre lo spiritismo e la teosofia 
hanno la loro non lieve importanza. 

I medium coatisti, hanno relazione e ricevo- 
no messaggi dalle anime dei defunti, i non ini- 
ziati non possono assistere alle sedute spiritiche. 

Pare che il solo Islam non sia rappresentato 
in questo nuovo culto, pare che la volontà degli 
spiriti sia stata contraria all'ammissione di Mao- 
metto, perchè egli non fu il fondatore dell'Isla- 
mismo, fu un guerriero un uomo politico, ma 



330 



non aveva né l'attitudine né la cultura sufficiente 
per un profeta. 

La sede principale è la Tay-Ninh a 200 Km. 
da Saigon. 



INDICE DEGLI AUTORI 
IN QUESTO LIBRO RICORDATI 

Carlo Formichi — Pensiero religioso dell'India. 

Bartoli — Leggende e novelle dell'antica India. 

NiVEDiTA — Miti dell' India. 

Mario Appelius — India. 

OssENDOWSKi — Bestie, uomini e dei. 

Vashburn — Etica dell'India. 

Fraccaroli — . Ceylon. 

Magrini — Cina e Giappone. 

Tanzi — Viaggio in AJganistan. 

Magrini — India. 

Barzini — Nell'estremo oriente 

CoMlsso — Cina e Giapponp. 

Appelius — Asia gialla. 

Steiner — Biologia occulta. 

Hearn — Campi di Buddha. 

Watson Burlingame — Parabole Buddhiste. 

Formichi — India, - Indiani. 

Tucci — Buddhismo. 

Tucci — Tibet. 

Besant — Ioga. 

Arnold — La luce dell'Asia. 

Di Lorenzo — Il sole del Gange. 

Magrini — Birmania e Siam. 

OkaKURA — Ideali dell'Oriente. 

Ramacharaka — Ragia Joga. 

JiNARÀYADÀSA — Bagavad Gita. 

Belloni-Filippi — Dottrina di Gotamo BaddMa. 

Belloni -Filippi — Religioni dell'India - Jainismo e Buddhismo. 

Formichi — Mahàbhàrata - Kerbaker. 

(inedite anno 1802) -— Lettere dell'India Orientali: 

Formichi — Apologia del Buddhismo. 

Di Lorenzo — Catechismo Buddhistico - Subalra Bhikshu. 

Paul Carus — Vangelo di Buddha, 





INDICE 










Introduzione , Pag. 


li 


INDIA . 














?J 


13 


Apparizioni di Visnù 














99 


26 


Leggende sacre su Krisni 


1 












. " 


43 


Dottrine Bramaniclie 














W 


46 


Scuola del Joga 














99 


49 


Riassunto dei Mantram . 














99 


53 


Fachiri .... 














99 


59 


Devadasi . , . 
















!9 


63 


Feste religiose . 
















99 


66 


Madura . 
















99 


73 


Benares . 
















11 


77 


Animismo naturale 
















99 


86 


Parsi 
















99 


90 


Sikh. 
















99 


95 


Jaini. 
















99 


99 


Periodo vedico. 
















9? 


107 


Atharvaveda . 
















9? 


118 


Etica Vedica . 
















„ 


125 


Buddha . 














• 99 


131 


Dottrine . 




. 










99 


140 


Darmapada (sentiero delle religioni) 








99 


157 


Critica al Buddhismo 








?9 


173 


Diifusione della dottrina del Buddha, dell'a 


rte e 


delh 






scienze, nei diversi periodi nell' India 






99 


178 


Kisa Gotami . . ) ( 
Scarabeo stercorario ) "^^ o e | 










99 
99 


188 
190 


MONGOLIA . . ' . 










• 99 


195 


Misteri 




( 










99 


199 


Buddha vivente 














• 99 


204 


Il Re del Mondo . 














99 


211 


TIBET . 














99 


219 


Ruota della vita 














99 


224 


Giuseppe Tucci al Tihel 














99 


232 


CINA 














99 


243 


Gli dei della terra 


. 














99 


257 



GIAPPONE (Arte sacra) 
Buddhismo nel Giappone 

INDOCINA 

AUSTRALIA . 

BORNEO . 

GIAVA . 

MELANESIA . 

SIAM 

BIRMANIA 

FORMOSA 
Tempii sacri dell'Oriente 
Monte Abu 
Pagoda Ananda 
Boro-Bodoer (di Giava) 
Tempio dei 500 geni (Canton) 
What-chang (Bankok-Siam) 
Monte Minobu (Giappone) 
Kuthodak (Birmania) 
Kamakura (Giappone) . 
Pagode Sbway Dagon a Rangoon (Birmania 
Tempio di Ellora " La Kailas „ (India) 
Nakhon Wat (Cambogia) , . 
Dente di Buddha (Ce.ylon) 
Nuovi Profeti . . . . . 



Pag. 



263 
271 
275 
281 
285 
287 
293 
297 
299 
303 
307 
308 
309 
313 
315 
316 

ivi 
318 

ivi 
321 
322 
324 
326 
327 



Questo volume è stato finito di 

stampare nella 
TIPOGRAFIA Ditta D'AMICO 

(Casa fondata nel 1821^ 
in Messina! il 14 Gennaio 1937-XV 



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